Il problema sindacale
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
È assai interessante considerare quali ripercussioni abbia avuto la scissione del Partito Socialista nelle file del movimento sindacalista-anarchico che opera nella Unione Sindacale Italiana.
I nostri rapporti con questo movimento costituiscono un problema delicato e assai importante per lo sviluppo dell’azione del nuovo Partito Comunista.
Noi vorremmo che questi rapporti, che indubbiamente non potranno non essere accompagnati da discussioni e polemiche reciproche, non venissero inaspriti da precipitati giudizi e, – pur essendo indiscutibile che il problema delle relazioni tra partito politico e sindacati operai sarà sempre controverso tra noi e i sindacalisti – ci auguriamo che questi giudichino la questione con la maggiore serenità possibile, sforzandosi di valutare imparzialmente le direttive da noi seguite in materia.
Sentiamo già dire anche da amici a noi molto vicini: non siete abbastanza logici! non avete abbastanza coraggio! non siete abbastanza risoluti a lottare contro i riformisti e i socialdemocratici, poiché non volete passare dalla scissione nel campo politico alla scissione anche nel campo economico. Anzi, ci dicono, vi è di più; pur essendo dinanzi al fatto compiuto della scissione del movimento sindacale italiano, voi comunisti vi proponete di restare nella Confederazione generale del lavoro, anziché uscirne per venire a rafforzare l’Unione Sindacale.
Ora noi preghiamo gli amici sindacalisti a volersi prospettare che il modo nel quale noi consideriamo il problema della tattica sindacale – sulla base del nostro pensiero marxista e comunista, e delle tesi della Internazionale e dei suoi congressi – esclude che nella soluzione che ne diamo possa influire una considerazione di opportunità momentanea, di maggiore o minore senso di temporeggiatrice opportunità.
Per noi la questione appare chiarissimamente impostata nel campo dei principi e delle direttive generali. Noi comprendiamo – poiché dal canto nostro conosciamo assai bene la loro mentalità e i loro criteri – che i sindacalisti si augurino l’adozione da parte nostra del boicottaggio della Confederazione diretta dai riformisti; ma li vorremmo tanto illuminati da comprendere che nessuna insistenza o incoraggiamento anche amichevole ci indurrà mai ad un simile passo, e tanto meno poi apprezzamenti ingiusti sulla nostra dirittura ed energia.
Poiché per noi la questione è quistione di principii e di direttive generali, oltre che di indiscussa disciplina internazionale.
L’invito all’entrata nelle file della Unione Sindacale non può dunque avere nessun utile effetto, e tanto meno ne avrà se al nostro reciso rifiuto si darà la interpretazione consistente nel diffidare della serietà dei nostri propositi di lotta senza quartiere al riformismo della Confederazione.
Osserviamo però, ad evitare altri equivoci, che se mai noi non accetteremo la tattica di boicottare le organizzazioni confederali, non deve credersi che questo voglia dire boicottaggio dell’Unione Sindacale, o d’altri organismi, da parte degli inscritti al Partito Comunista, pei quali nessuna incompatibilità di massima di tal genere potrebbe concepirsi che venisse sancita.
Questa tattica non può e non deve sembrare discontinua, illogica, o stiracchiata a chi si prenda la pena di rendersi conto del nostro criterio in materia sindacale.
Abbiamo detto che si risale ad una questione di principio, ed è appunto una questione di principio che dai sindacalisti ci divide. Secondo essi l’organo delle energie rivoluzionarie del proletariato, è il sindacato economico; e questo aveva acquistata una pratica di transazioni riformistiche soprattutto per influenza del partito politico e delle sue tendenze socialdemocratiche. Logicamente la scuola sindacalista vide il rimedio nella costituzione di nuovi sindacati «rivoluzionarii» sottratti al controllo dei partiti politici, poiché ciò avveniva in quell’epoca in cui azione politica e azione di partito erano la stessa cosa che azione elettoralesca, collaborazionista, possibilista.
Ma questa forma di reazione al pericolo riformista, a parte il fatto che i suoi insuccessi devono farla ritenere superata, nulla ha di comune col metodo comunista moderno, fondato sul ritorno alle dottrine marxiste originarie.
Per noi comunisti il partito politico di classe è l’organo rivoluzionario indispensabile. Le sue degenerazioni nel periodo della II Internazionale si svolsero parallelamente al dilagare del corporativismo nel movimento sindacale; e potrebbe anzi dirsi che furono le organizzazioni economiche che trascinarono i partiti socialisti nel riformismo colle loro esigenze minimaliste. Nel periodo storico attuale si costituiscono i partiti comunisti attraverso la risoluta rottura nel campo politico col metodo riformista e coi suoi seguaci. Caratteristica essenziale di questo processo storico è dunque la scissione dei partiti socialisti tradizionali. I partiti comunisti assommano in sé le energie rivoluzionarie, ponendosi in un piano superiore a quello delle piccole esigenze dell’azione elettorale riformistica e del corporativismo economico. Essi considerano i sindacati proletari come la miniera ove trovano il minerale per foggiare l’acciaio delle loro armi. Nel partito è indispensabile il metallo puro, nel sindacato è assurdo cercarlo. D’altra parte non v’è sindacato che non sia aperto, per logica delle cose, a lavoratori d’ogni fede politica. Il sindacato diverrà un organo utile per l’azione rivoluzionaria solo sotto la guida del partito comunista. Quindi la tattica internazionale dei partiti comunisti non consiste nel foggiare a loro immagine e somiglianza sindacati di minoranza, ma nel penetrare e conquistare i sindacati che vi sono, nei quali è la grande maggioranza operaia, da cui non si può straniarsi, nella quale occorre lavorare per strapparla alla influenza degli attuali capi riformisti.
È logico che i sindacalisti dicano: come mai accetterete di restare in minoranza sotto i capi riformisti della maggioranza confederale? poiché essi vedono il sindacato al disopra del partito.
È logico che noi, rispondiamo che l’essere alla opposizione di minoranza nella Confederazione non ci impegnerà se non ad una più violenta azione contro i suoi capi – perché per noi il partito è al disopra del sindacato.
Il partito comunista veramente degno del nome, accentrato, disciplinato, che esclusa dalle sue file ogni elemento dubbio, è la garanzia perché i suoi gregari possano lavorare senza pericoli e col massimo effetto, dovunque sono masse proletarie, benché ancora guidate da nemici del comunismo.
Su queste basi, rigorosamente marxiste, è fondata la tattica sindacale geniale e chiarissima di Mosca.
C’è la questione che l’U.S.I., con altri organismi di tipo sindacalista, è aderente alla III Internazionale.
Come questo fatto debba influire sui rapporti tra l’Unione Sindacale e il Partito Comunista è argomento che ampiamente tratteremo, ma appunto per sgombrare il terreno da equivoci che non potrebbero essere che dannosi a tutti, abbiamo voluto stabilire che i nostri propositi di azione sindacale non contengono alcuna ombra di esitazione e di incertezza, ma costituiscono il metodo migliore per l’attacco a fondo a quel riformismo sindacale, che i sindacalisti combattono da tempo con accanimento ma con un metodo che secondo noi è inadatto allo scopo.