Partito Comunista Internazionale

La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e materiale del comunismo Pt.3

Categorie: Economic Works, Opportunism

Il neo revisionismo di Graziadei ovvero il comunismo della sesta giornata

Marx ha studiato le condizioni tipiche della economia capitalistica e, trovandosi per di più di fronte a coloro che nella libera concorrenza ponevano il più certo presidio della eternità del regime capitalistico, ha dato le leggi di uno sviluppo tipico dell’epoca capitalistica, quali possono essere dedotte dalla ipotesi della piena libera concorrenza sui mercati. Ma Marx sapeva di fare opera di critico e di polemista politico, non di profeta, o si riservava di addivenire in altra sua opera allo studio più particolareggiato dell’effettivo svolgersi del regime capitalistico sotto l’influenza di tutti gli altri fattori storici e sociali non puramente capitalistici. Questo non andrebbe dimenticato da Graziadei nei suoi ulteriori libri contro Marx.

La stessa coscienza di classe del proletariato, il cui sviluppo è stato accelerato dalle scoperte della dottrina marxista, conduce dapprima ad alterare le condizioni tipiche della libera concorrenza, poiché il sorgere dei sindacati operai, eliminando la completa libertà sul mercato della manodopera, obbliga i capitalisti a tenere più alti i salari e rallenta in un certo senso la accumulazione capitalistica e il depauperamento proletario.

Dall’altra parte il capitalismo risponde a questo coll’abbandonare a sua volta il puro terreno della autonomia delle aziende private in concorrenza, per addivenire alla costituzione dei sindacati e dei cartelli di cui tanto parla Graziadei, e porsi sulla via dell’imperialismo coloniale e militare.

Che questo complesso sviluppo si possa studiare assai bene tenendo ferme le leggi fondamentali dell’economia di Marx, lo si vede, per restare sul terreno delle considerazioni più sommarie, dal fatto che lo sbocco dello svolgimento capitalistico si è presentato quale Marx lo vedeva, nell’acutizzarsi del conflitto di classe, e la stessa prospettiva programmatica comunista ha avuta una prima grande realizzazione nella rivoluzione russa e nel modo col quale essa si è svolta. Che la storia abbia confermato Marx in politica, e lo abbia smentito in economia, appare assurdo, quando Marx dedusse il suo sistema di conclusioni storiche e programmatiche dalla critica economica, come abbiamo già detto. Qui vogliamo aggiungere solo questo argomento, che vorrebbe più ampia trattazione: che una smentita a Marx non poteva venire dalla applicazione della sua critica a forme economiche di capitalismo non concorrentistico, in quanto Marx si era voluto porre nella condizione critica e quindi di battaglia polemico-politica più sfavorevole, prendendo a considerazione un capitalismo conforme alle condizioni volute dai teorici apologisti del liberismo.

Col rinunziare ai suggerimenti della sua scuola economica, lungi dal dedicarsi a … smentire Marx, il capitalismo mostra di sentire la verità della critica socialistica e di abbandonare teoreticamente e praticamente importanti posizioni conservatrici. Il passaggio ai fenomeni di monopolio è pregiudizialmente una vittoria della critica comunista ed una confessione di decadenza del capitalismo. E questa non è una nostra elucubrazione, in quanto corrisponde alla tesi dell’Internazionale Comunista che il capitalismo, avendo dovuto nella guerra adottare forme di controllo statale dell’economia, e nel dopoguerra tentare di stabilire un controllo centrale della produzione mondiale, dimostra giunta l’ora dell’organizzazione centrale della produzione, che il proletariato deve con la rivoluzione politica giungere a togliere alle potenze borghesi.

Graziadei, il quale pretende di accettare la parte “storica” del marxismo, capovolge intanto la concezione marxista della storia economica. L’ultima tappa del capitalismo, che mostra così evidentemente la giustezza della conclusione rivoluzionaria sulla necessità del passaggio dalla economia privata alla economia considerata affare collettivo e pubblico, suggerisce a Graziadei di sopravalutare il compito del capitale commerciale rispetto a quello industriale, di presentare il profitto dei capitalisti come tratto da un Sovraprezzo sui consumatori (questo è il capolavoro del nostro autore …) nelle pure influenze sulla quotazione di compravendita del mercato. La storia economica del capitalismo come la vede Marx è capovolta: egli infatti vedeva nella forma commerciale una forma iniziale e arretrata del capitalismo, e nel suo aspetto industriale sempre grandeggiante e concentrante masse di lavoratori il presupposto dell’avanzata verso il collettivismo. Come si vede, logicamente, dietro la parte economica anche la parte storica del marxismo se ne va alla deriva.

Che cosa dunque Graziadei pretende di accettare tuttora del comunismo di Marx, ossia del solo comunismo concepibile?

Evidentemente per parte storico-politica del marxismo Graziadei intende, staccandola da tutto il resto (e non sognandosi di dirci come la si farà nascere dalla teoria … del sovrapprezzo, che tutt’al più ci presenterebbe la eventualità di una crociata piccolo-borghese di consumatori e di cooperatori …) la tesi che il proletariato farà bene ad adoperare la violenza per conquistare il potere e ad instaurare un regime di dittatura. Graziadei insomma accetta, bontà sua, la critica della democrazia come mezzo di lotta proletaria, o almeno come strumento del potere proletario, e la critica del pacifismo umanitario.

Il revisioniamo di Graziadei dunque differisce, lo riconosciamo subito, dal revisionismo classico di Bernstein, in una cosa importante: come questo, butta via tutta la teoria di Marx sul plusvalore e sullo svolgimento storico del capitalismo, ma non ne conclude che il proletariato debba per questo rinunziare alla rivoluzione e attendere per migliorare la sua situazione il lento evolversi progressivo della società borghese, utilizzando per la sua affermazione politica la democrazia elettiva.

Ma Bernstein era più logico, perché capiva come da quella spietata critica economica si potesse e dovesse arrivare al concetto di rivoluzione violenta e dittatura operaia, e quindi rinunziando alla premessa cadeva la conseguenza: per Graziadei la conseguenza vive al di fuori delle premesse.

Noi non facciamo il processo ora alle individuali intenzioni di Graziadei, ma ci chiediamo che cosa potrebbe rispecchiare, ove tendesse a diffondersi, il suo sistema di opinioni. Su questa via di indagine ci spingono altri esempi. Lenin, quando confutò la tesi di quei marxisti russi che pretendevano staccare il socialismo dalle sue basi materialiste e costruirlo su una nuova concezione filosofica idealistica, non solo demolì questa tesi in se stessa, ma dimostrò come quello stato d’animo proclive al misticismo derivasse dalla situazione di disfatta e scoramento in cui il partito russo si trovava dopo il 1905.

Ora ecco che cosa noi pensiamo, non di Graziadei, ma di un indirizzo come quello che egli prospetta quale risultato dei suoi studi di economista, e non ci vogliamo certo per questo paragonare a Lenin …

Non occorre un grande sforzo per arrivare a giustificare teoreticamente la violenza politica e la dittatura e il terrore rivoluzionario. Nel campo proletario, è vero che queste tesi sono le più importanti tra quelle che distinguono noi comunisti dai falsificatori socialdemocratici, opportunisti, del marxismo. Ma in generale, riguardando tutti i campi politici, e tutto lo svolgimento storico, si tratta di verità banali, che tutte le rivoluzioni hanno confermato, e che la pratica di tutti i partiti ricalca in certe situazioni.

La borghesia stessa ha conquistato il potere colle armi e lo ha difeso col terrore. Poi ha proclamato che cessava la necessità di ogni analoga catastrofe, volta contro i vincitori di allora: ma in questo non ha fatto che ricalcare le orme di tutte le classi giunte a conquistarsi il potere …. I democratici attuali, e gli stessi socialdemocratici, come in Germania e altrove, non hanno esitato ad impiegare in dati momenti la forza delle armi e la sopraffazione per difendere il loro potere da attacchi rivoluzionari, come non escluderebbero di toglierlo per tal guisa a una borghesia che distruggesse ogni garanzia di liberalismo politico: salvo in pratica a trovar modo di fare i bassi servizi anche a una tal classe dominante. E infine vi è oggi tutto il movimento fascista che apertamente proclama e giustifica l’uso della violenza e la dittatura: da destra s’intende. In tutti questi casi vediamo che costa poco sforzo la tesi che per rompere le corna agli avversari non è il caso di tenersi alle omelie pacifiste e agli scrupoli legali.

Questa tesi fa parte anche delle nostre, con tanta maggiore sincerità e logica che per tutti gli altri: ma essa non basta a definire il comunismo. Anzitutto questo prevede che le condizioni poste dalla vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice condurranno in una certa epoca ad un regime di convivenza sociale assolutamente pacifica e senza contrasti di classe, e colla soppressione delle differenze di classe aboliranno non solo ogni dittatura, ma ogni forma di Stato.

Ed inoltre la origine storica delle forze che il comunismo considera come realizzatrici del processo rivoluzionario è strettamente legata alla situazione della classe oppressa sotto il capitalismo, all’obiettivo di eliminare lo sfruttamento del salariato, alla costituzione del partito di classe dei lavoratori in tutti i paesi.

Questo processo di formazione delle armate e dei poteri che maneggeranno la violenza e la dittatura rivoluzionaria non si può separare dalla lotta contro il capitalismo e dai postulati della demolizione critica di tutte le sue manifestazioni.

Separare queste parti della costruzione comunista vuol dire esporsi a dare ragione, in nome del diritto del più forte, ad ogni banda di predoni che possa per fortunate circostanze arrivare al potere, o a fornire a questa degli argomenti giustificativi, anzitutto superflui, e in secondo luogo fritti e rifritti, da quando Machiavelli ebbe il coraggio di confessare per iscritto quello che tutti gli uomini dei partiti di governo pensano e praticano. Ma il partito del proletariato pensa e pratica qualcosa di più di costoro, se pure è pronto a non lasciarseli indietro nella decisione a colpire l’avversario. La politica del proletariato resta definita dai suoi mezzi, ma anche e soprattutto dai suoi fini: come è erroneo staccare il fine socialista dai mezzi rivoluzionari o collocarlo alla fine di lunghe pratiche pacifiche e legali, così è altrettanto erroneo svalutare le finalità socialistiche, la cui conoscenza e valutazione è in rapporto diretto coi colpi che la nostra critica assesta all’economia borghese, per attribuire valore decisivo ai soli mezzi, e quasi alla esteriorità della loro tecnica.

Graziadei arriva al di là di quei socialisti tradizionali che un bel giorno si sono svegliati schiavi di sciocche, bambinesche formule umanitarie e democratiche. Egli è, ci si permetta l’espressione nel suo buon senso, abbastanza cinico da non lagrimare come un Turati sui violati diritti delle minoranze e la disonorata civiltà dei costumi. Ma la sua attitudine di fronte a tutta la costruzione unitaria del marxismo rivoluzionario ci dimostra come il suo pensiero non aiuta e non segue lo sforzo mirabile della classe rivoluzionaria, da quando, non ricca ancora di moderni mezzi bellici e di organizzati poteri, nei primi gruppi precorritori tenta e saggia le mura implacabili della fortificazione capitalistica.

Per Graziadei il proletariato avrà ragione, avrà avuto ragione di vincere non risparmiando il nemico: ma avrà avuto torto quando, spezzando faticosamente pregiudizi e menzogne ufficiali, contro l’irrisione degli «scientifici», traeva dalla critica al regime avverso i materiali per costruire il suo avvenire.

La posizione di Graziadei è insostenibile. Noi non lo vogliamo offendere, ma solo dire che il suo stato d’animo, ove fosse di natura collettiva, ci apparirebbe come quello dei comunisti che sono tali a rivoluzione avvenuta. Ecco perché vogliamo chiamare il suo revisioniamo il «comunismo della sesta giornata».

Esiste il pericolo che sorgano di tali comunisti, da quando una grande rivoluzione comunista ha trionfato malgrado le ironie e lo scetticismo di costoro in altri tempi. Questi revisionisti potrebbero divenire i parassiti della ormai assicurata vittoria di tale rivoluzione, e su di essa agire perniciosamente.

Ammirare i bolscevichi perché hanno saputo non farsi legare le mani da esitazioni imbecilli nel momento in cui bisognava colpire senza esclusioni cavalleresche, e congratularsi seco loro, è forse qualcosa, ma si riduce a niente quando si vuole poggiarsi un poco su quegli allori, ma non ripromettersi di seguire la via che seguivano i bolscevichi stessi negli anni terribili, quando ogni costruzione teorica e organizzativa costava una battaglia spesso sanguinosa, e la desolazione si stendeva spesso intorno alle grandi figure dei loro capi.

lo critico il compagno Graziadei solo per questo: per aver fornito armi teoriche a chi volesse con sì poca fatica meritare di assidersi tra le prime schiere vincitrici del proletariato.

Lo scetticismo in veste di cacadubbismo scientifico, e la parvità di spirito che si mostra nel preoccuparsi di non apparire «sorpassati» secondo le mode banali della scienza accademica, sono troppo lontani da quella disposizione alle lotte implacabili da cui noi dobbiamo trarre l’apologia della violenza e della dittatura rossa, gridata non dalle torri del Kremlino gloriosamente conquistate al proletariato, ma dalle non meno gloriose posizioni tenute malagevolmente in faccia alla tracotanza dell’avversario tuttora dominante.

Perché quello del proletariato che stroncherà gli ostacoli sulla via che mena alla società nuova, non sarà il cinismo alla Machiavelli né l’egoismo di una vittoria occasionale che possa aver nome da partiti o, da capi, bensì la forza cosciente di una classe giunta allo sbocco che si tracciò nella sua coscienza attraverso anni di sofferenze e di ribellioni, attraverso esperienze ed insegnamenti che le dettarono il diritto e il dovere, se si vuole, ma soprattutto la necessità reale e scientificamente sentita di percorrere quella via che conduce alla conquista dell’avvenire, come negazione rivoluzionaria di tutto il turpe presente. Potrebbe passare attorno a noi ancora una volta la raffica della sconfitta a toglierci ogni palpabile punto di appoggio nelle posizioni già guadagnate: non per questo dovrebbe venir meno nel nucleo più fedele delle nostre schiere la preparazione ideale e materiale alla lotta da rinnovare incessantemente. Perciò noi vogliamo radicata la nostra convinzione della bontà delle armi che impugneremo senza esitare, sulle basi della costruzione critica che ad essa ci condusse, sviscerando la natura della società borghese e del suo necessario soccombere fin da quando essa appariva una imprendibile e inviolabile fortezza. E ci pare che l’attitudine del compagno Graziadei, che modestamente troviamo errata nel suo contenuto intrinseco di discussione scientifica, equivalga politicamente ad un rivoluzionarismo spurio e sospetto, non alieno da pericoli ove si alimentasse tra gli elementi più deboli e accomodanti della nostra milizia.

Ad altri stabilire, dopo tutto questo, se sia accettabile la dichiarazione di Graziadei, che la appartenenza ad un partito comunista non lo impegni oltre la accettazione del programma svolto nel «manifesto dei comunisti», al quale del resto lo consideriamo infedele per lati molto importanti. Il torto qui non può essere tutto di Graziadei, ma anche di quell’indirizzo cui paiono incomode le troppo scrupolose e definite codificazioni programmatiche delle dottrine di cui consiste il comunismo; precisazioni che sono invece per chi scrive una vitale necessità del movimento, se questo non vuole trovarsi in certi momenti, tra altri gravi inconvenienti, in condizione di far passare come i suoi esponenti più ortodossi proprio quelli che ne stanno in equilibrio molto instabile sui margini estremi.