La battaglia dei comunisti nei Sindacati
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L’untuosità unitaria dei bonzi
Le cose al Congresso della Confederazione del Lavoro si sono svolte in tal modo, il lavoro fattovi dai capeggiatori è stato così sporco, che non conviene ad essi farvi subito troppo chiasso attorno. Le masse potrebbero sentir rumore, specie quelle dirette dai «massimalisti» che hanno a Livorno mandato giù con tanta buona grazia tutto ciò che ai riformisti è piaciuto di propinare loro. Egli è per questo che l’organo ufficiale della Confederazione, che si accinge a diventare quotidiano (ed è in ciò un altro indizio del puro laburismo nel quale si va squagliando il P.S.I.) non si pone a gridare troppo forte la sua soddisfazione, ma dedica tutto il primo numero post-congressuale alla pubblicazione di un resoconto interminabile quando tendenzioso del Congresso, che è poi quel medesimo che tutti hanno già letto sulle rivoluzionarie colonne dell’Avanti! (altro indizio come sopra). Non vi sono che poche parole di commento, fredde fredde, nelle quali il canto della vittoria è elevato in tono minore.
Certe vittorie bisogna annunziarla sottovoce. Sono quelle ottenute non attraverso la chiara e forte affermazione del proprio obiettivo, ma attraverso la doppiezza e l’insidia. Molti organizzatori massimalisti sono intenti a riferire in provincia ai loro rappresentanti che Mosca ha vinto contro Amsterdam; alcuni per ingannare, altri per essere stati ingannati. Non è il caso quindi che i compari della destra alzino troppo la voce per esaltarsi nel loro successo.
Ed allora il giornale confederale si mostra misuratissimo. Le insolenze contro i comunisti le lascia al resoconto … preso dall’Avanti!, e si limita molto nelle espressioni editoriali.
La discussione sulla relazione morale? «I dirigenti confederali hanno saputo dimostrare che non si poteva fare di più e di meglio». Ecco tutto. Bravi davvero! Non si poteva dimostrare di più e di meglio …
I rapporti col partito? Oh, semplicissimo. «Si è tracciata una linea logica che dovrà essere sviluppata con ulteriori fraterni accordi». Che commozione!
I rapporti internazionali? Avvicinatevi che i bonzi confederali ve lo dicono in un orecchio: «in seguito all’esito del Convegno dei sindacati di sinistra, convocati in virtù della convenzione di mosca, si prenderanno decisioni definitive». Il Congresso è stato scomodato per poco davvero! Le cose stanno come prima, i massimalisti restano al seguito del riformismo più destro, nella coorte di Amsterdam, senza nessuna rettifica della rotta per tendere a Mosca.
Una cosa di cui l’estensore dello scheletrico commento crede di potersi compiacere a voce un po’ più spiegata è la riaffermazione della unità proletaria, a cui tutti hanno aderito, e che avrebbe sanate tutte le diatribe (sic) ed i dissensi precedenti. Ci sarebbe stato persino un nobilissimo ordine del giorno ed una aristocratica unanimità.
Il congresso confederale, quando si pensi a questo, prende un po’ il carattere dei drammatici a lieto fine. Non si è fatto come al congresso del partito, tenuto poche settimane addietro nello stesso locale; anziché lasciarsi per sempre e con un po’ po’ di broncio, i contendenti feroci dei giorni precedenti si sarebbero riavvicinati per dirsi che s’era scherzato e che nelle ampie braccia dell’unità tutti avrebbero trovato l’oblio dei vituperi scambiatisi. Perfino l’anarchico Stagnetti ha sciolto un inno all’unità dei lavoratori organizzati che «al disopra delle tendenze» dovrebbero un giorno trovarsi miracolosamente uniti sul terreno della lotta rivoluzionaria …
Ora diamoci una parola chiara su questa formola gesuitella dell’unità sindacale; spieghiamo ancora una volta il senso e la portata della tattica sindacale dei comunisti. Noi comunisti, in Italia come altrove, seguiamo rigorosamente la norma di non abbandonare in nessun caso i grandi organismi sindacali che sono tuttora diretti dalle altre scuole politiche da noi ritenute controrivoluzionaria; e ciò, lo dicemmo altra volta, tanto per coerenza alla nostra dottrina marxista e alle soluzioni che essa dà ai rapporti tra partito e sindacati, quanto per disciplina alle decisioni del secondo congresso dell’Internazionale Comunista. Noi crediamo che il proletariato è e sarà tutt’altro che unanime nella lotta rivoluzionaria, che esso si dividerà in campi opposti in quanto una parte, che può anche essere la maggioranza, resta dominata dalla influenza politica borghese, e che questa divisione debba tradursi nella divisione dei partiti politici, nella contrapposizione delle forze rivoluzionarie organizzate nella Terza Internazionale ai socialtraditori di ogni specie. Non crediamo che una divisione debba compiersi sul terreno sindacale – come credono i sindacalisti per cui l’organo indispensabile della lotta proletaria è, anziché il partito, il sindacato rivoluzionario – ma che su tale terreno i partiti opposti debbano misurarsi per guadagnare le masse; che sia importantissimo per il partito comunista giungere a controllare e dirigere i sindacati che per un naturale processo della evoluzione capitalistica vengono a raccogliere nel loro seno le grandi masse lavoratrici; che il migliore raggiungimento di questo obiettivo si ottenga coll’azione dall’interno, per svolgersi una continua lotta contro i dirigenti.
La organizzazione sindacale non è quindi da noi considerata come un terreno su cui possa stabilirsi una tregua tra i militanti dei vari partiti, ma come l’agone in cui essi scendono per misurarsi tra loro in una lotta senza quartiere. La formola della permanenza nella Confederazione del lavoro, da cui nulla ci farà mai deflettere, né gli inviti degli amici sindacalisti e anarchici né le minacce dei riformisti, non è per noi considerata come un impegno con gli altri elementi politici confederali. Vogliamo starci non per rinnegare il nostro principio che è necessario schierarsi anche contro quella parte del proletariato che, ingannata dai piccolo borghesi, non accetta le direttive rivoluzionarie, non perché crediamo che una collaborazione sia possibile nell’azione sindacale cogli altri partiti che hanno del seguito nel proletariato, ma perché lì si deve portare la più aspra lotta di partito per strappare le masse all’influenza di questi capi che le conducono su falsa strada. Noi restiamo e resteremo nella Confederazione, perché questo è secondo noi il mezzo per accentuare al massimo la nostra opposizione implacabile ai D’Aragona, ai Dugoni, ai Bensi o ai Ramella; e non già perché pensassimo lontanamente che, lasciando il dissenso sul terreno politico e di partito, possiamo aver qualche cosa che ad essi ci ravvicini nell’azione sindacale. Si tratta anzi di combattere costoro, di liquidare costoro, di staccarli, dividerli dalla massa proletaria, che attraverso questa battaglia deve essere guadagnata al comunismo.
L’unità proletaria o sindacale non è dunque per noi un mito o un feticcio, ma una formola tattica. Ad essa ricorriamo come ad un mezzo di lotta, non come per sciogliere inni lacrimogeni che esaltino la illusoria possibilità di una azione concorde di tutte le correnti proletarie, quasi che le divergenze insanabili tra le scuole socialborghesi e quella comunista fossero esercitazioni sportive e non intimi, profondi prodotti della storia.
Anche l’invito alla entrata nella Confederazione agli organismi che, come la Unione Sindacale Italiana ed il Sindacato Ferrovieri, ne sono fuori, messo in quella luce ambigua che provoca il compiacimento peloso di «Battaglie Sindacali», perde non solo ogni senso, ma ogni probabilità di successo. Non è un accordo-pateracchio tra tutte le tendenze attuali militanti nella Confederazione, che chiama altri e più lontani elementi a venire a confondervisi; siamo noi, opposizione rivoluzionaria nella Confederazione, che auspichiamo l’ingresso in essa di altri elementi rivoluzionari di sinistra per accentuare ed agevolare la lotta che ne dovrò scacciare i controrivoluzionari.
Così la nostra aspirazione alla concentrazione del proletariato organizzato prendere il vero suo significato; e nessuno potrà scambiarla per una debolezza verso i riformisti o i socialdemocratici coi quali ci siamo divisi come partito, per incontrarci nella organizzazione, ma non da alleati: da aperti nemici. Ed è solo nella rivoluzione comunista trionfante che il proletariato troverà la propria unità, raggiungendola nella stessa misura in cui aveva respinto da sé gli ingannatori e i disfattisti.