Partito Comunista Internazionale

La questione agraria Pt.4

Categorie: Agrarian Question

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Elementi marxisti del problema

Dal latifondo all’agricoltura industrializzata

Dobbiamo considerare la grande proprietà rurale cui abbiamo dato l’epiteto di “tradizionale” come un diretto derivato dal feudalesimo. Il servo affrancato ha conquistato, insieme alla libertà giuridica e politica, un maggiore diritto sui frutti del suo lavoro che seguita a svolgersi sulla stessa estensione. Il proprietario latifondista moderno in questi casi, o nei più caratteristici tra essi, conserva la figura economica del feudatario, ossia estorce un reddito senza nessun intervento attivo nel processo della produzione. È indubitato che oggi ciò è altrettanto vero per il grande industriale, ma alla base del diritto di questi al dividendo sta l’introduzione nel processo produttivo di innovazioni che la sua classe vi ha apportate, rivoluzionandolo totalmente. Egli inoltre sviluppa il suo parassitismo partecipando al gioco delle correnti centrali della vita economica, nella circolazione del capitale commerciale, bancario, ecc.

Il grande latifondista agrario resta passivamente immobile pago del suo reddito molto meno aleatorio, ed è per lo più privo di capitali industriali: se ne avesse, le leggi economiche li attirerebbero più verso intraprese industriali o di speculazione che verso la rinnovazione della tecnica agraria nei suoi possessi.

Vi sono al certo dei casi meno caratteristici in cui i rapporti tra il grande proprietario e i suoi dipendenti si staccano maggiormente da quelli feudali e, risentendo del generale ambiente del commercio capitalistico, assumono forme che più ricordano il salariato come ce lo presenta l’industria. Ai coloni, agli affittuari, si aggiungono e si incrociano contadini salariati che lavorano “ad economia” in alcune branche più perfezionate della produzione agraria; altre volte siamo in presenza di grandi affittuari che subaffittano al piccolo contadino ed in parte eserciscono direttamente la tenuta avvalendosi per aumentarne il rendimento di capitali circolanti di cui spesso manca il primo proprietario. La produzione per piccole aziende separate viene incrociandosi con l’organizzazione di unità produttive per certe fasi del lavoro agricolo. Per esempio la tecnica delle “rotazioni” di varie colture sullo stesso terreno verrebbe qualche volta ad indicare la convenienza di alternare l’esercizio unito alla conduzione familiare.

Molte volte il gioco del commercio dei prodotti e delle materie occorrenti (concimi, semenza, piccole macchine, ecc.), nonché le prime necessità di una consulenza tecnica che ecceda la tradizionale pratica del contadino, spingono gruppi di questi alla cooperazione, od anche all’affittanza collettiva, ma quel mutuo appoggio commerciale è poco ancora per poter parlare di una fusione delle singole aziende familiari in una unità integrale produttiva, quale, ad esempio, ci presenterebbe una cooperativa di operai industriali in possesso di uno stabilimento moderno.

L’analisi di tutti questi casi non sposterebbe le considerazioni fondamentali da noi svolte, e troppo lungi ci condurrebbe.

Possiamo, ci pare, dopo quanto abbiamo esposto, porci questa domanda: dato che indubbiamente il processo tecnico di sviluppo dell’arte del coltivatore conduce, colle applicazioni scientifico-industriali, verso le grandi unità di produzione rurale, partendo quasi generalmente dal latifondo feudale come si inserisce il sistema della piccola azienda nell’evoluzione di rapporti economici e giuridici che quel processo tecnico porta seco?

È logica la risposta, che molti socialisti orecchianti sono corrivi a dare, che, trattandosi di giungere alla grande azienda, si debba interpretare questo processo come ingrandimento delle dimensioni della proprietà, ed accogliere il frazionamento dei latifondi a cui ampiamente abbiamo assistito ed assistiamo come un processo in senso negativo, che ci allontana dalla meta?

L’inconsistenza di tale conclusione e la sua superficialità, salteranno, noi speriamo, all’occhio del lettore che ci abbia seguiti nelle conclusioni che precedono. Per le stessissime ragioni, abbiamo visto, distano dal tipo della grande impresa agraria moderna, e dalla possibilità della collettivizzazione, e la piccola proprietà e la tradizionale grande proprietà. È possibile che in certi casi, la prima ci appaia più matura e avanzata nel processo generale che la seconda? Indubbiamente.

Se, senza lasciarci accecare dalla deplorevole confusione tra proprietà ed azienda, e dalla ridicola concezione di un comunismo accumulatore meccanico, e non suscitatore dinamico delle più audaci energie umane nella inesauribile dialettica del processo della storia, le cui relazioni si rintracciano colla genialità del metodo di Marx nell’indagine dei caratteri tecnici del processo produttivo, se noi cerchiamo di intendere il grado di sviluppo tecnico nell’uno e nell’altro caso, il più delle volte la risposta sarà sfavorevole per il latifondo, e questo ci potrà apparire più lontano della piccola proprietà da quelle circostanze che daranno luogo alla nuova agricoltura delle grandi intraprese razionali.

Quale è stata la spinta iniziale alla morte della proprietà feudale? Ancora una volta le esigenze della tecnica produttiva, l’insufficienza di una produzione agricola in cui il lavoratore non era portato a perfezionare il rendimento della terra. Il contadino, disimpegnandosi dalla soffocazione feudale, acquistata la possibilità di una limitata disponibilità di denaro, poté cominciare a migliorare la sua piccola azienda. Migliori erano le condizioni che otteneva come affittuario dell’antico signore, maggiore la larghezza di mezzi e la buona volontà di introdurre perfezionamenti.

È perfettamente logica, anziché essere (secondo le compassionevoli interpretazioni di certo socialismo da dottrinetta) conseguenza di “pregiudizi”, la tendenza del contadino a divenire proprietario della terra su cui lavora. Quando domani tutto il prodotto sarà suo ed egli sarà sicuro che un aumento di valore della sua azienda non potrà di un solo colpo rientrare a vantaggio del padrone che non vi ha merito alcuno, egli porterà maggiore attività nell’opera propria. D’altra parte chi offende questo trapasso, a cui per esempio l’economia francese ha dovuto la sua floridezza e solidità? Non certo l’astratto “interesse dei terzi”, del pubblico, del consumatore, cui tanto vale essere in contatto col grande che col piccolo produttore agricolo: mentre ne è eliminato il parassitismo passivo del grande proprietario agricolo realizzando la formula che al lavoratore vanno i prodotti del suo lavoro, come la realizzava l’artigianato. Se noi vediamo nella grande industria una forma produttiva più evoluta dell’artigianato, è perché essa sopprimendo nel lavoratore la disponibilità degli strumenti e dei prodotti del lavoro, crea però le superiori conquiste dell’associazione produttiva da cui si salirà al possesso di “tutti” gli strumenti e i prodotti del lavoro da parte di “tutti” i lavoratori, nel comunismo: benefizio che per il latifondo tradizionale non si ha diritto alcuno di invocare.

Ritornando sul terreno dello sviluppo concreto della tecnica e dell’economia agraria noi vediamo dunque che quando la grande proprietà tradizionale si spezza, in generale la tecnica produttiva progredisce, si introducono colture più intensive e differenziate, la zappa del contadino pazientemente dirompe e feconda estensioni di terreno che al latifondista conveniva o era giocoforza tenere a pascolo e a prato, le colture arborate si diffondono, la pratica della concimazione e della lotta contro le malattie delle piante si intensifica, ecc.

Tutte queste condizioni ci portano più vicino alla possibilità del sorgere di grandi aziende razionali di quanto non ci avvicinasse a ciò la materiale unità giuridica del grande possesso, che non aveva altra influenza di quella sui tracciati delle mappe catastali, e sull’impinguamento dei forzieri del padrone.

Senza escludere che sia possibile ed anche frequente il passaggio dalla grande proprietà agraria, coll’introduzione di successive migliorie e trasformazioni, alla tenuta moderna, (specie quando si cominci a realizzare con industrie agrarie di sicuro successo, come l’allevamento del bestiame, il caseificio, ecc.), si può però affermare che in moltissimi casi, anzi nella maggioranza di essi, la pratica agraria non uscirà dalla sua stasi medioevale senza che il grande corpo, anzi agglomerato senza vita, del latifondo si risolva nelle feconde cellule della produzione a piccoli lotti.

Il processo che dalla piccola proprietà conduce alla grande intrapresa non può svolgersi – a parte i suoi caratteri storico sociali a cui subito passeremo – senza l’intervento decisivo di ritrovati scientifici che le condizioni naturali rendano applicabili all’agricoltura in modo da assicurare rapidamente la decisa loro superiorità sull’esercizio a piccoli lotti. Malgrado le naturali difficoltà e le armi con cui ancora si batterà la piccola azienda agraria, che se hanno aspetti psicologici, è in relazione a circostanze tecniche ed economiche per cui l’esercizio dell’agricoltura su limitate estensioni ha ben maggiore resistenza che il piccolo esercizio della produzione di manufatti, malgrado ciò l’impulso dato alla fertilità della terra dalle pur primitive risorse del piccolo proprietario non potrà non svolgersi nell’affermazione di procedimenti ulteriormente evoluti che spezzeranno il limite del piccolo campicello con la logica invincibile della convenienza economica, vista in una luce sempre più collettiva.

Il duello si svolge in ben altro campo che in quello dei motivi letterari e flebilmente retorici, ed è altrettanto sterile la propaganda sentimentale dei fautori della pace arcadica e del domestico focolare, quanto quella crassamente incosciente dei socialistoidi che confondono la sottigliezza critica di Carlo Marx colla grossolana catena dell’agrimensore.

La trasformazione dell’azienda agraria può esaurirsi in regime borghese?

Nessuno si sognerebbe di sostenere questa tesi: che la rivoluzione proletaria non possa esplicarsi se prima il processo economico che dall’artigianato conduce alla grande industria non abbia avuto la totale sua applicazione a tutti i rami della produzione.

Altrettanto assurdo sarebbe dire che, poiché si è assodato che solo le grandi tenute moderne agricolo-industriali possono considerarsi mature per l’esercizio collettivista, la rivoluzione proletaria si inizierà dopo che tutta l’agricoltura avrà subito il processo di trasformazione delle forme più arretrate in questa moderna.

Noi vogliamo per ora porre il problema in modo del tutto obiettivo e indipendente anche dalla concezione rivoluzionaria storico-politica nostra, la cui valutazione in rapporto al problema agrario esamineremo più oltre. Sappiamo che vi sono “socialisti” che fanno colletta di argomenti atti a dilazionare l’avvento del proletariato alla direzione della società, a prolungare le prospettive di sopravvivenza dell’assetto borghese. Noi dunque vogliamo porre il problema nel senso di chiederci se sia possibile che, ammesso un ulteriore sviluppo del sistema economico capitalistico, possa attendersi la totale trasformazione dell’intrapresa agraria nell’accennata direzione.

Per stabilire che il trapasso “artigianato – grande industria” e quello “proprietà agraria tradizionale – moderna intrapresa agricola” non è il prodotto di una stessa epoca storica, basta ricordare che il primo sta a cavalcioni della rivoluzione borghese, la quale non ha affatto figurato come gerente del secondo. La rivoluzione che condusse la borghesia al potere, se si accompagna, come riflesso nel campo politico, al nascere della grande intrapresa industriale, dal punto di vista del problema agrario apparve come il passaggio dalla proprietà feudale ai tipi di agricoltura più recente, che abbiamo esaminati, ma che, nel caso sia della grande proprietà che della proprietà frazionata, conservarono tecnicamente l’aspetto della piccola azienda. A quest’epoca, generalmente parlando, mentre l’affermazione della grande industria era un fatto compiuto nel senso che la superiorità di essa sull’artigianato erasi definitivamente consolidata, cominciava appena una lenta evoluzione della tecnica agraria che dava luogo alle tenute moderne tendenti alla “industrializzazione”. La vera applicazione alla terra delle forze motrici di cui dispone la meccanica moderna è poi recentissima, e benché la pratica dell’irrigazione, della bonificazione, della sistemazione montana dei terreni, sia antichissima, pure è soltanto recente l’applicazione su vasta scala dei mezzi tecnici che consentono di risanare e porre a coltura i terreni naturalmente inadatti alla coltivazione. Altrettanto può dirsi della concimazione chimica, della lotta contro le malattie, ecc. Le industrie che si accompagnano all’agricoltura, anche quelle che come l’allevamento del bestiame, la manipolazione dell’olio, del vino, dei bozzoli e via, sono antichissime, solo ora prendono aspetti tecnici di grandi intraprese ad unità tecnico-economica.

Il capitalismo sorge adunque come capitalismo industriale. Le leggi del suo sviluppo lo cacciano su tutte le altre vie, anche cieche, prima che su quella dell’investimento nelle grandi trasformazioni agrarie. Ciò dipende dalla natura stessa del principio motore dell’economia borghese attuale che non è l’interesse collettivo, ma la naturale tendenza al profitto di chi dispone di capitali. L’investimento di vaste risorse finanziarie nelle trasformazioni della tecnica agraria è per una serie di ragioni di rendimento scarsissimo. I lavori di preparazione durano vari anni, prima che sia possibile, nel caso delle grandi innovazioni, risentire gli utili effetti di essi. In molti casi bisogna concedere alla terra un periodo di passività, ed intanto bisogna garantire al proprietario l’equivalente delle sue rendite. A ciò si aggiunga che in parte a causa di pregiudizi e diffidenze, ma anche per lo sviluppo non ancora sicurissimo della teoria e della tecnica agraria, si teme che lo sfruttamento intensivo ed artificiale delle risorse del suolo determini successivi periodi di sterilità e di forzata inattività del suolo e con questo di immobilizzamento degli ingenti capitali dedicati a trasformazioni su di esso. Infine la concorrenza coi prodotti della piccola produzione tradizionale si presenta, dal punto di vista del guadagno in base al capitale investito, sfavorevole, sebbene sia maggiore il prodotto per eguale superficie, e ciò naturalmente in dipendenza del minor valore della proprietà terriera non ancora corredata di macchine, impianti, fabbricati ed altri costosi accessori.

La nuova agricoltura moderna, si è dunque potuta affermare solo nelle zone in cui particolari condizioni la favorivano: ciò dimostra che essa non è e non diverrà la regola se altre condizioni non si produrranno. Essa si è affermata quasi esclusivamente nei paesi a terreno pianeggiante, il cui sviluppo di industrie e di mezzi di trasporto è molto avanzato, dove è possibile avere facilmente e con poca spesa l’acqua necessaria alle colture più redditizie. Le condizioni sono molte volte contraddittorie; molte delle grandi pianure del pianeta sono desertiche o semidesertiche, altre sono acquitrinose e difficilmente risanabili. Certe colture di alto rendimento economico, come la vite, l’ulivo, le piante da frutto, ecc., spesso si adattano meglio ai terreni collinosi e talvolta rocciosi, a cui l’estensione dei metodi della grande tenuta è impossibile; ed anche questo concorre ad assicurare una superiorità alle piccole imprese agricole rispetto alle grandi tenute industrializzate e da industrializzare.

Per tutte queste ragioni che confusamente accenniamo, anche chi voglia destinare una certa somma ad investimenti agricoli troverà maggiore convenienza, in linea generale, a comprare terra ed affittarla o altrimenti esercirla senza preoccuparsi di grandi innovazioni, che ad intraprendere la fondazione di grandi aziende razionali.

L’aumento di richiesta dei prodotti della terra conseguente dovunque all’aumento della popolazione e del suo grado di alimentazione, date le assurde contraddizioni dell’economia capitalistica, non tende a condurci ad una intensificazione su vasta scala del rendimento agricolo. È troppo facile quando i prezzi salgono realizzare grandi guadagni con sistemi rudimentali di coltura, perché i produttori che vogliono prontamente speculare sulla richiesta abbiano interesse ad ingolfarsi nelle lunghe intraprese di miglioria. Molte volte le oscillazioni del mercato agrario, nelle quali si risente al massimo l’influenza disorganizzatrice del sistema capitalistico nei suoi riflessi commerciali e speculativi, colle prospettive di profitti che aprono, determinano la sostituzione di colture più utili e differenziate con altre più facili e tecnicamente arretrate, ed in genere influiscono su di una irrazionale utilizzazione della fecondità del suolo. Poiché la terra non è una fabbrica o un’officina che senza grande pregiudizio del suo potere di rendimento può stare inerte od intensificare la sua attività, o alternare a volontà le funzioni dei suoi reparti, ma dovrebbe in un sistema razionale essere coltivata con criteri che abbraccino un lungo periodo di esercizio e tutto l’insieme del processo di miglioramento delle risorse di una intera regione, un aperto contrasto si stabilisce tra il progresso tecnico dell’agricoltura e quindi la maggiore produzione di derrate e il gioco delle spinte economiche derivante dall’ambiente di speculazioni e di tranelli del commercio capitalistico.

Volendo ridurre questa indagine, che sarebbe cosa interessantissima affrontare in modo più sistematico, ad una espressione semplicista ma sintetica, basta ricordare ciò che a tutti è noto: che sebbene l’umanità sia insufficientemente alimentata, il produttore agrario teme le annate di eccessivo prodotto spesso più di quelle di cattivo raccolto per conseguenza del decrescere dei prezzi che nel primo caso si determina.

Si è sulla soglia, all’attuale grado di sviluppo della scienza e della tecnica agraria, di poter applicare all’agricoltura sistemi che ne accrescano grandemente la produttività. Ma l’aver risolto il problema tecnico non vuol dire averne risolto il lato economico, poiché nei quadri del capitalismo e della libertà di produzione e di commercio che lo definiscono, non esiste la possibilità di un’applicazione su scala grande di quelle nuove risorse. D’altra parte lo sviluppo della tecnica industriale e delle sue basi scientifiche è stato suscitato dalla grande convenienza per i capitalisti di realizzare innovazioni nel processo produttivo; non esistendo un eguale incentivo, ne risulta di riflesso una spinta minore ai perfezionamenti della tecnica agraria, che in sostanza attendono ancora l’epoca delle grandiose loro affermazioni.

La guerra ha accentuate queste circostanze. Mentre essa stimolava al massimo la funzione dei grandi impianti dell’industria, toglieva soprattutto all’agricoltura le braccia dei lavoratori. La diminuita possibilità di produrre e il rialzo dei prezzi delle derrate rendevano di colpo enormemente redditizia la più arretrata forma di azienda agraria. I capitali, sebbene divenuti meno mobili, si riversavano sempre più nelle industrie volte in massima parte alla produzione di materiale bellico, e in tale campo si concentravano anche le risorse ed i miglioramenti tecnici. Nessun speculatore privato poteva avere interesse a darsi a intraprese agrarie, anche perché la instabilità della situazione spingeva ad investimenti di gettito sicuro ed immediato anziché ad imprese lunghe nei loro effetti e complesse.

La situazione del dopoguerra è non meno sfavorevole alle innovazioni nel campo dell’agricoltura. Basti pensare al costo enorme delle macchine, dei fabbricati, dei lavori in genere; basti, senza qui abbordare il vasto problema generale della crisi economica postbellica, considerare che la tendenza alla diminuzione del costo dei prodotti industriali, dei fabbricati, della mano d’opera, non appare nemmeno ai più ottimisti borghesi come il preludio di un ristabilimento di condizioni normali da cui si possa attendere una ripresa di attività, e tra queste delle intraprese di miglioramento agricolo.

Se la critica marxista, applicata ai domini della produzione industriale, del commercio, della finanza, dimostra che esiste ormai una contraddizione insormontabile tra l’interesse collettivo e quello dei monopolizzatori della ricchezza e detentori del capitale, ma questa contraddizione appare dopo lo sviluppo completo della grande intrapresa industriale e quando questa domina tutto il campo dell’economia, la contraddizione tra interesse dei proprietari e miglioramento generale della produzione agricola è ancora più evidente e ci si presenta proprio nella fase iniziale del processo che conduce alla diffusione della grande intrapresa atta ad essere socializzata. L’intervento della collettività nell’amministrazione della produzione e della distribuzione si impone per risolvere questi problemi, ma mentre ciò diviene evidente nel campo industriale ad un grado di sviluppo che già ha raggiunto la prevalenza delle grandi unità produttive, per l’agricoltura quella necessità si presenta prima di tale fase e proprio per rendere possibile il rinnovamento della tecnica produttiva.

I saggi di intervento dei governi borghesi per le necessità di guerra nell’andamento dell’economia agraria sono la prova di questa insormontabile necessità; ma al tempo stesso sono anche la prova dell’incapacità dell’attuale forma di apparato statale ad assumere la funzione socializzatrice della ricchezza. Non è nostro compito combattere qui in generale la tesi socialdemocratica della collettivizzazione eseguita dallo Stato borghese parlamentare, che è il protettore storico naturale degli interessi degli sfruttatori, né svolgere la critica dei progetti utopistici di socializzazione dietro indennità. A noi qui basta concludere che lo sviluppo della produzione agricola fino a quella perfezione e a quella intensità che sono indispensabili per assicurare il benessere collettivo nel campo delle prime necessità della vita, non è compatibile col presente regime dominato dalle leggi del profitto capitalistico, dalla libertà di produzione e di commercio, e per questa stessa ragione sarebbe inutile invocarlo come argomento per dimostrare che devono ancora svolgersi, prima della rivoluzione proletaria che affronterà la demolizione dell’economia privata, della libertà economica, lunghe fasi di sviluppo dell’attuale assetto sociale.