La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e materiale del comunismo Pt.2
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La critica economica marxista e il sistema di dottrine del comunismo
Dinanzi all’inaudita asserzione di chi dovrebbe essere uno dei teorici del Partito Comunista – e che in Italia sarebbe certamente uno dei meglio preparati a tal compito per cultura scientifica e acume di indagatore – che si possa accettare la critica storica e politica del capitalismo dataci da Marx, senza ritener per valida la teoria del plusvalore, e insomma tutta la critica economica del capitalismo, noi contrapponiamo l’affermazione che senza la parte economica il contenuto storico e politico del comunismo non si può reggere. E lo dimostriamo ricordando come la critica marxista si sia costruita e si costruisca nella coscienza del movimento comunista mondiale, e dei suoi fondatori.
Le origini e le basi del comunismo critico e l’economia borghese
Il marxismo comincia a sorgere come sistema critico all’indomani della grande rivoluzione borghese. Esso fa presto a fare giustizia delle dottrine filosofiche che per il nuovo regime sarebbero il trionfo della verità contro la fallacia e l’arbitrarietà delle filosofie teocratiche; e a ridere dei filosofemi metafisici della nuova teoria politica borghese sull’eguaglianza e la libertà.
Il marxismo, dottrina del proletariato, ha sott’occhio le prime informi proteste delle classi che il nuovo regime tiene sacrificate, le prime elucubrazioni socialistiche degli scrittori che denunziano la ingiustizia economica stridente sopravvissuta alla rivoluzione. La sua critica scende però dalle nuvole della morale sociale, per adottare un metodo rigorosamente scientifico e scoprire dove risiede l’inganno degli apologisti del regime borghese e liberale.
Il costruirsi di una coscienza politica del quarto stato avviene in quanto la base dell’indagine viene portata dal terreno filosofico, giuridico, morale a quello economico: in ciò sta la scoperta di Marx sul metodo del determinismo economico; in merito al quale strumento di indagine, ci piacerebbe sapere la opinione di Graziadei.
Portata l’attenzione sullo studio dei fatti economici, il marxismo tende a comprendere come la difesa dei criteri giuridici e politici borghesi significhi in effetti la difesa di un certo sistema di economia e di una certa classe sociale che di quel sistema è la beneficiaria. La scienza economica ufficiale, pur fornendo a Marx un lavoro scientifico che egli utilizzerà largamente, non dice nulla di simile, anzi nega energicamente una tale interpretazione. Ed il marxismo definisce invece la sua critica di tutta la dottrina politica e giuridica del Terzo Stato borghese, ponendone le basi nella critica dell’economia ufficiale classica. Vediamo come la scienza economica marxista si contrapponga alla prima e come solo in questa contrapposizione si possa vedere sorgere il concetto di classe, di lotta di classe, di avvicendamento rivoluzionario delle classi: concetti che muovono dallo studio delle forme di produzione e attraverso i quali soltanto si può arrivare a quel programma storico e politico del comunismo che Graziadei vuole invece accettare campato in aria e avulso dalle sue origini.
Che cosa sostiene, al tempo di Marx, e dopo ancora, malgrado nuovi paludamenti di armatura scientifica scrupolosa e complessa, la economia borghese? Non volendo conoscere opposte classi, neppure essa vuole riconoscere, nel groviglio dei fatti economici che si susseguono, lo sviluppo di date forme tipiche di economia le quali maturino e tramontino, e l’opposto valore dei rapporti economici per gli uomini – i «cittadini liberi ed eguali» – che si trovano in diverse condizioni rispetto all’impiego degli strumenti produttivi. Quindi l’economista classico si tiene alla continuità e analogia del fatto economico malgrado vicende storiche e politiche, si astiene il più che può dal formulare sistemi teorici di spiegazione di quanto avviene nel mondo economico, e limita la sua dottrina, dopo la registrazione dei fenomeni, alla apologia del modo col quale si svolgono e raggiungono il loro equilibrio, che asserisce sarà tanto migliore quanto più si «lascerà fare e lascerà passare», astenendosi da ogni intervento dei poteri pubblici, fidando sui vantaggi miracolosi della «libertà» degli atti economici.
Dove si verifica questa pretesa eguaglianza e libertà di tutti quelli che compiono atti economici? Sul mercato, nel campo dello scambio di merci, che diviene quindi il terreno centrale per la descrizione della economia. L’economia borghese, che deve evitare certi passaggi scottanti, tende ad essere naturalmente una scienza dei prezzi, una statistica del loro variare, e una apologia, che nelle forme moderne è solo divenuta più abile e prudente, delle leggi che ne assicurerebbero in modo provvidenziale e nell’interesse di tutti il più felice equilibrio. Stranamente vicina alle ostinate preoccupazioni di Graziadei, e sostenendo come lui, nella sola prima epoca meno scientificamente di lui, che la muove solo il desiderio di obiettività e di sicurezza positiva delle conclusioni, l’economia professata nell’interesse della borghesia vuole vedere solo i «liberi» compratori e venditori che vanno al mercato, colle stesse possibilità di guadagnare o perdere, se non colla certezza di fare tutti degli ottimi affari … Tutto essa riduce a una teoria dei prezzi, e tutt’al più dei «costi» come li può dedurre da altri fatti misurabili del mercato, cioè da semplici operazioni di addizione di altri prezzi. Le teorie del valore di questi economisti sono elucubrazioni senza senso, e ben presto essi verranno sul terreno della esclusione di ogni teoria del valore e di ogni intento di apologia palese, bastando ad essi di distrarre l’attenzione dai punti salienti, sviscerati invece senza pietà dalla economia rivoluzionaria di Marx.
L’economia conservatrice ragiona e calcola come Graziadei. Per l’imprenditore vi sarà l’insieme dei prezzi a cui compra, e il prezzo a cui rivende, maggiore, logicamente, se no non si troverebbero più dei cittadini che si disturbassero a fare da imprenditori, con grave danno della società … Quindi vi è il costo del lavoro, il costo del capitale (interesse), il costo delle materie prime, le spese di manutenzione, le quote di ammortamento … dall’altra parte il prezzo di vendita. Questo processo nulla ha di dissimile, secondo tale teoria, da un processo puramente commerciale, col suo prezzo di acquisto della merce e il prezzo di rivendita. Nell’uno e nell’altro caso questa dottrina, nella sua prudenza scientifica, non definisce che dei margini come differenze tra i costi e i prezzi ultimi di vendita: il cercare di più è delitto. Teoria dunque del prezzo: ma non nel senso che si possa indagare quali elementi hanno contribuito a formare questo prezzo finale, maggiore dei costi da cui si è partiti, perché allora si deve introdurre il concetto astratto di valore; tutt’al più si può fare una «storia dei prezzi» assumendo che questi sono funzione dei prezzi precedenti, o fabbricare teorie come quelle di Graziadei sul sovraprezzo, in cui sussiste l’equivoco fondamentale: il mercato fatto campo centrale dell’analisi, e la parità di trattamento al fatto puramente commerciale e a quello produttivo-industriale. Questo equivoco conserva tutto il suo valore reazionario, malgrado Graziadei vi aggiunga una secondaria teoria, ripetiamo solo qualitativa, del sopralavoro: e vedremo tosto il come.
L’analisi e la critica marxista
Ma si presenta Carlo Marx (per buona fortuna di Graziadei prima che questi avesse scritto il suo libretto) e a staffile brandito travolge questo edifizio di gesuitismo. Il Mercato, campo ove magicamente trionfano «Giustizia, Libertà, Eguaglianza e … Bentham (il famoso apologista della libera concorrenza)» è uno scenario che Marx fa subito crollare, dopo aver mostrato che bisogna spingere oltre l’esame e lo studio dei fatti, per intendere l’essenza e il divenire della vita economica. Le leggi della circolazione, per quanto la loro applicazione possa essere multiforme e complicata da mille fattori, non presentano difficoltà sostanziali e non contengono la chiave della quistione economica appunto in quanto la vogliamo porre a base di una interpretazione storica e politica. Che sul mercato si speculi, si frodi anche, si colgano bene o male dai singoli gli alti e bassi delle curve dei prezzi, non è cosa che ci dica ancora che di nuovo e di mutevole appaia, secondo grandi epoche e forme tipiche, nel quadro della economia umana. E Marx, fatto crollare il variopinto scenario, levato a nascondere la turpitudine del sistema borghese, si getta alla ricerca delle leggi della produzione; ecco che cosa bisogna intendere per le varie epoche che si prendono ad esaminare: come erano utilizzati gli strumenti produttivi, a seconda del loro sviluppo tecnico, e quali rapporti economici, e poi sociali e giuridici, si stabilivano tra gli uomini a seconda dei sistemi produttivi. Lasceremo così il campo magico del mercato commerciale per entrare, a seconda dei tempi, nel feudo ove curvo sotto lo staffile lavora il servo della gleba, nella bottega dell’artigiano, ed infine nel Sancta sanctorum del regime economico moderno: la fabbrica, per sviscerarne la vita con ben altro che le operazioni aritmetiche che decorano i libri della Ditta tenitrice dell’azienda.
Ne viene fuori una analisi del tutto nuova e originale, una teoria delle successive forme storiche di produzione, una teoria, in particolare, della forma capitalistico-industriale contemporanea, e in fine la conclusione che i filistei temono di veder apparire, la teoria della morte dell’economia capitalistica, il programma sociale dei suoi eredi: i proletari. Ed è questo il comunismo, non più pietistica o teoreticistica, secondo i casi, protesta morale, ma formidabile costruzione di certezza scientifica, arma perfezionata data in pugno alla futura classe vincitrice, che con essa muove alla demolizione di un mondo.
Carlo Marx mette da banda la quistione del profitto puramente usurario e commerciale, dopo aver dimostrato che con esso appare la prima forma storica embrionale del capitalismo e sottopone alla vivisezione il tipo di azienda capitalistica giunto a maturità perfetta: la produzione industriale moderna.
Non che Marx ignori o trascuri i particolari storici della evoluzione economica e il necessario coesistere, ad ogni epoca, dei vari tipi: anzi egli, dopo aver dimostrato in materia una cultura formidabile che toglie a chicchessia il poter tacciare lui e la sua scuola di semplicismo, annunzia come l’indagine delle effettive situazioni economiche si farà scientificamente quando si saranno ben precisate le leggi proprie di ogni tipo: e valga un mirabile esempio: l’analisi dell’attuale economia russa fatta da Lenin e da Trotzky a proposito del dibattito sulla nuova politica economica.
E Marx ci dà, nel Capitale, ma in realtà traccia fondamentalmente ancor prima, nel Manifesto, le leggi scientifiche che spiegano il meccanismo di produzione del capitalismo moderno, e i rapporti che lo caratterizzano. Il Capitale esce più tardi, solo perché preme a Marx di sistemare la materia in modo da confutare ogni obiezione, e fare la critica di tutti gli economisti più noti: lavoro enorme che gli riesce di compiere, in parte, dopo molti anni, solo perché deve dedicarsi alle quotidiane necessità della battaglia rivoluzionaria: né Marx era uomo da mettere in prima linea, nei momenti di tensione sociale e politica, la redazione del libro, pur trattandosi di «quel» libro … Ma fin dall’epoca del Manifesto la dottrina essenziale sulla produzione capitalistica è in piedi, nella sua ossatura destinata a sfidare le tempeste, tra le quali non vorremmo comprendere la critica del nostro Graziadei. Marx stesso, ed Engels, fanno in molti testi la storia della formazione delle loro opinioni. Valga questo a confutare la piramidale asserzione di Graziadei, in una delle arrabbiate difese del suo libro, che Marx codificò nel Manifesto il programma comunista, prima di aver abbracciato le opinioni contenute nel Capitale in materia di scienza economica.
L’introduzione del concetto di valore
Tornando all’argomento, noi troviamo nell’opera di Marx la esposizione delle leggi scientifiche che ci permettono di intendere il processo capitalistico di produzione. Per potere dare forma a queste leggi, che devono poi servire da punto di partenza allo studio della evoluzione storica del capitalismo (sua origine, suo incrociarsi con altre forme economiche, sua decadenza, natura delle forme che ad esso succederanno), si tiene conto naturalmente dei dati misurabili, che sono, insieme ai vari prezzi, le quantità di mercanzia, i tempi di lavoro, ecc., ma, come in ogni teoria deve farsi, e può farsi con molteplici modi e terminologia, si introducono nuove quantità non misurabili, ma definite nella loro misura per rapporto a quelle misurabili. Nel sistema di leggi di Marx possiamo quindi parlare con piena sicurezza scientifica di Valore e misura del valore. Forse si potrebbe esporre la stessa teoria, e le stesse leggi matematiche, senza usare la parola valore, e anche adoperando un’altra quantità «derivata» che non sia il valore: restando lo stesso il contenuto della descrizione del processo in esame.
Dire che parlare di valore è una arbitrarietà metafisica, poiché il valore non si vede o non si pesa, significa solo non capire nulla di metodo della scienza sperimentale e di storia del metodo scientifico. Ogni nuova teoria, anche in quanto potrà essere superata da una ulteriore più completa, che senza escluderla la abbracci, ma soprattutto in quanto demolisce e seppellisce le teorie errate anteriori, introduce nuove definizioni di quantità che compaiono nelle sue leggi, e che non sono suscettibili di misura empirica immediata. Le obiezioni contro i filosofeggiamenti morali e psicologici sul valore nulla intaccano della maniera logica e sperimentale con la quale Marx lo introduce, come ponte tra precisi punti di partenza e di arrivo. Ad esempio la teoria della gravitazione di Newton-Galileo, che decisamente prevalse nelle sue applicazioni all’astronomia sulle dottrine aristoteliche, fa un così gigantesco passo innanzi perché introduce il concetto di massa, sebbene la massa non si misuri e, se così piace ai filosofi, «non esista», mentre noi possiamo fare solo, sui fenomeni meccanici, misurazioni di distanze, tempi, e forze (i pesi che misuriamo essendo forze e non masse). Ora noi possiamo costruire la Meccanica Newtoniana partendo da una definizione della massa, come unità fondamentale insieme al tempo e allo spazio: possiamo, come lusso teorico, basare la deduzione su una definizione della unità forza e dedurne le leggi che contengono la massa, si può forse oggi con i nuovi ritrovati sui legami tra massa ed energia (unità derivata dalle precedenti nel vecchio sistema) esporre una Meccanica in cui si elimini una di quelle unità fondamentali: tutto ciò non colpisce la validità dei rapporti definiti dalla legge di Newton, in quanto quadrano mirabilmente sulle misurazioni fatte nel campo della esperienza, come classicamente spiegarono le leggi che Keplero aveva dedotte, per il movimento dei pianeti, dalle misurazioni di Tycho Brahe. Accenniamo per i curiosi che tale nostro argomento, scelto a caso nel campo della scienza, non è inficiato dalla eventuale verità delle più moderne teorie gravitazionali, senza insistere su questo.
Che vi è di antiscientifico nella introduzione del valore, per analogia, se vogliamo, ad una «massa economica»? Noi possiamo dire, non esigendo approssimazioni del grado di quelle necessarie nelle scienze fisiche, che prendiamo i prezzi medi come misure del valore (di scambio), trascurando certe oscillazioni dovute a fatti della circolazione, così come nella pratica misuriamo le masse dai pesi dei corpi alla superficie terrestre, pur sapendo che massa e peso sono cose diversissime, per il gioco che hanno sulle nostre leggi, e che il grammo massa non ha il peso di un grammo, ma un peso lievemente diverso secondo la località e anche secondo il tempo.
Non meno antiscientifico sarebbe contestare a Marx il diritto di tenersi, in quella analisi generale che mira a trovare le leggi del processo produttivo capitalistico, ad un caso tipico, e altrettanto per le altre forme economiche. Il biologo a buon diritto, e soprattutto perché non ne potrebbe fare a meno nella ricerca di quanto più si approssima alla verità scientifica, parla di specie, pur sostenendo che lentamente si evolvono l’una nell’altra; e il geologo deve per necessità tracciarci la «serie dei terreni», come si dovrebbero incontrare dal basso in alto e nella successione delle epoche, pur essendo indiscutibile che in ogni epoca coesistettero nella crosta terrestre svariatissime formazioni, e che nella pratica non troveremo mai negli scavi e nei sondaggi una stratificazione in tutto corrispondente alla serie tipo, potendo comunque variare le coesistenze e le lacune della successione.
La introduzione della quantità valore serve a Marx per formulare nella maniera più suggestiva le sue leggi. Potrebbe essere mutata la foggia della sua esposizione, e contro di essa si può parlare in nome della pretesa e ipocrita imparzialità dello scienziato: quanto a noi ce ne stiamo allo stile di Marx, perfettamente a posto in una trattazione scientifica, che è anche una battaglia rivoluzionaria; e tanto meglio se una tale forma urta le suscettibilità avversarie.
Dalla teoria del plusvalore al programma del comunismo
Il concetto di valore serve a Marx per stabilire la facile relazione che il valore è proporzionale al tempo di lavoro «medio sociale» occorrente alla produzione di una data mercanzia. Questo permette di analizzare che cosa avviene nella fabbrica, dissipando il volenteroso equivoco sul valore che già aveva la materia prima entrata nel ciclo produttivo. Ridotto tale valore iniziale teoreticamente a tempo di lavoro, ci riesce possibile eliminare questa costante al principio e alla fine del processo, e concludere che la mercanzia lavorata ha subìto un aumento di valore, e quindi di suscettibilità di aver prezzo sul mercato, il cui apporto è dato dal tempo di lavoro umano che vi si è attualmente «immagazzinato». Ora, e qui non facciamo che ripetere quanto abbiamo detto nella prima parte e quanto dice Marx, il fatto sostanziale è che tale aumento di valore è più grande del corrispondente salario dato agli operai. Ossia la caratteristica del sistema salariato è il fatto che il salario del lavoro è al di sotto del suo valore, ossia del valore che quel dato lavoro apporta alle merci. La introduzione del valore ci permette di stabilire la legge numerica dell’eccedenza in quistione. Si potrebbe variare all’infinito il frasario e la presentazione del fatto, e Marx scelse come più suggestive le definizioni derivate di lavoro necessario, ossia tempo di lavoro in cui si produce un valore equivalente al salario, e di sopralavoro, ossia tempo di lavoro in eccedenza, in cui gli operai lavorano per il padrone e non per se stessi. Si può introdurre la definizione della forza di lavoro degli operai, ossia della merce che il capitalista acquista con il salario, per dire quindi che questa merce è la sola che il capitalista trova sul mercato dotata della qualità di non trasmettere puramente al prodotto il suo costo, come valore, ma di trasmettergli l’aumento del valore che al capitalista preme per realizzare il suo guadagno. Nulla in tutto questo vi è di arbitrario o di scientificamente illegittimo; sono diverse formulazioni che tendono a stabilire la medesima legge: lo stesso rapporto misura il saggio del plusvalore da cui dipende il profitto del capitalista, e il grado di sfruttamento del lavoro dei salariati.
Il succo sta in questa fondamentale asserzione: il margine che si realizza sul costo della mano d’opera (forza di lavoro) è una cosa ben diversa dai margini occasionali scaturiti sul costo delle materie prime o, se si vuole considerare il capitalista diviso dall’imprenditore, dei capitali, ecc. Questi nuovi margini nel fenomeno medio si compensano e si annullano: resta in piedi la eccedenza estorta dal lavoro umano, chiave di volta del mistero. Che la cosa possa esporsi in vari modi non è, come qualche stenterello potrebbe credere, un nostro ripiego, ma una pura considerazione di metodo scientifico: ad esempio Marx stesso dà varie formulazioni dello stesso fenomeno, laddove (Capitale, Vol. I, Cap. VII, N° 2) mostra come si può convenzionalmente esprimere il valore e il plusvalore in parti proporzionali del prodotto, o in parti proporzionali della giornata di lavoro, senza con questo voler dire che materialmente una parte del prodotto sia uscita dal lavoro dell’operaio e un’altra no, o che in un certo momento l’operaio sia libero e in un altro sfruttato, ecc.
Che cosa sorga da questa asserzione che il profitto del capitalista nel regime industriale moderno è tutto misurato dallo sfruttamento del lavoro operaio, in senso matematico quantitativo, e non come vaga asserzione qualitativa, è semplicemente una cosa: il programma rivoluzionario comunista. Solo per questa via vi si può arrivare.
Come storicamente avvenga il superamento del capitalismo, lo si dimostra con una lunga analisi di un grande complesso di fatti, illuminata dalle anzidette leggi fondamentali. Anzitutto è chiaro come il capitalismo tenda ad assorbire tutte le forme economiche più arretrate nel vortice del rinnovamento di valore di cui ogni momento della produzione industriale è un fattore molecolare. Come separa Graziadei da queste dimostrazioni le mirabili pagine del Manifesto sulla missione storica rivoluzionaria della borghesia moderna? Vengono quindi le leggi del divenire capitalistico, delle sue crisi, della inevitabile sua catastrofe: anche questo Graziadei condanna, e promette di farne giustizia in altro libro. Senza deviare in una discussione a tal proposito, che pure è di grande importanza, notiamo che Graziadei recide così un altro grande anello della catena logica che arriva a quel programma comunista che egli assume di accettare. In ultimo, la dimostrazione della possibilità (ove esistano le condizioni mondiali della produzione capitalistica, con la sua divisione del lavoro e separazione del lavoratore dallo strumento produttivo) di una economia collettivista, senza privati imprenditori, si adagia tutta sulla dimostrazione critica che tutto il profitto capitalistico, tutta la massa delle energie sociali utili, hanno origine nel lavoro dei salariati.
Nella dialettica marxista ogni conquista della critica al regime presente corrisponde ad un postulato del movimento rivoluzionario. Le mirabili pagine del marxismo sul modo di concepire una economia comunistica, specie in risposta alle tante equivoche predizioni socialistoidi, ad esempio lassalliane, vivono di questo legame, tra la solida critica del presente e la preparazione rivoluzionaria del domani. Sulla distinzione basilare tra margini della produzione industriale e margini della pura intrapresa commerciale speculativa, si poggia la previsione che in regime collettivo avanzato una grande schiera di servizi saranno gratuiti, e non commisurati da prezzo; cosa in cui Graziadei non crede, come forse dirà in un libro del prossimo decennio, dimostrando così di non essere un socialista dal punto di vista economico.
È certo che allora il proletariato sarà rivoluzionariamente capace quando sarà convinto che la impalcatura del capitalismo è puramente parassitistica, e saprà quali parti dell’assetto economico che lo opprime devono crollare totalmente. La economia antirivoluzionaria cerca di stabilire che nel mondo capitalistico il meccanismo produttivo ha altre necessità che non sono la estorsione del plusvalore: questo basta a rendere problematico il suo abbattimento e la continuazione della produzione dopo di esso, anche se si concede che esista un fenomeno da chiamarsi prudentemente del sopralavoro, comune a tutti i sistemi economici, ma spesso sopraffatto nelle conseguenze dai processi dei costi e dei prezzi, e tanto più secondario quanto più si modernizzerebbe nelle ultime forme il capitalismo …. Questa tesi è un’apologia come un’altra, più abile di un’altra, della economia borghese.
Quanto alla concezione politico-storica comunista, essa non è meno collegata alla critica economica. La scoperta del contrasto delle forme di produzione colle forze produttive, da cui sorgono i conflitti di classe e le rivoluzioni, è un risultato di quella analisi colla quale soltanto il marxismo può individuare e distinguere le varie forme economiche, e sopra tutte il capitalismo. I concetti di conquista violenta del potere e di dittatura proletaria sono derivati da quello di una crisi catastrofica del capitalismo, inerente alla sua stessa natura economica, di uno sfruttamento esasperato delle masse. Nessuna parte del programma comunista avrebbe trovata origine storica senza l’impiego dell’arma della critica proletaria contro le menzogne dei difensori dell’ordine borghese.
Marxismo e scienza economica ufficiale
La critica economica di Marx stabilisce dunque in modo completo il legame tra le dottrine della economia liberale e gli interessi di classe dei capitalisti: anzi spiega tutta la filosofia borghese come una traduzione della immaginaria eguaglianza sul mercato dell’individuo borghese, della finzione che ogni cittadino sia «una ditta» e una azienda economica, mentre in realtà la massa dei liberi cittadini resta sempre più diseredata e sfruttata. Di più, nella prefazione al Capitale, Marx, nel fare la storia della economia classica, dice che dal momento in cui il contrasto tra gli interessi borghesi e quelli proletari si delinea, non vi può più essere pei borghesi una vera scienza economica, ma solo la difesa ufficiale del sistema capitalistico. Solo il proletariato è libero dai legami che impediscono alla verità scientifica di farsi strada nel campo arroventato della economia.
Per un marxista i tentativi di revisione come quello di Graziadei non significano che una concessione, se non un ritorno alle esigenze dell’antiscientifica economia ufficiale; concessioni in tanto più pericolose in quanto recano la firma di militanti comunisti. Il riavvicinamento alla maniera borghese di affrontare l’indagine economico-sociale, in contrasto a quanto ha il marxismo di più rivoluzionariamente fecondo, crediamo di averlo mostrato in modo indubbio.
È deplorevole che vi siano compagni che valutano i pretesi portati della moderna scienza economica universitaria e accademica dimenticando l’elementare avvertimento del nostro Maestro, e che si lasciano ingannare dalla ostentata imparzialità e fredda obiettività scientifica nel lavoro pettegolo di registrazione statistica, che non è che l’ultima truccatura del tentativo di chiudere la via alle conclusioni rivoluzionarie della vera scienza economica, trattate, ad esempio da Pareto, come apriorismi sentimentali o metafisici. Chi cade in simile tranello non è degno di essere considerato un marxista comunista più del povero nostro Berti, che si entusiasma alle pagine di Graziadei, e arriva a parlare dei nuovi orizzonti del «criticismo marxista», cresciuto a scuola dei trattatisti borghesi in voga, e tenuto a battesimo da Graziadei … e non si accorge che si tratta dei soliti orizzonti, dal raggio notoriamente assai limitato, del vecchio e repugnante … onanismo antimarxista.
Nell’ultima parte del nostro scritterello verremo a cercare il senso della straordinaria pretesa di Graziadei di salvare, dopo tutto lo scempio della economia socialistica, il programma politico comunista.