La questione agraria Pt.1
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Elementi marxisti del problema
Volendo discutere dei compiti della dittatura del proletariato nel campo dell’economia agraria, e del lavoro dei partiti comunisti in mezzo alle masse dei lavoratori agricoli, è indispensabile fissare i caratteri del trapasso dal sistema di produzione capitalistico a quello comunistico in quanto si applicano all’agricoltura; e bisogna cominciare dal fissare bene quali sono questi caratteri nel quadro generale della concezione comunista marxista, anche nel caso tipico della produzione industriale. Crediamo indispensabile prendere le mosse da questo punto fondamentale, trattandosi di camminare attraverso enormità di ogni sorta che in materia sono state dette e scritte dai socialdemocratici.
La produzione a tipo capitalista
Un’enunciazione superficiale del socialismo o comunismo inteso economicamente è data dalla formula: passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva. Con maggiore precisione storica deve parlarsi di passaggio dalla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione e di scambio alla loro gestione collettiva. Non ogni forma di proprietà privata è proprietà capitalistica; ed è solo la forma capitalistica di proprietà che ci presenta le premesse sufficienti per passare al socialismo, al comunismo.
Quali adunque sono quei caratteri che ci consentono di definire un tipo di proprietà, e meglio diremo di produzione, capitalistico? Ricordiamolo brevemente.
Alla base del sorgere della produzione industriale capitalistica (di un capitalismo nel senso “commerciale” potremmo rinvenire i caratteri in epoche molto più remote – e la storia orientale greca e romana ci presenta fasi che potremmo addirittura definire imperialistiche, ossia corrispondenti ai più recenti aspetti del capitalismo moderno, ma per il nostro assunto non è il caso di considerare questo lato della questione: a noi importa definire il tipo della “intrapresa” produttiva capitalistica), troviamo una trasformazione essenzialmente tecnica delle risorse produttive. Prima i progressi della meccanica e la costruzione delle macchine, poi la scoperta della utilizzazione delle ingenti forze motrici fornite dal vapore e dall’elettricità, ci pongono dinanzi al principio del “lavoro associato”, ed in altri termini della “divisione del lavoro” applicati alla fabbricazione degli articoli manufatti.
Fino a quando i mezzi tecnici per produrre gli svariati articoli necessari agli uomini che la natura non offre direttamente, fino a quando i processi trasformativi delle materie prime sono allo stato rudimentale, e gli utensili a ciò adoperati sono di poco valore ed atti ad essere adoperati da un solo o pochissimi lavoratori, sopperendo con l’abilità nell’arte alla deficienza di essi, noi non vediamo sorgere il lavoro associato. L'”intrapresa” che produce scarpe, vestimenta, veicoli, ecc. ecc., è la piccola bottega del maestro artigiano nella quale egli si fa aiutare da pochi garzoni, più che altro allo scopo di tramandare le risorse della sua tecnica, e quasi sempre ai soli membri della sua famiglia. Ma quando la tecnica offre le nuove risorse produttive date dalle varie macchine utensili, dai telai, ecc., e poi dalle possenti macchine motrici che azionano a decine e centinaia le prime, allora risulta enormemente più conveniente dal punto di vista della intensità della produzione, della sua regolarità, se non della sua perfezione, della economia del lavoro ad essa destinato, il sistema della produzione in comune, in grandi stabilimenti in cui moltissimi lavoratori sono adunati, e ciascuno adempie date mansioni. Le maestranze si specializzano; l’articolo non passa tutte le fasi di manipolazione tra le mani dello stesso artigiano, ma è affidato a molti operatori successivi, ognuno specializzato nell’avvalersi di dati utensili, di date macchine più o meno complicate, ma facili a essere dirette dalla mano dell’uomo.
Non dobbiamo qui seguire nei suoi dettagli questo processo; ma ricordare che allora siamo in presenza di produzione capitalistica quando questo processo tecnico è compiuto. Poiché contemporaneamente una vera rivoluzione è avvenuta nei rapporti di proprietà. Col vecchio sistema dell’artigianato ogni lavoratore era proprietario degli arnesi che gli occorrevano, era in grado di procurarsi le limitate quantità di materie prime che gli abbisognavano, e restava quindi padrone ed arbitro dei prodotti del suo lavoro, che egli smerciava ritraendone per sé il valore.
Avvenuta la trasformazione tecnica, trasformati alcuni degli antichi maestri in industriali, una parte di essi, ed i loro antichi garzoni, in operai salariati, i rapporti economici sono divenuti diversissimi. Il lavoratore non vede che in una fuggevole fase il prodotto dell’opera sua; egli non è il proprietario dei complicati e costosi meccanismi tra cui vive; egli non ha alcun diritto di disporre dei prodotti del lavoro suo e dei suoi compagni.
Mentre a ciascuno dei lavoratori che prendono parte alla produzione viene dato un salario in denaro, i prodotti sono di esclusiva appartenenza del “proprietario” dell’intrapresa, dello stabilimento, delle macchine, degli stock di materia prima occorrente che egli provvede ad acquistare.
Non è nemmeno nostro assunto sviluppare la dimostrazione che questo sistema dà luogo ad uno sfruttamento dei lavoratori, ad una appropriazione di una quota del loro lavoro da parte dell’industriale, rappresentata dal guadagno che questi trae dalla sua azienda, mentre nel caso tipico egli non vi reca alcun contributo positivo alle attività produttrici.
Importa stabilire – cioè ricordare – come quel principio uscito dalla rivoluzione tecnica, di associazione e specializzazione del lavoro, si traduce nel campo economico nel fatto della “appropriazione privata del prodotto del lavoro associato” da parte dei capitalisti detentori dei mezzi di produzione. Questo concetto economico è quello che per noi definisce di massima il tipo capitalistico di produzione.
Deve passare in seconda linea il fatto giuridico della proprietà dell’azienda, della fabbrica. Il cardine del privilegio capitalistico sta in quest’aspetto economico del suo diritto astratto di proprietà sulle cose che non si trasformano nel processo produttivo, ma sono i mezzi della trasformazione che ci conduce al prodotto consumabile; nella disponibilità cioè “dei prodotti del lavoro associato” da parte di uno solo o dei pochissimi cui l’azienda appartiene.
Notiamo, per chiarire la distinzione, che l’azienda è un concetto immateriale, in quanto il proprietario dell’azienda potrebbe non esserlo dell’impianto di essa (fabbricati, macchine, ecc.) e quindi il suo diritto si traduce appunto sostanzialmente nella proprietà dei prodotti usciti dal lavoro di molti e molti uomini. Quindi l’espressione consueta “proprietà privata dei mezzi di produzione” si traduce con molta maggiore chiarezza nell’altra: “appropriazione privata dei prodotti del lavoro associato”.
Dalla produzione capitalistica al socialismo
Se il nostro socialismo è il comunismo critico di Carlo Marx, e non l’infantile utopismo di Tommaso Moro o di Saint-Simon, è solamente quando siamo giunti alla presenza di questa forma moderna di produzione capitalistica che noi possiamo parlare della “possibilità” di collettivizzazioni, di socializzazioni. Ancora una volta, il socialismo non può avere una formulazione etico-giuridica, ma deve essere un concetto economico-storico. I socialisti, i comunisti, sono coloro che mirano ad abolire la proprietà privata, a mettere tutti i beni in comune? Ciò può forse passare come formulario di propaganda, ma è formulario inesatto e che può generare equivoci gravissimi. Anche la bottega dell’artigiano era di proprietà privata; ma la proposta di collettivizzazione di essa non avrebbe senso alcuno, e se anche non cadesse per ragioni di anacronismo, non reggerebbe ad un superficiale esame inteso a vedere se affidando quella azienda alla gestione della collettività potrebbe sorgerne per questa un rendimento maggiore.
Nella produzione artigiana il lavoratore non è ancora diviso dagli strumenti della produzione, e perciò stesso non è diviso dal prodotto. Non vi è che una appropriazione privata del prodotto del lavoro privato, in minima misura “lavoro altrui”.
Quando la produzione capitalistica stacca il lavoratore dal possesso degli strumenti e dei prodotti del suo lavoro essa crea le condizioni di una rivoluzione economica, perché nella sua sempre maggiore estensione, crea condizioni di oppressione e di miseria per coloro che reggono tutto il peso della macchina sociale e ne sono i reali conduttori, avendo sulle loro spalle una minoranza di parassiti. Il socialismo è la formula risolutiva di queste contraddizioni proprie di una data epoca storica, la nostra.
Esso vuole abolire dunque la separazione del lavoratore dallo strumento di lavoro e dal prodotto, ma vuole e deve abolirla senza intaccare quella che è la reale conquista dei progressi della tecnica: l’associazione e la specializzazione del lavoro. Esso si formula così nell’obiettivo ultimo: tutti i prodotti del lavoro associato, non più ai privati, ma alla collettività, per la equa loro distribuzione a quelli che hanno effettivamente concorso a produrli. Abolizione dunque della proprietà privata, in quanto però essa abbia raggiunto questa forma speciale della proprietà capitalistica, ossia di aziende che inquadrino l’opera di molti produttori, e quindi più propriamente: abolizione della appropriazione privata dei prodotti del lavoro associato, socializzazione dei prodotti del lavoro associato, socializzazione delle aziende capitalistiche di produzione.
La forma economica della società socialista è dunque la gestione da parte della collettività di tutte le aziende in cui si esplica lavoro associato e specializzato, poiché allora soltanto esiste la convenienza di costruire il nuovo apparecchio economico che sostituisce l’esercizio da parte della collettività all’esercizio da parte dell’intraprenditore privato.
Alla produzione per imprese private, infatti, corrisponde un sistema di circolazione delle materie prime e dei prodotti basato sul libero commercio e sulla convenienza che ha ogni azienda di trovare, per acquistare e per vendere, le condizioni di tempo e di luogo più favorevoli. Se il socialismo della produzione è l’abolizione della disponibilità privata dei prodotti, la sua ripercussione nella distribuzione è l’abolizione del libero commercio dei prodotti, la cui distribuzione si fa centralmente da organismi che regolano la produzione al bisogno collettivo. Questa rete di distribuzione, per potere essere realmente vantaggiosa rispetto al libero commercio, non deve avere ad occuparsi di una miriade di piccoli centri di produzione di minima potenzialità, ma deve avere come base l’accentramento già avvenuto delle grandi forze produttive nei grandi impianti della moderna industria capitalistica.
S’intende che l’esercizio collettivo si estende logicamente ad altre intraprese che non hanno l’aspetto immediato di confezionamento di prodotti, ma in cui è vastissima l’associazione e la specializzazione delle attività singole, come i pubblici esercizi, molti dei quali non si concepiscono nemmeno in regime borghese come imprese private. S’intende che quando il tipo della grande produzione industriale domina l’economia spingendo al massimo tutte le sue conseguenze di sfruttamento e di parassitismo nel campo bancario e finanziario, esiste la maturità economica di condizioni generali per la socializzazione delle attività fondamentali economiche.
Non si discute qui dei metodi per giungere alla trasformazione economica (per noi consistenti unicamente nella rivoluzione politica che instauri la dittatura proletaria). Ma, anche quando la socializzazione delle grandi aziende sarà in atto, essa si arresterà logicamente dinanzi alle piccole aziende che fino ad allora fossero sopravvissute allo sviluppo del capitalismo, sia per loro speciali caratteri tecnici, sia per condizioni arretrate di qualche paese o provincia. Nessuna convenienza avrebbe la collettività proletaria ad addossarsi la gestione di queste piccole intraprese, da cui non si determina sfruttamento di manodopera, che ingombrerebbero inutilmente il lavoro formidabile dei nuovi organi economici. Però la socializzazione delle aziende importanti accelererà in genere talmente lo sviluppo del processo produttivo che non tarderanno le piccole aziende ad essere assorbite dalle nuove forme razionali che essa creerà.
In ogni modo la sopravvivenza di piccole aziende industriali dopo la conquista del potere da parte del proletariato, non solo non intaccherà il dominio della società da parte della classe lavoratrice, politicamente assicurato, ma non potrà nemmeno essere invocato come una mancata applicazione del piano di trasformazione economica socialista, se questa è concepita nel suo senso reale e scientifico, e non come una esteriore e immaginaria regola filosofica rispetto alla quale sia delitto l’esistenza anche di una minima isola di proprietà o di produzione privata. L’abolizione della proprietà privata è una formula inesatta, poiché nessuno per esempio vorrà abolire la proprietà degli oggetti personali nei limiti del necessario, e così via. Bisogna parlare di abolizione della forma capitalistica di produzione, e per la parte dell’economia in cui questa forma non ancora esiste, né si potrà applicare una collettivizzazione meccanica, né tanto meno attendere che tutta l’economia sia capitalisticamente formata, ma lasciar sopravvivere queste forme non capitaliste, finché spariranno di fronte alle forme comuniste, uscite dalla socializzazione di quelle capitalisticamente mature per la trasformazione economica da intrapresa privata ad intrapresa collettiva.