La questione agraria Pt.3
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Elementi marxisti del problema
La grande proprietà agraria tradizionale
Della piccola proprietà agraria abbiamo già fatto cenno, mostrando come possa sostanzialmente confrontarsi con l’artigianato per i rapporti tra il lavoratore e gli strumenti del suo lavoro ed i prodotti di esso, concludendo l’impossibilità, per l’inesistenza delle reali condizioni tecnico-economiche indispensabili, del diretto passaggio alla collettivizzazione.
Mano mano che la piccola proprietà, che è logicamente piccola azienda, si evolve verso la grande azienda moderna agricolo-industriale, si creano le indispensabili premesse della socializzazione, come è nelle grandi aziende industriali, essendosi sviluppati i necessari caratteri di specializzazione ed associazione del lavoro in grandi unità produttive.
Nella contemporanea epoca borghese esistono però su larghissima scala altre forme di proprietà agraria, svariatissime, che se hanno comune con la grande azienda l’estensione territoriale e l’appartenenza giuridica ad un solo proprietario, mancano di tutti i caratteri di una grande intrapresa basata sulla unità di produzione, e per il grado dello sviluppo tecnico delle risorse produttive hanno i caratteri della piccola azienda.
La distinzione tra i due tipi di grande proprietà a seconda che costituiscano o meno una grande azienda ad unità di produzione, benché nella realtà non possa valere come una classificazione assoluta ed escludere tipi di transizione, è importantissima per la chiara impostazione del problema che ci occupa, in quanto ci condurrà appunto alla conclusione che, se esistono in via di eccezione tipi di intrapresa agraria che hanno i caratteri misti dei due tipi fondamentali, non vi è però in linea generale una continuità “storica” di sviluppo, che assicuri la trasformazione diretta di ogni grande proprietà in una grande azienda moderna agricolo-industriale.
Passeremo dunque in rivista rapidissima le forme della “grande proprietà tradizionale” pregando il lettore di ricordare che il nostro intento non è quello di tracciare un quadro generale e preciso delle varie forme di esercizio della agricoltura conosciute, il che implicherebbe il richiamo di ben altri elementi tecnici, statistici, scientifici, ma solo di mostrare come si prospetti dal punto di vista marxista che ha una precisa e nota applicazione alla evoluzione della produzione industriale, il processo più complicato che presenta l’evolversi delle forme di produzione agraria.
Possiamo rammentare avanti tutto che esiste ancora nell’epoca attuale la forma di grande proprietà agraria che attende ancora la rivoluzione “borghese”, cioè la proprietà feudale, diffusa fino a ieri in Russia, di cui si incontrano le tracce nell’Europa sud-orientale e che domina negli sterminati paesi dell’Asia, dove l’assenza di sviluppo industriale ci pone in presenza di una classe dominante costituita dai grandi signori terrieri, stretti generalmente con gli istituti dinastici e teocratici. La condizione di sfruttamento dei lavoratori della terra è in tali casi estremamente aspra e rasenta l’abbrutimento, mentre ultrarudimentale è la tecnica con cui queste mandrie di oppressi traggono dal seno spesso feracissimo per natura della madre terra i prodotti che sono arbitrio quasi esclusivo del boiardo, del signore feudale. Al contadino e alla sua famiglia è data un’irrisoria frazione dei prodotti di un pezzo di terra su cui lavora. Ma sostanzialmente, è nel campo giuridico e non in quello economico la differenza dei rapporti di sfruttamento del servo feudale e del lavoratore moderno della grande proprietà non evoluta (colono, mezzadro o salariato come ora vedremo), o meglio la differenza giuridicamente è qualitativa, economicamente è, in fondo, quantitativa soltanto. Il contadino in regime feudale non può abbandonare colla sua persona e la sua famiglia la terra su cui nacque, i suoi discendenti legati da uguale servaggio al padrone e alla sua stirpe hanno un avvenire che giuridicamente rassomiglia a quello degli antichi schiavi, materialmente è peggiore, perché il lavoratore non è più un oggetto suscettibile di proprietà e di valore commerciale, che si ha interesse a conservare, ma appartiene ancora all’arbitrio padronale e lavora sotto la sferza dell’aguzzino e tutto deve al suo signore, anche, talvolta, per riconosciuto diritto legale, la carne delle sue figlie.
Dal punto di vista che ci interessa, cioè dei rapporti tecnici economici (tacendo, per non deviare dall’oggetto, le richieste giuridiche realizzate nelle rivoluzioni che affrancarono il servo, ma non sempre lo trasformarono in piccolo proprietario, ciò che in quelle rivoluzioni borghesi fu piuttosto il risultato di un lento processo ulteriore, dandogli solo come risultato immediato quello di divenire un cittadino libero colla abrogazione del diritto feudale), il regime che si riscontra nelle grandi proprietà feudali non è che quello delle piccole intraprese, ciascuna costituita dalla zona di terreno affidata ad una famiglia di contadini, che vi lavora, che non può uscirne, che deve lasciarne tutto il prodotto al signore salvo una parte vile ed insignificante che le consenta di vivere da bestie. Da questa forma di proprietà è assurdo pensare che si possa passare a forme collettiviste per effetto di una rivoluzione; si può da essa passare alle forme che esamineremo subito delle grandi proprietà non feudali, si può passare allo spezzettamento in piccole proprietà nelle circostanze che vedremo tra poco, perché questi spostamenti dei rapporti giuridici non esigono premesse di ordine tecnico e conservano la piccola azienda antiquata come tipo di intrapresa.
Aprendo una parentesi accenneremo anche alle forme di possesso collettivo della terra da parte degli abitanti di una comunità (usi civici italiani e di qualche altro paese europeo, mir russo). Queste forme risalgono ad avanzi del cosiddetto “comunismo primitivo” reso possibile da una tecnica ancora più rudimentale di quella delle piccole aziende, anzi sostanzialmente dall’assenza di ogni applicazione tecnica continuativa. In esse ognuno dei membri della collettività che ne fruisce non presta altra opera che, in fondo, quella occorrente a raccogliere quanto vi è naturalmente germinato. Queste forme “comunistiche” sono evidentemente separate dal comunismo, quale sbocco della razionale applicazione all’agricoltura delle più elevate risorse scientifiche, non da una ma da più soluzioni di continuità e fasi di evoluzione tecnica e di rivoluzione dei rapporti giuridici. La loro tendenza a sparire appena la stessa piccola azienda a conduzione diretta del contadino proprietario si diffonde come risultato di una tecnica che ottiene dalla terra maggior rendimento, può solo dagli ignoranti essere invocata come un’indicazione di un’astratta superiorità, campata fuori dal tempo e dallo spazio, dell’esercizio privato della produzione agraria.
Veniamo dunque, lasciato da parte l’esame dei rapporti tra lavoratori e proprietari nelle forme che possiamo chiamare pre-borghesi, benché la rivoluzione borghese non le abbia ovunque soppresse, alle forme di grande proprietà agraria in cui i rapporti giuridici sono pienamente corrispondenti ai criteri introdotti dall’epoca borghese, ma in cui l’unità di produzione che abbiamo riscontrata nelle grandi aziende moderne non è stata raggiunta.
La somiglianza tra queste grandi proprietà rurali e la grande industria si riduce a questo: un solo (o un gruppetto) sfruttatore, molti sfruttati. Ma non va oltre. Il proprietario non è giunto a costituire la sua proprietà attraverso un processo di perfezionamento tecnico e di organizzazione del lavoro con risorse ignote alle piccole aziende, ma per ben altra via esclusivamente giuridica o commerciale. Molte volte esso non si reca nemmeno a vedere la sua proprietà o ne conserva una parte per propria abitazione o diletto. Il suo intervento nel processo tecnico è nullo o minimo, nella amministrazione egli non ha altra parte, spesso affidata ad un suo stipendiato, che assicurarsi l’impossessamento della gran parte di prodotto che gli spetta o del loro valore.
La sua proprietà è generalmente divisa in piccoli lotti affidati ciascuno ad una famiglia di lavoratori agricoli. Questi traggono dalla terra i suoi prodotti col proprio lavoro, sono e non sono proprietari degli arnesi indispensabili ed hanno col padrone svariati rapporti di diritto sulla gestione degli altri capitali (scorte) indispensabili all’andamento della produzione, come il bestiame, ecc. La parte di prodotto che spetta al padrone gli è data o in natura, in base a certe produzioni variabilissime secondo il luogo, le epoche e le diverse specie di prodotto (“mezzadria” quando la ripartizione avviene tra contadino e padrone in parti uguali) o in denaro, in base ad un prezzo oscillante secondo certe circostanze e che dicesi affitto (estaglio, ecc.). Nel secondo caso il contadino (che anche nel primo caso può chiamarsi colono) prende la figura dell’affittuario. Considereremo il caso più semplice e frequente che senza intermediari si passi dal padrone del suolo al piccolo contadino che prende da lui tanta terra quanto all’incirca può coltivare, servendosi della forza lavorativa della sua famiglia, e analizzeremo rapidamente i rapporti economici che tra essi intercedono, in relazione al fatto che il procedimento tecnico culturale, non essendosi perfezionato, ha fatto rimanere, dentro la grande proprietà territorialmente e giuridicamente considerata, il tipo di piccola azienda familiare analogo per estensione dell’unità produttiva a quello della piccola proprietà. Abbiamo noi specializzazione del lavoro agricolo? Non più di quanto ce ne presenti il piccolo proprietario. Questo, come il piccolo colono, zappa, ara, semina, ecc. Dunque non abbiamo associazione di lavoratori specializzati ed addetti ognuno ad una branca del processo produttivo: i molti contadini compresi nella grande proprietà che consideriamo sono accomunati dal solo fatto di essere sfruttati dallo stesso padrone, ma la loro attività è produttivamente autonoma od ha la possibilità di esserlo. Non vi è dunque unità produttiva in funzione. Il proprietario è un appropriatore di prodotti altrui, specie nel caso della somministrazione in natura di quanto a lui spetta, ma il suo rapporto con un contadino è indipendente dal rapporto con l’altro; c’è una somma di diritti di sfruttamento, non lo sfruttamento della posizione che deriva dall’aver introdotto nuove applicazioni del procedimento tecnico, collocandosi allo sbocco ultimo della produzione di una unione integrale di lavoratori associati, come è nella grande intrapresa industriale o agricola.
Questo tipo di exploitation agraria, che è poi di massima quello fondamentale, non è dunque più maturo della piccola proprietà alla gestione, all’esercizio collettivo. Sostituendosi al proprietario la collettività non potrebbe realizzare le condizioni di maggior rendimento, che condannano la libera produzione dinanzi a quella centralizzata. Sparito il proprietario, nulla resterebbe a cementare dal punto di vista della produzione gli sfruttati di ieri; essi verrebbero ad essere divisi in tante piccole aziende tecnicamente indipendenti, che non si potrebbero inserire nella rete centralizzata di produzione e di distribuzione da costituire, come non conviene inserirvi utilmente i mille piccoli ateliers dell’artigianato o della piccola industria perché l’amministrazione dal centro di così piccole unità produttive non presenterebbe il vantaggio che presenta quella delle grandi intraprese avanzatissime sulla via generale dell’accentramento economico.
Dal punto di vista della evoluzione sociale si viene dunque a questa chiara conclusione, che le condizioni dello sfruttamento della terra nel caso della grande proprietà tradizionale (ossia non raggiunta dalle grandi innovazioni tecniche) sono assai più prossime a quelle della piccola azienda che a quelle della grande azienda agraria industrializzata e socializzabile.