Partito Comunista Internazionale

La fronda fascista

Categorie: Fascism, PCd'I

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L’attenzione converge sul vespaio sollevato da Mussolini tra le sue schiere colle sue note dichiarazioni circa la non parteci­pazione fascista alla seduta reale, colla sua insistenza sul fatto che il fascismo, pur non avendo né la pregiudiziale repubblica­na, né quella monarchica, è “tendenzialmente re­pubblicano”.

Nulla vi è per noi di impreveduto nelle interviste e negli ar­ticoli di Mus­solini di questi giorni. Anche lui, con tutte le sue pose, è salito di qualche gradino nella considerazione dei mani­polatori della pubblica opinione, e perciò anche di sé stesso, colla investitura parlamentare. Quello che dice e scrive non merita molto di più della presa in giro, se non in quanto contie­ne indizi che valgono a sempre meglio formulare le spiegazioni e le valutazioni del “fascismo”, a confermare quelle che noi ne abbiamo date, suscitando in taluno una meraviglia che i fatti si stanno incaricando di guarire.

Le tendenze repubblicane del fascismo non sono in tutti gli aderenti molto sicure, a giudicare da quello che avviene, anche se è vero che quelli che storcono il muso siano i nuovi venuti dell’organizzazione fascista, gli opportunisti del fascismo. Ma in ogni modo il solo fatto che siano così reci­samente affermate dai dirigenti e dal giornale ufficiale, dimostra che il mo­vimento fa­scista, se non è proprio repubblicano, è però certamente un mo­vimento di sinistra nel quadro della politica borghese, un movimento demo­cratico, non un movimento – lo abbiamo ripe­tuto tante volte alla asinità so­cialdemocratica – tendente alla soppressione delle garanzie costituzionali per proclamare la dit­tatura borghese; proprio perché per la dittatura borghese occorre l’ambiente del parlamentarismo e del liberalismo che con essa si conciliano, non si escludono, anche in epoche di strepitose vit­torie elettorali “socialiste”.

Nei programmi del fascismo si dovrebbe scrivere che esso è un movi­mento “tendenzialmente socialdemocratico”. Le stesse di­chiarazioni di Mus­solini, anzi la parte di esse che non hanno trovato oppositori nelle sue file, lo conferma. Vi è ventilata la collaborazione coi socialisti, naturalmente se es­si, desistendo definitivamente da ogni residuo di ostentazione rivoluzionaria, dimostreranno che il fascismo colla sua prima fase di azione ha raggiunto lo scopo di addomesticarli “pestandoli”. Si trovano, in quella intervista, di­chiarazioni non nuove affatto – ed infatti il Mussolini ha, a suffragio della sua tesi, riportato scritti vecchi di un anno del Popolo d’Italia – sulla parte sociale del pro­gramma fascista, che è nettamente riformista, e su quella po­liti­ca che comprende quei concetti, così cari ai nostri socialdemo­cratici, specie confederali (è proprio a questi che il fascismo allunga la prima passe­rella) della Costituente professionale o sindacale di cui molte volte abbiamo mostrato lo spirito antico­munista. Si dirà dai socialisti che le riforme sociali politiche che il fascismo propugna sono dei tradimenti per il proletariato; ed è qui proprio un’altra prova che fascismo e socialdemocrazia si assomiglia­no; non è forse altrettanto per le riforme propugnate dal riformismo sociali­sta tesserato?

Ma proprio il modo di vedere la questione: Monarchia o Re­pubblica? avvicina suggestivamente fascisti e socialdemocratici. Nemmeno questi sono pregiudizialmente monarchici od antimo­narchici; contro la pregiudiziale re­pubblicana il riformismo ita­liano si è sempre battuto fin da quando era alla testa del partito. Il socialismo parlamentarista si prospetta i suoi sviluppi tanto in repubblica che in monarchia. Se gli conviene potrà fare l’agita­zione repubblicana, ma quando dovrà andare al potere non sarà la regia livrea che lo tratterrà dalla decisione. La repubblica alla Modigliani può essere solo uno spauracchio nelle sue mani, ma non è una questione di principio. Non è la stessissima, quella valutazione del problema cui sono dedicati gli articoli del Po­po­lo d’Italia?

La repubblica, in Italia, sarebbe accettata perfino dai nazio­nalisti e dai popolari. Popolari e nazionalisti possono essere e sono in Italia ministri del re, e magari, anche i repubblicani. Noi, se occorre dirlo, ce ne freghiamo della monarchia e della repubblica e di qualunque forma di Governo parla­mentare; siamo per la dittatura rivoluzionaria delle masse lavoratrici.

Tratta dalle polemiche sulla “mossa” di Mussolini questa prima conclu­sione che conferma i nostri giudizi critici, si offre alle riflessioni lo scarso successo avuto dal “capo” nell’organiz­zare le prime attività politiche del “suo” gruppo parlamentare.

Se c’è una vanteria ridicola nei propositi fascisti, è quella di rinnovare i costumi parlamentari. Essi faranno la stessa fine di qualunque altro gruppo borghese. Non avranno dei contorni distinti e una continuità di azione par­lamentare. Saranno, forse forse, un poco più compatti degli altri, mentre i socialdemocra­tici andranno stracciando le ultime legacce in dipendenza dai centri extra-parlamentari del loro partito, sempre a malincuore subite (ed anche in questo seguiranno gli uni e gli altri vie con­vergenti su un punto medio).

Ma non è possibile che si realizzi una disciplina politica del gruppo parlamentare fascista alla direzione del movimento fa­scista. Per questo oc­correrebbe avere un partito organizzato. Ed il fascismo non è un partito. Qui sta il punto. Il fascismo è, forse, appena un metodo, che non ha niente di nuovo, e nessuna facoltà rinnovatrice, essendo un volgare espediente di con­serva­zione borghese. I capi del fascismo sono naturalmente portati ad illude­rsi di essere un partito, ed in questo deve averli incorag­giati la cosiddetta di­sciplina manifestatasi nelle elezioni, al nobi­le scopo di fregare i compagni di lista. Ma, tra le altre cose, nessun partito nasce bloccardo. Le peggiori pro­stitute… nacque­ro oneste.

È da ridere la facilità con cui i capi fascisti ostentavano di essersi piaz­zati ottimi primi tra i partiti politici organizzati ita­liani. I nostri aderenti, essi dicevano, si contano colla unità delle centinaia di migliaia. C’era da fare allibire noi comunisti, che stiamo tanto a limare il nostro tanto più piccolo partito. Quanto a socialisti e popolari, anch’essi, sebbene di manica larga, resta­vano sorpassati.

Ma il preteso partito dalle centinaia di migliaia di inscritti si rivela un’accozzaglia in cui gli stessi capi non sono d’accordo nemmeno sulla mossa con la quale bisogna debuttare come parti­to sul palcoscenico parla­mentare. Mussolini urla, si arrab­bia, invoca la disciplina e l’autorità del “capo”, ma è costretto a constatare che nel fascismo pochissimi sono coloro che sanno che esistono dei programmi, meno ancora quelli che si sono data la pena di leggerli. I fascisti, evidentemente, non leggono nem­meno tutti il Popolo d’Italia.

Che il fascismo fosse un partito, o fosse in via di diventarlo, lo potevano credere solo i gonzi. Non si sapeva che l’essere fa­scista non rendeva per con­seguenza diretta incompatibile la iscrizione ad un partito politico qualsiasi? Ci sono “fascisti” iscritti al partito repubblicano come a quello popolare, ce n’è di nazionalisti e di radicali, ce ne potrebbero essere anche di iscritti al partito socialista.

Quali sono le formalità per diventare fascista? Che docu­menti si chiedo­no? Nemmeno, pare, la fedina criminale.

Cosicché, ai primi esperimenti di agire come partito parla­mentare, di emanare una parola d’ordine di natura politica, le file del movimento si sono scompaginate, i militi si sono fregati della disciplina, i caporali hanno smentito gli ordini del genera­le. Finora la disciplina era perfetta. Nessuno s’arrischiava, ad esempio, di introdurre varianti al grido fatidico di eia eia alalà, o di mutare il motivo di “giovinezza, giovinezza”. Ma appena si è trat­tato di indirizzare una manifestazione politica, coloro che dovevano ese­guire si sono ribellati ed oggi la ingrata borghesia italiana ride alle spalle del fascismo. Accidenti alla disciplina e al rinnovamento dei costumi! Si ricorre ad espedienti che puzza­no di rancido a mille miglia, come quello di dire che i deputati fascisti assisteranno al discorso reale: sarà il gruppo che resterà fuori. Il gruppo? Si annunzia di già che forse il gruppo non si costituirà nemmeno!

D’altra parte il fascismo, per assolvere il suo compito, non ha bisogno di essere un partito. E non può quindi avere un pro­prio gruppo parlamentare. Esso deve realizzare l’incontro di due metodi che l’arte infrollita della bor­ghesia crede inconciliabili, logorando nelle logomachie elettorali la sua ca­pacità difensiva di classe: il metodo della avanzata democrazia liberale, ma­gari de­mocrazia sociale, e quello della reazione armata contro le avan­guar­die rivoluzionarie del proletariato. Per questo non occorre un partito, ma un reagente che influisca sui partiti, addomesti­cando, come abbiam detto, la socialdemocrazia; spiegando, d’al­tra parte, alla borghesia arretrata politica­mente che per combat­tere “l’idra bolscevica” occorre deporre certe fobie da Corriere della Sera contro il riformismo e l’estrema democrazia. Non oc­corre dunque al fascismo di essere un partito, per preparare le giornate san­guinose della reazione ma non gli è nemmeno pos­s­ibile diventare un partito. Il desiderio di esserlo non è che la manifestazione di una precoce senilità.

I partiti non si organizzano, non si trovano, un giorno, belli e fatti, col solo disturbo di aver messo in voga delle canzonette ed esaltato la diffusione della piacevole moda di distribuire ba­stonature.

Il signor Mussolini imparerà che i partiti si sfruttano facil­mente, ma è difficile improvvisarli. È la storia che li forma. È la storia che li vendica di chi li ha sfruttati.