Partito Comunista Internazionale

La questione agraria Pt.2

Categorie: Agrarian Question

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Elementi marxisti del problema

La produzione agraria nell’epoca del capitalismo industriale

Dopo questa esposizione cui abbiamo dato volutamente forma schematica al solo scopo di porre in chiara evidenza i concetti fondamentali del trapasso economico al socialismo, passiamo a considerare gli aspetti generali del problema agrario, con l’obiettivo del resto di fare anche qui opera di sgrossamento preliminare del problema a scopo di propaganda, di dissipare equivoci fondamentali e non di esporre cose nuove o peregrine. Se noi cercassimo il tipo di produzione agricola corrispondente alla produzione artigiana nel campo industriale, ci si presenterebbe subito la piccola proprietà rurale. Il piccolo contadino, possessore delle quattro spanne di terra che è capace di lavorare, coll’aiuto della sua famiglia, possessore dei pochi e semplici arnesi occorrenti alle forme primordiali di coltura che possono applicarsi su spazio così limitato, è poi il padrone assoluto dei prodotti, e può venderli come creda, devolvendone una prima parte alla sua diretta consumazione domestica.

Tuttavia da tempo immemorabile esiste dovunque, a fianco della piccola proprietà, la grande proprietà terriera, con forme svariatissime di rapporti economici tra i proprietari e i lavoratori che sono addetti alle loro aziende. Questo solo fatto dimostra l’errore colossale che si commetterebbe qualora, dal paragone fra artigianato e piccola proprietà rurale, si volesse passare a quello tra grande industria e grande proprietà agraria in generale. Nell’avvertire i caratteri della grande industria abbiamo fatto notare come non sia sostanziale quello della proprietà giuridica dell’azienda, ma quello dell’impiego di superiori risorse tecniche e della specializzazione del lavoro. È per questo che la grande azienda industriale è una formazione recente, necessariamente successiva all’artigianato, uscita dallo sviluppo tecnico di questo. Ciò non si trasporta necessariamente nella considerazione della grande proprietà agraria. In essa il processo produttivo non è necessariamente più perfezionato che nella piccola proprietà, e le forme tradizionali di grande proprietà agraria non offrivano specializzazione tecnica delle funzioni colturali. Da cui la loro diversa origine ed apparizione storica. Il sorgere della grande industria è un fatto di organizzazione e di esperienza tecnica. La grande industria può concepirsi solo quando esistano certi procedimenti meccanici produttivi: la grande proprietà agraria può aversi anche in un paese dove non ancora si sia appreso a trarre dalla terra coll’arte frutti diversi e maggiori da quelli che spontaneamente reca. Il paragone è dunque impossibile.

Mentre nel campo industriale la esistenza dell’appropriazione dei prodotti di un lavoro collettivo è condizione sufficiente pel passaggio alla gestione collettiva, poiché vi è la specializzazione del lavoro, altrettanto non è nella grande proprietà rurale. Qui vediamo un proprietario “sfruttare” bensì moltissimi lavoratori, ossia trarre un guadagno dall’appropriazione di tutti o parte dei prodotti che essi traggono dalla terra, ma senza che per questo debba necessariamente esistere la specializzazione, la divisione delle funzioni tecniche. Vi è un lavoro collettivo, ma non un lavoro “associato”.

Una parte del fondo potrebbe rendere, comunque staccata dalle altre – mentre non è così nell’impianto industriale che forma una unità produttiva, inscindibile nei vari suoi reparti, ognuno egualmente necessario alla completa elaborazione di uno solo degli articoli fabbricati. La grande proprietà rurale non è nemmeno quindi necessariamente una grande “azienda”, se al concetto di azienda integriamo quello di unità produttiva.

Non essendo necessario, perché uno solo sfruttasse il lavoro di molti, l’unità tecnica organica della produzione, che sorge solo da speciali progressi della tecnica, lo sfruttamento agricolo è molto più antico di quello industriale capitalistico; fino al Medio Evo e a gran tratto dell’età moderna in molti paesi, la classe veramente sfruttata doveva cercarsi solo nelle campagne. I rapporti di sfruttamento, di appropriazione del lavoro collettivo altrui vi erano svariatissimi, e giungevano alla “servitù della gleba” che legava il contadino alle zolle dove era nato e al servaggio al suo signore feudale.

La rivoluzione borghese, di cui la esplicazione nell’economia industriale è il passaggio dall’artigianato alla grande industria, soppresse nelle campagne queste forme giuridiche di sfruttamento, applicando esteriormente all’economia agraria le stesse norme di diritto che facilitavano lo svolgersi dell’economia capitalistica, garantendo la libertà di commercio e di lavoro. Senza indugiarci su ciò, troviamo nella presente epoca capitalistica borghese sparite o quasi le forme di servaggio feudale, e sostituite da una grande molteplicità di rapporti nell’economia agricola.

Per distinguere piccola e grande azienda non basta attenersi all’indicazione giuridica delle mappe catastali; per seguire lo sviluppo della tecnica produttiva e dei rapporti sociali tra gli strati della popolazione agraria sarebbe grandemente erroneo soffermarsi solo sull’estensione dei fondi.

Non è possibile dire che l’epoca capitalistica segni un’eliminazione della piccola proprietà rurale assorbita nelle grandi imprese come avviene nell’industria e nel commercio, come non è possibile dire che essa segni un frazionamento degli antichi latifondi, né vedere in questo secondo processo, dove esso avviene, un indice contrario all’evoluzione in senso socialista, se non si introduce chiaramente la distinzione tra la tradizionale grande proprietà e la moderna grande azienda agraria, che si potrebbe chiamare agrario-industriale, la cui apparizione per riflesso dei procedimenti meccanici segue da lontano il sorgere delle grandi aziende industriali.

L’evoluzione dell’intrapresa agraria

Lo sfruttamento delle risorse produttive del suolo rimonta a tempi immemorabili ed ancora oggi non differisce sostanzialmente nei suoi procedimenti fondamentali da quanto ricordano le storie.

Esso comincia appena adesso ad essere influenzato dai perfezionamenti derivanti dall’applicazione dei moderni ritrovati scientifici, sui quali quasi esclusivamente si fonda l’attività della produzione industriale.

L’applicazione delle forze meccaniche ai lavori agricoli, i metodi di concimazione chimica, l’applicazione dei potenti mezzi di cui dispone l’ingegneria moderna alle bonificazioni, alle sistemazioni dei terreni di montagna e di collina, alle irrigazioni, non sono entrati nella pratica che negli ultimi decenni, e devono ancora considerarsi come sistemi che non hanno vinta la concorrenza di quelli tradizionali, mentre può dirsi che la grande industria abbia definitivamente battuto l’artigianato. La maggiore difficoltà di affermazione delle applicazioni della tecnica moderna all’agricoltura ed alle industrie agrarie sta nella semplicità ed economia dei vecchi mezzi, che fondandosi su di una semplice stimolazione delle attività produttive naturali del suolo – che l’arte non è ancora certo sulla via di moltiplicare indefinitamente – rendevano minime le occorrenti spese d’impianto, d’attrezzaggio, l’esperienza tecnica dei coltivatori, in quanto questa si riduceva alla pratica manuale e tramandata facilmente di padre in figlio.

La moderna azienda agraria non è ancora dunque la regola della produzione agricola, nemmeno nei paesi più progrediti. Ragioni inerenti alla stessa natura della economia capitalistica impediscono la sua diffusione, anche dove essa risponde all’interesse collettivo. È indubitato che coi procedimenti della moderna tecnica agraria la terra renderebbe di più, ma ciò richiede non solo il possesso della terra, bensì l’investimento di vasti capitali privati, i quali preferiscono gli investimenti industriali, bancari, speculativi, per il più alto profitto che porgono.

Inoltre vi sono delle circostanze di fatto che rendono impossibile l’applicazione delle moderne risorse alla terra, almeno fino a quando lo sviluppo industriale non abbia raggiunto una grandissima intensità e grandiosità: la configurazione naturale del terreno nei paesi di collina e montagnosi, il difetto di viabilità e di ferrovie, la distanza dai centri industriali, la mancanza di combustibili, di grandi impianti elettrici colle loro reti di distribuzione, infine la stessa deficienza di personale scientifico e tecnico; tutti elementi che solo il lavoro di intere generazioni potrà formare.

Laddove queste condizioni per uno sfruttamento razionale della terra si sono realizzate, laddove si dispone di macchine, fabbricati, forza motrice, acqua, personale ben preparato, ecc. ecc., è fatto indiscutibile che si determina la superiorità della grande azienda, anzi è solo nella grande azienda che si possono con conveniente rendimento applicare quei costosi perfezionamenti. Poiché è appunto la divisione, la specializzazione del lavoro che interviene. Come nell’industria questa porta seco la necessità delle unità produttive che impiegano numerosi lavoratori e preparano masse imponenti di prodotti, così nell’agricoltura tutte quelle risorse possono essere utilizzate solo da vaste intraprese, che abbiano molto personale, che diano grandi quantità di prodotti, e che naturalmente, pur aumentando l’intensità della popolazione lavoratrice agricola ed il prodotto per unità di superficie, comprendano grandi estensioni di territorio da sfruttare.

Questo tipo di unità produttiva rurale, che non è, come dicevamo ed è ancora lungi dal divenire, la regola, è il solo che può confrontarsi economicamente colle grandi aziende industriali moderne, perché ne raccoglie i caratteri sostanziali: la specializzazione del lavoro e l’associazione dell’opera di molti lavoratori, nonché l’appropriazione dei prodotti da parte dell’intraprenditore, poiché in tal caso i lavoratori addetti all’azienda divengono semplici salariati compensati in tutto o in parte grandissima in denaro. Questi salariati agricoli sono a loro volta separati dagli strumenti del loro lavoro, il cui valore è l’equivalente di grandi capitali superanti lo stesso valore della terra, e sono privi di qualsiasi diritto sulla disponibilità del prodotto.

Queste grandi aziende, adunque, mentre tendono a dilatarsi assorbendo le piccole che esistono nelle stesse località e nelle stesse condizioni fondamentali, effettivamente col loro ingrandirsi e complicarsi, perfezionandosi danno l’indice di uno sviluppo che aumenta le premesse della collettivizzazione di esse. Queste aziende sono quelle pronte per l’esercizio da parte della collettività che a simiglianza di quanto sarà per l’industria, subentri al posto dell’intraprenditore privato.

Nel determinare la possibilità del trapasso dalla gestione privata a quella collettiva, abbiamo dunque razionalmente esaminato i caratteri dell’intrapresa, e non la sua materiale estensione. È bene parlare, se si vuole essere precisi, non del problema della collettivizzazione “della terra” ma di quello della collettivizzazione dell’azienda agraria, per sgombrare il terreno da una serie di confusioni su termini elementari ed iniziali di esso.

Definita così la grande azienda agricolo-industriale, passiamo a confrontare con essa gli altri tipi di proprietà agraria, che non si possono classificare come piccola proprietà, ma che tuttavia non sono grandi aziende agrarie nel senso suesposto della parola, per vedere quali problemi essi ci presentino dal punto di vista del trapasso a un regime proletario e socialista.