Partito Comunista Internazionale

La disoccupazione

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(Dopo l’adunata confederale di Milano)

Mentre la crisi di mancanza di lavoro che travaglia l’industria italiana si fa di giorno in giorno più seria, si sono adunati a Milano i rappresentanti di taluni organismi sindacali della Confederazione Generale del Lavoro, e hanno, dopo aver esaminato il problema, elaborato una mozione che è ormai ben nota.

Prima caratteristica della decisione confederale è l’aperta rinunzia a servirsi dei mezzi di azione sindacali che sono a disposizione dei massimi organismi proletari per ingaggiare o soltanto saggiare una lotta diretta con gli industriali allo scopo di frenare quanto vi è nelle minacce e negli annunci di licenziamenti su vasta scala di libidine reazionaria, di intendimenti offensivi contro le maestranze, di propositi di sfruttare la situazione generale economica e politica per recare colpi decisivi, non solo alle tendenze politiche e ai partiti estremisti che reclutano i loro seguaci nel proletariato industriale, ma alla stessa compagine della organizzazione professionale, che fino a pochi mesi fa è passata di vittoria in vittoria accrescendo enormemente i suoi effettivi, e conseguendo notevoli vantaggi nelle condizioni economiche dei lavoratori.

La Confederazione del Lavoro esclude che alla crisi concorra anche in parte questo elemento artificiale e politico, dichiara in modo definitivo che subirà i licenziamenti come portati inevitabili della situazione, adotta cioè una tattica di prudente indietreggiamento, accettando solo con molte riserve e nei casi in cui si accerti – cosa poco probabile – che la crisi sarà passeggera, il criterio dei turni e della riduzione dell’orario di lavoro. Specie per l’industria meccanica i dirigenti confederali dicono senz’altro “smobilitare” e che la esuberante maestranza che la produzione di guerra aveva chiamata nelle officine deve rassegnarsi ad abbandonarle per sempre e a ritornare alla tera, come dicono anche i giornali borghesi,e come costa tanto poco dire.

Quindi il deliberato di Milano si addentra in una facile, demagogica e apparentemente rivoluzionaria diagnosi delle cause della crisi, facendo vaghe affermazioni di tendenza socialista che sono bastate a sollevare le ire del “Corriere della Sera”, il quale che per voler dire che per diventare galantuomini i socialdemocratici devono anche rinunziare a sventolare le affermazioni astratte sulla superiorità della produzione socializzata rispetto a quella individuale.

Quanto sia facile cucirsi un paludamento estremista coll’additare alla indignazione delle masse le cause dei fenomeni che le colpiscono nei loro interessi, le gesta del Partito Socialista lo hanno mostrato in Italia suggestivamente. E’ sul terreno dei programmi e dei metodi di azione da adottare sorge la grande questione.

I comunisti sono totalmente avversi alle conclusioni della mozione confederale. Un equivoco ha fatto che essa appaia accettata da qualche rappresentante comunista, ma essa è ripudiata dal Partito Comunista e dal suo Comitato sindacale.

I comunisti non escludono che una svolta diretta sindacale potrebbe fornire dei mezzi per contrastare il passo all’offensiva industriale, e per addivenire a soluzioni, precarie come tutte le soluzioni economiche sono, oggi soprattutto, nel regime capitalista, ma che potrebbero forzare la classe industriale a subire una maggiore contrazione del suo profitto con una minore riduzione della produzione. Ciò s’intende non in tutti i casi, e solo in certa misura, ma col beneficio di non svirilizzare la massa in una rinunzia alla battaglia. Ma è naturale che una tale azione non potrebbe essere locale, che trascinerebbe tutto il proletariato ad un’azione d’insieme, sia per la generalità del problema, sia per la necessità di sostenere i lavoratori nelle zone ove la lotta si inasprirebbe