La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e materiale del comunismo Pt.1
Categorie: Economic Works
Il libro che il compagno Graziadei ha creduto di dedicare a combattere la teoria economica di Marx avrebbe dovuto determinare una più attiva discussione, non tanto sul libro stesso, quanto sulla portata e l’importanza dei concetti marxisti posti in dubbio da Graziadei nella ideologia del movimento comunista moderno. Questa discussione è finora mancata. Anche chi scrive non può dedicare ad essa né il tempo occorrente ad un libro, né la competenza nelle discipline economiche necessaria quando si trattasse non solo di esibire i titoli ufficiali che a tanto autorizzino, ma altresì di svolgere sistematicamente il difficile e vasto tema. Quanto segue conterrà le osservazioni più immediate che ogni seguace del marxismo, che non ne sia un fallace interpretatore, deve sentirsi portato a formulare alla lettura delle pagine con cui Graziadei ha finalmente svolto le sue note opinioni, o una parte delle sue note opinioni, divergenti dalla dottrina accettata da tutti gli altri teorici e militanti del movimento comunista.
Le osservazioni riguarderanno tre punti. Il primo concerne l’applicabilità della teoria del valore di Marx alla spiegazione delle moderne fasi dello sviluppo capitalistico; il secondo, il posto che occupa la teoria del valore nell’insieme della economia marxista, e di tutto il comunismo marxista; il terzo, la spiegazione di una attitudine come quella che pretende di respingere la parte economica, e accettare quella «storico-politica» del marxismo. I compagni che leggeranno dovranno perdonarmi se, senza raggiungere la compiutezza e l’evidenza di una trattazione scientifica, sarò probabilmente in qualche parte della polemica condotto dall’argomento ad essere difficile. Non io certo pretendo di dire in merito l’ultima parola: credo che altri compagni, ed organismi, del Partito e dell’Internazionale, dovranno contribuire alla definizione del dibattito.
La teoria del valore e del plusvalore e i fenomeni moderni della economia capitalistica
Cominciamo a chiarire che Graziadei respinge, insieme alla teoria del valore, anche quella del plusvalore o sopravalore: la prima infatti è quella che spiega il valore delle merci come lavoro in esse «cristallizzato», e che Graziadei si compiace di chiamare sgraziatamente «ricardiano marxista», la seconda è quella che fissa nel processo produttivo capitalistico la creazione del valore delle merci per effetto del lavoro e ne traccia le leggi, ed è opera originale ed esclusiva di Carlo Marx. Graziadei sembra voler indurre in equivoco nel dire, a pagina 22: «i marxisti (…) temono che cadendo tale teoria (del valore, di Ricardo-Marx) cada anche la teoria del sopralavoro e del «sopravalore», e di conseguenza quella spiegazione del reddito capitalistico che è così essenziale per la dottrina comunista». Ma in realtà Graziadei non fa grazia neppure alla teoria del «sopravalore», o plusvalore, non rispetta una teoria del sopralavoro, che non esiste in Marx come cosa distinta dalla prima, e sostituisce a tutta la spiegazione marxista del processo di produzione capitalistico una sua teoria del «sovraprezzo» che contiene diversissime conclusioni sulla formazione del profitto. Egli poco dopo dice, infatti: «il fatto e la teoria del sopralavoro sono concepibili e dimostrabili indipendentemente dalla teoria del valore (…)». E qui è chiaro che la teoria, del «solo» Marx, sul plusvalore, è gettata a mare. Quella teoria del sopralavoro, che Graziadei mostra di adottare, è poi evidente che consiste non già nella definita e complessa dottrina che Marx applica al meccanismo dell’azienda capitalistica, ma in una vaga teoria generale, esclusivamente qualitativa, applicabile a tutti i tipi storici di economia (si veda a pag. 28-29), che nulla ha a che fare colle leggi del plusvalore scoperte da Marx nel processo genuinamente capitalistico di produzione. Tutto il resto del libro sta poi a provare che la stessa spiegazione marxista del processo formativo del profitto capitalistico viene ripudiata da Graziadei: al posto del plusvalore compare il sovraprezzo, e questo sovraprezzo va a formare il profitto, non solo in quanto è figliato da sopralavoro dei salariati (non è dunque una teoria del sopralavoro che salta fuori) ma in quanto è pagato anche dai … consumatori. Questa asserzione richiama le più brucianti pagine della polemica di Marx contro i giochetti degli economisti ortodossi. Ma non anticipiamo sulla conclusione a cui tendiamo, che cioè Graziadei debba rinunziare a salvare la capra del comunismo e i cavoli della sua economia universitaria, e che, per conto nostro certo, ma non sappiamo se anche per conto suo, sono i cavoli che devono essere spietatamente sacrificati.
Chi avesse qualche dubbio su questo accenno al succo del libro di Graziadei, può verificare quanto è detto in fine, a pag. 202-203, sulla insufficienza del sopralavoro a spiegare il sovrapprezzo e a fornire una misura del sopravalore. Con ciò vogliamo solo stabilire che si deve sostenere e difendere, contro le critiche di Graziadei, non la sola teoria «ricardiano-marxista» del valore, ma la dottrina del plusvalore di Carlo Marx, e di nessun altro, chiave di volta della nostra critica alla economia borghese, tesi centrale della maggiore opera del nostro maestro: Il Capitale.
L’applicazione della teoria del plusvalore ai fenomeni economici
La maniera colla quale Graziadei prende ad esaminare l’applicazione della teoria del plusvalore ai fenomeni economici è tale, che esigerebbe una preventiva esposizione completa della teoria stessa, quale Marx la ha definita, e non quale i vari critici se la prospettano. Ma non vogliamo essere eccessivamente pesanti, e temiamo di far sì che il lettore non preparatissimo finisca col confondersi peggio nella ridda dei termini: lavoro, prodotto, valore, prezzo – sovralavoro, sovraprodotto, sovravalore, sovraprezzo … Ci serviremo quindi, per una più comoda esposizione, dell’esempio che Graziadei reca a pagina 218, e nel quale egli trae le conclusioni della sua dimostrazione che la teoria di Marx non spiegherebbe in certi casi il processo economico capitalistico, neppure con grossolana approssimazione.
Ecco l’esempio: si suppone che l’unica spesa dell’imprenditore sia il salario degli operai. Accettiamo la supposizione, poiché essa ben collima colla teoria di Marx: il plusvalore è relativo al solo capitale «variabile», ossia a quella parte del capitale che è destinata a pagare i salari, mentre il «profitto» va riferito a tutta la massa del capitale, compreso cioè anche il capitale «costante», che copre le altre spese per materie prime, logorio di utensili, ecc. La discussione resta la stessa. Gli operai di quell’azienda lavorano 10 ore al giorno. L’unità di merce è venduta dal capitalista per una lira. Essa gli costa, in salari, solo 90 centesimi. Graziadei dice: il margine sarà del 10 per cento sul prezzo unitario, il sopralavoro è di un’ora, il lavoro necessario di 9 ore. La teoria di Marx qui si applica bene, se pure – ora lo vedremo – Graziadei si esprima inesattamente, poiché abbiamo un saggio del plusvalore, e un corrispondente rapporto tra sopralavoro e lavoro necessario, che non è del 10 per cento, ma del 10/90 = 11 per cento circa. Per ora andiamo avanti. Grazie ad un cambiamento di condizioni sul mercato – che può essere, ma Graziadei qui non lo dice, l’introduzione del monopolio parziale o totale dei produttori di quella data merce – il prezzo di vendita salga da una lira a 1.80 (non vi è la cifra ma una semplice operazione la fornisce). La percentuale del prezzo che copre i salari (90 centesimi) è discesa al 50 per cento, ma il sopralavoro è rimasto lo stesso: ciò malgrado il margine dell’imprenditore è salito dal 10 al 50 per cento. Un capitoletto di Marx contiene qualche formuletta che ci mostra come Graziadei calcola male: infatti il nuovo saggio di profitto (ricordato che è posto a zero il capitale costante) è dato da 1.80 – 0.90 diviso 0.90, ossia del 100 per cento. Ma ciò non è quel che importa.
Fermiamoci su questo esempio, per spiegare un poco che cosa è la teoria del plusvalore e per confutare questa gratuita asserzione di Graziadei: il sopralavoro è rimasto lo stesso. Illettore che abbia dubbi sulla fedeltà alla esposizione di Marx dei due contendenti, può confrontare il calcoletto che Marx stesso dà come esempio, nel primo volume del Capitale, capitolo VII, paragrafo I. Dio ci faccia grazia di adoperare lettere, come nell’algebra.
In una data fabbrica gli operai facciano o ore di lavoro. Ricevano un salario giornaliero di s lire. Producano in un’ora m chilogrammi di una data merce. Facciamo il bilancio di quello che avviene per il lavoro giornaliero di un operaio. Esso costa al capitalista (I’imprenditore, dice più civilmente Graziadei, perché le funzioni possono essere diverse …) un capitale salari che è proprio s. Questo vuol dire che per avere il capitale totale si dovrà tener conto del numero degli operai, delle giornate lavorative nel periodo che si considererà, ecc. Siccome noi cerchiamo dei «rapporti», ci basta il calcolo su un singolo operaio e un giorno di lavoro. Con s lire (fatta astrazione da ogni altra spesa per semplicità) il capitalista ottiene una quantità di merci che è m volte o. Questa quantità di merci è venduta in generale sul mercato a un prezzo tale, da ricavarne più di s, che è il costo, per il capitalista, della quantità m x o. Di qui il guadagno del capitalista sul lavoro dell’operaio. Come Marx determina matematicamente il montante di questa quotidiana «espropriazione» (tutti termini che non fanno per la economia ben educata di Graziadei, che conosce costi, margini, differenze, e altri termini analoghi …)?
Lavoro necessario e sopralavoro
Il salario che il lavoratore ha ricevuto rappresenta il prezzo della sua «forza di lavoro», ossia l’equivalente dei mezzi di sussistenza che l’operaio consuma per mantenere in efficienza la sua macchina umana. Ora questo salario è inferiore al valore della merce che l’operaio ha prodotta nel tempo corrispondente (e se, nel caso più generale, avessimo tenuto presente il capitale costante oltre il capitale salario, è inferiore all’incremento di valore che le materie prime acquisiscono, pagate tutte le spese, per l’opera del lavoratore). Se l’operaio lavorasse «per sé», lavorerebbe tante ore da coprire solo, col valore del prodotto, il suo salario: ossia lavorerebbe di meno. Questo tempo di lavoro è il lavoro necessario. Tutto il tempo successivo del lavoro è «fatto per il padrone» e si chiama sopralavoro (qui, si ricordi, riesponiamo solo, alla meglio, la teoria di Marx). Come fare a sapere quanto è il lavoro necessario? Si dovrebbe teoricamente calcolare il costo del mantenimento di un operaio per un giorno, e questo costo esprimerlo in ore di lavoro: nelle ore di lavoro necessarie a produrre tutti gli oggetti di consumo che il lavoratore ha adoperati per vivere un giorno. Un calcolo così fatto è impossibile, e inutile agli effetti della dimostrazione e applicazione della teoria di Marx. Si procede altrimenti, tenendo presente quel concetto fondamentale che Graziadei, come vedremo, baratta ogni momento, che si tratta di lavori, di valori, di prezzi, che rappresentano una media sociale per una collettività economica prettamente capitalistica. Si suppone cioè che l’operaio si possa procurare quanto occorre al suo consumo alle condizioni stesse, facendo … un affare della stessa bontà di chi compra la merce presso l’imprenditore per il quale l’operaio lavora. Si ragiona come se si dicesse, più popolarmente, e in modo evidente anche per chi non abbia chiaro il concetto di valore: se gli operai di quella fabbrica non avessero padrone,fossero, poniamo, in cooperativa, quanto dovrebbero lavorare per produrre proprio tanta merce che, venduta, dia loro il salario s,e non di più? Questo tempo sarà il lavoro necessario. È semplicissimo. Noi sappiamo che le merci prodotte da un operaio sono m chilogrammi per ora. Sia p il prezzo a cui si vendono. Per ricavare la somma s si dovrà lavorare un numero di ore o’, tale che m moltiplicato p, moltiplicato o’, sia uguale a s. Allora il lavoro necessario, o’, che risulterà minore di o, si calcola dividendo s per il prodotto di m x p.
Quale sarà il sopralavoro? Evidentemente o meno o’. Che cosa intenderemo (si capisce che siamo tornati al caso in cui il padrone c’è) per plusvalore? La differenza tra il ricavato della vendita del prodotto, che è m x o x p,e il salario s che per esso ha pagato il capitalista. E per saggio del plusvalore, secondo Marx? Il rapporto di questa differenza alla spesa salari, che nel nostro caso è sempre s.
Quanto abbiamo stabilito ci permette di scrivere una formuletta. I dati che rileviamo dalla fabbrica sono o, m, s, p.Vogliamo trovarne il rapporto al lavoro necessario, o’ (che si è visto come si calcola), del sopralavoro, e d’altra parte il rapporto del plusvalore alla spesa salari. Questi due rapporti verranno eguali:

L’ultima frazione si può scrivere per quel che abbiamo detto:

ossia i due rapporti che ci siamo proposti di determinare sono uguali. Chi non capisce la formula, capisce lo stesso che l’operaio è sfruttato dal padrone e che questa non è solo una affermazione approssimata e qualitativa, ma significa, con le parole di Marx: il saggio del plusvalore è la esatta espressione del grado in cui il capitale sfrutta la forza di lavoro.
Torniamo ora all’esempio Graziadei. Nel primo caso Graziadei ci dà la spesa salari, non per un operaio e un giorno, ma per unità di mese, in 90 centesimi, e il prezzo di vendita in 1 lira. Egli determina il sopralavoro e il saggio del plusvalore, a parte le mende materiali già fatte al suo calcoletto, proprio col metodo che abbiamo indicato: non ci fermiamo a verificarlo più a lungo. Ma, nel secondo caso, egli non si cura affatto di applicare il procedimento di calcolo, pur così evidente, ma butta tra le gambe al lettore la conclusione: il sopralavoro resta lo stesso. Invece ognun vede che, se il prezzo è cambiato, cambia tutto il risultato del calcolo. Con la spesa salari di centesimi 90 si ottiene un valore di prodotti 1.80? Si deve ora dire: il rapporto del sopralavoro al lavoro necessario è di

Nell’applicare la formuletta non abbiamo fatto che considerare tutti i termini divisi per la stessa quantità di m moltiplicato o, di cui m non è precisato nell’esempio, ma che lascia inalterato il rapporto. Cioè il lavoro necessario è diminuito, il sopralavoro è cresciuto, il loro rapporto è perfettamente uguale, anche in questo secondo caso, a quello trovato per il plusvalore.
Chi questo non veda attraverso le formule stabilite, lo intende dal criterio empirico accennato: saliti comunque i prezzi di vendita, se non ci fosse padrone, gli operai potrebbero benissimo, intascando lo stesso compenso giornaliero, ridurre notevolmente le ore di lavoro: la giornata lavorativa in questa ipotesi corrisponde a quello che si chiama lavoro necessario: tutte le ore in più sono sopralavoro, aumentato nel secondo caso, come è aumentato il profitto dell’imprenditore, e nella stessa ragione.
Graziadei non può certo contestare che il sopralavoro non si calcoli che dal prezzo di vendita, sia perché Marx così lo calcola, sia perché a lui stesso, a Graziadei, avendo fatto comodo di così calcolarlo nel primo esempio, corre obbligo di non cambiar metodo nel secondo. La pretesa insufficienza della teoria del plusvalore non sussiste per nulla.
La teoria del plusvalore colta in fallo?
La discussione può essere stata pedante; ma la abbiamo fatta più che altro per spiegare a chi non lo sapesse che cosa è la teoria del plusvalore, che si esprime in chiare leggi scientifiche, e non in astrazioni sul concetto di valore come Graziadei lamenta ad ogni passo. Perché noi conosciamo la obiezione: Marx sa che non vi è coincidenza completa tra valore di scambio e prezzo, e la sua supposizione che nella media il prezzo tenda al valore di scambio quale egli lo arriva a determinare partendo dal lavoro, non vige che per certe merci prodotte su scala colossale e nella ipotesi della piena applicazione della libera concorrenza. Per vedere che cosa valgono queste obiezioni, poniamo in rapporto la portata e lo «scopo» della teoria del plusvalore con i casi nei quali Graziadei si vanta di poterla cogliere in fallo.
Il magnifico, organico sistema della critica marxista all’economia borghese, come meglio mostreremo anche più oltre, suppone ad oggetto del suo studio un capitalismo «tipo» squisitamente sviluppato e dominante tutta la vita della produzione. Ciò non toglie che il metodo generale, e le sue leggi scientifiche, valgano nello stesso tempo a seguire il processo evolutivo del capitalismo e la sua coesistenza, come sempre si verifica in realtà, con gli altri tipi di economia sociale. L’analisi nella sua più semplice formulazione suppone un regime di aziende capitalistiche in piena «libera concorrenza» tra loro. La teoria del plusvalore dimostra che in questo regime il carattere essenziale del processo produttivo è la formazione di un profitto per i capitalisti tratto dal lavoro dei salariati. Marx stesso indica, naturalmente, che la sua teoria, riferita al tipo sociale medio di azienda, di produttività del lavoro, di bontà organizzativa dell’impresa, non serve a dare, direttamente, la misura dello sfruttamento operaio e del guadagno operaio in un singolo caso, potendo esservi per eccezione alla media, localmente e momentaneamente, una tale contingenza, per cui un capitalista perda invece di guadagnare, e un operaio sappia così ben fregare la disciplina della fabbrica da non produrre oltre il salario che riceve. Più ancora, la teoria non è stata fatta per dare, direttamente, ripetiamo, le misure dello sfruttamento e del guadagno in attività economiche a carattere precapitalistico, o misto di diversi tipi economici.
Diciamo di più: nell’analizzare il meccanismo del «regime» di economia capitalistica «normale», Marx, nel complesso della sua critica, vuole appunto giungere, e giunge, a dimostrare che un regime di normalità permanente è impossibile, e che il preteso gioco di compenso della libera concorrenza si risolve in ondate di crisi, che sconvolgono le quotazioni del plusvalore, determinano i fallimenti dei capitalisti e la disoccupazione degli operai … Probabilmente, nel complesso divenire della storia economica, non si troverà mai una azienda, nella pratica, che offra la esemplificazione matematica esatta della legge del plusvalore attraverso misurazioni immediate, su dati empirici.
Graziadei sfonda dunque porte apertissime con la serie delle sue curiosità giornalistiche su certi casi particolari di profitti di capitalisti e salariati, citando il fortunato compratore di un futuro suolo urbano, o la gola di Caruso.
Egli potrebbe citare anche il ladro professionale: tanto Marx gli ha già dimostrato nel Capitale che anche il frodare da parte di uno dei contraenti nella compravendita non causa produzione sociale di plusvalore, ma uno spostamento di appropriazione di un valore, che resta tutt’altro fenomeno.
Il processo di circolazione
Definite nel processo produttivo le leggi del plusvalore, Marx prosegue nello studio del processo di circolazione. Secondo Graziadei si tratta di inutile per quanto grandioso sforzo, contenuto nelle analisi del III e IV volume del Capitale. Si sa in quali condizioni questi sono giunti fino a noi e i materiali originali di Marx attendono forse ancora un altro Engels che abbia la possibilità di meglio rielaborarli … Ma noi non entriamo qui in questa discussione. È evidente, elementarmente, agli effetti delle leggi del plusvalore dimostrate pel processo di produzione, che le vicende della circolazione sul mercato, dove i prodotti della fabbrica capitalistica si incrociano in modo complicatissimo con altre forme di prodotti e di servizi, non possono inficiare l’analisi dello sfruttamento nella fabbrica a danno della classe salariata. Nella circolazione avvengono, tra buoni e cattivi affari, tra speculazioni, frodi, e dabbenaggine da parti opposte, delle complicate ed incrociantisi ondate di compenso nei valori, che lasciano vera la dottrina marxista sulla produzione capitalistica.
Noi per dimostrare la legge del plusvalore, e in linea più generale la teoria del valore di Marx, dobbiamo ricorrere all’esame di economie «tipo», e Marx lo avverte venti volte nella dimostrazione che si snoda come la spina dorsale della sua opera, il che non gli impedisce di mostrare una formidabile analitica erudizione in materia di storia e geografia economica e di scrivere pagine e capitoli descrittivi del capitalismo e di tutte le forme economiche. Il piano della sua opera principe, tracciato nella prefazione della Critica dell’Economia Politica,andava al di là dei limiti stessi dell’opera sul capitale, per trattare di: «capitale, proprietà fondiaria, salariato, Stato, commercio estero, mercato universale». Ma gli uomini che come Marx posseggono qualità eccelse nella analisi e nella sintesi, fanno a gran diritto epoca.
La teoria del valore ci spiega tutti i casi «tipici», «puri», del meccanismo produttivo. Supponiamo, non Robinson, che non è un «tipo» di economia riconoscibile frammisto ad altri e sceverabile dall’analisi scientifica nei suoi caratteri, ma una società di produttori individuali, ognuno dei quali possegga tutti gli strumenti occorrenti a produrre una data merce. Che cosa se non il lavoro, la misura di esso data dal suo tempo «medio», misurerà i valori di scambio, ossia i prezzi con cui si permuteranno quantità corrispondenti di merci? Naturalmente se sopravviene, sul mercato, la funzione di intermediari, speculatori, accaparratori, le cose si complicano, non nel senso che cessi di essere vera la teoria del valore, ma nel senso che le misure dirette dei prezzi non la verificano più immediatamente. Il primo capitalismo che appare è quello commerciale ed usurario; Marx dimostra perché deve essere, come forma spuria, escluso non dall’indagine con la guida della dottrina del plusvalore, ma dall’analisi che la teoria condusse a scoprire e che permette di ridimostrarla quando si voglia. Questa analisi prende ad esaminare la grande fabbrica, la produzione di merci su vasta scala. Essa dà risultati teorici intorno ai quali si aggireranno, con sufficiente approssimazione, le medie delle misurazioni che possiamo trarre dalle statistiche dei fenomeni economici e dei prezzi. Graziadei ammette questo ma aggiunge: finché dura il sistema della libera concorrenza.
Ecco la sua grande obiezione: i fenomeni del monopolio parziale e totale, ignoto o quasi a Marx che non conosceva lo sviluppo grandioso odierno dei sindacati, dei trust e dei cartelli, vengono a demolire la legge del plusvalore. Noi abbiamo dimostrato dove era l’errore nel calcoletto dell’esempio di Graziadei: traduciamo in termini per così dire storici la confutazione. Parliamo di un regime di sindacati o monopoli totali «esteso a tutta la produzione e caratterizzante tutta una società economica».
Questa è la sola maniera scientifica di tentare una dimostrazione che la teoria del valore cade in difetto. Ebbene, avverrà questo: ciò che fa l’industria per una data merce, aumentando grazie al monopolio i prezzi di vendita, a parità di costo di produzione, sia fatto per tutte le altre merci, in egual misura. Che cosa avverrà? Che ogni consumatore dovrà pagare, poniamo, il doppio, in media, tutto quanto acquista. E consideriamo quella gran massa di consumatori che sono i salariati: avverrà che il loro mantenimento costerà il doppio. Finché non sopravvengono altri fenomeni di crisi che qui non esaminiamo, che potrebbero tendere al raddoppiamento dei salari, cioè a riportare le cose al punto di prima, e comunque questa crisi si svolga, è chiaro questo: che, come avveniva nel nostro calcolo sull’esempio Graziadei, il saggio del plusvalore a beneficio dei capitalisti essendo aumentato, sarà diminuito il lavoro necessario e aumentato il sopralavoro degli operai nella stessa misura media.
Questo significa che vige la legge del plusvalore: tutto ilprofitto è lavoro non pagato ai salariati. Cioè avverrà lo stesso che avverrebbe se tutti i capitalisti potessero mettersi d’accordo a dimezzare il salario dei lavoratori, i prezzi dei generi restando fissi. Approfittando dell’equivoco che nasce dal considerare un solo ramo di industria sindacata e tutti gli altri liberi, Graziadei ha tirato fuori la trovata che per spiegare questo si deve pensare a un sovrapprezzo sui consumatori, che è veramente il suo capolavoro di preteso economista proletario!
Noi qui non accenniamo nemmeno alla effettiva applicazione del metodo di Marx e delle leggi sul valore e il plusvalore alla moderna fase del capitalismo. Kautsky, Hilferding, Luxemburg, hanno lavorato su questo terreno, e Lenin ha dedicato al problema il suo notissimo libro, per tacere degli altri. Noi restiamo su un terreno generale quanto elementare, per distruggere la pretesa dimostrazione di Graziadei che «a priori» si deve buttare via la teoria di Marx per capire qualcosa di tali fenomeni.
È ora, nella seconda parte del nostro studio, che vedremo un poco meglio che cosa significhi la tesi di Graziadei basata nella parte negativa su errori di applicazione della teoria che egli avversa, in quanto vuol eliminare dal campo della scienza economica ogni dottrina del valore, e conoscere solo l’andamento empirico dei dati economici perché ciò ha rapporto col quesito se, tolta che fosse di mezzo la dottrina marxista del valore, resti qualcosa di una critica economica, non pure marxista, ma socialista nel senso più lato.
Prima abbiamo cercato di provare che l’opinione di Graziadei è intrinsecamente sbagliata: ora vogliamo mostrare che è antimarxista e antiproletaria.