Gli avvenimenti di Bologna e l’unità del Partito
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI
Quanto avviene a Bologna – e non ci spingiamo per ora, per evidenti ragioni di riserbo, che ad un semplice accenno -, con il contegno audacemente aggressivo della borghesia, nelle sue organizzazioni regolari e irregolari (questura e fascisti), può venire e viene sfruttato come un argomento a pro della tesi unitaria. Siamo assaliti, stringiamoci per difenderci.
Ecco una valutazione perfettamente sbagliata, anzi capovolta, di una eloquente lezione difatti. L’unità del partito c’è infatti ancora, essa è stata completa nella campagna elettorale, e la difesa fallisce.
Perché? Appunto perché l’unità formale, se può essere un fronte unico per le conquiste elettorali, non lo è per l’azione diretta, pur difensiva; figuriamoci poi quando fosse offensiva!!
Il partito, costituito ed allenato per le tradizionali azioni pacifiche, mostra la sua inconsistenza in situazioni che superino quello stadio e presentino altre necessità.
Dopo la vittoria amministrativa, facilissima, non seriamente contrastata, le nuove circostanze create dall’aggressione borghese dissolvono il partito e mostrano la debolezza del meccanismo che esso possiede per chiamare attorno a sé le masse, che pur lo seguirono con entusiasmo nelle elezioni. E ciò sebbene la necessità della violenza non risulti da concezioni, direi quasi aprioristiche, sulla necessità del suo impiego, ma dalla iniziativa avversaria, dopo che il metodo pacifico è stato adottato e ci ha dato, anche dal punto di vista democratico, piena ragione.
Assistiamo così ad un doloroso disgregamento. Badiamo: come non facciamo rampogne a persone, così osserviamo che il fenomeno non è personale. Può avere mollato il destro come il sinistro (2). Ma ne scaturisce l’insegnamento che la convivenza di destri e sinistri è fatale.
Quando avremo un partito omogeneo e compatto, di elementi fautori della azione violenta difensiva ed offensiva – che la preparino idealmente e materialmente in pieno accordo e con piena coscienza, evitando sorprese e ritirate postume – o non prenderemo il comune, ad esempio, di Bologna, perché saremo pochi, o quando lo prenderemo sapremo e potremo tenerlo con la forza, o anche non prendendolo con la scheda verrà il giorno che lo prenderemo coi mezzi con cui oggi i fascisti ce lo hanno portato via, dandoci una proficua lezione.
Cattivo rimedio a quanto avviene a Bologna è stata anche quella azione parlamentare, che si è voluta sfruttare a scopo di montature unitarie. Turati non ha parlato a caso nel minacciare lo sciopero dei comuni (3). Quale migliore fedeltà alle sue vedute socialdemocratiche? Se infatti i comuni fossero stati presi e tenuti secondo la tesi di Mosca, cioè per servire di punti d’appoggio rivoluzionari, la borghesia dovrebbe aver piacere che noi li abbandonassimo. Se si può dai riformisti affacciare ciò come una minaccia, è perché in realtà l’attività comunale del partito è tuttora quella di un partilo socialdemocratico, che contribuisce alla vita del regime borghese anziché al suo disgregamento.
Turati ha tuonato, minacciando, ed anche in ciò non ha fatto concessioni: ne hanno fatta una a lui le altre tendenze, non ricordando che il riformismo si è mostrato sempre disposto ad essere violento quando doveva difendere la forma ed il principio della democrazia contro tentativi di ritorni reazionari: ciò che non esclude che il riformismo deprechi e siluri la violenza quando è diretta contro le indicazioni del meccanismo democratico borghese.
Il partito non può né deve vivere su questi equivoci fondamentali, che talvolta sbalestrano anche gli uomini della sinistra, salvo ai destri ballare il trescone su tali insuccessi, valutandoli come disfatte del metodo rivoluzionario.
Queste non sono che le prime indicazioni – schematiche se si vuole – dei fatti di Bologna, ma ci paiono abbastanza eloquenti!