Partito Comunista Internazionale

La questione agraria Pt.7

Categorie: Agrarian Question

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Elementi marxisti del problema

c) Dinanzi alla piccola proprietà

La socializzazione o nazionalizzazione delle piccole aziende rurali oggi gestite dai proprietari “giuridici” non può essere che una espressione vuota di ogni senso: riteniamo ciò per ormai incontrovertibile.

L’esercizio di esse dunque resterà affidato al piccolo contadino che attualmente vi lavora colla sua famiglia. Ma il crollo del potere borghese e la instaurazione di quello proletario recheranno seco una radicale trasformazione dei rapporti nei quali vive tale piccolo esercizio produttivo, dal punto di vista della ripartizione della terra, come da quello della disposizione dei prodotti.

In regime borghese il piccolo proprietario è teoricamente il padrone assoluto della sua terra e di quanto trae da essa col suo lavoro. Ma questa enunciazione giuridica è lungi dal tradursi in una realtà economica. In realtà, e ad eccezione di periodi di prosperità sui quali molto di solito si suole esagerare, la integrità di quei diritti è minacciata da molte parti. La mancanza di mezzi economici che consentano al piccolo proprietario di provvedersi degli attrezzi e di quanto altro deve acquistare necessariamente sul mercato lo rendono vittima degli usurai e lo sottopongono ai debiti ipotecari sul suolo che possiede, molte volte a penosi impegni di vendere il prodotto a date persone e a date condizioni sfavorevolissime. Lo sfruttamento economico capitalista ha dunque molte vie per raggiungere il piccolo contadino proprietario senza intaccare il “sacro” suo diritto. La rivoluzione proletaria cancellerebbe di colpo questi oneri, cui il piccolo esercente di terra soggiace quasi generalmente.

I piccoli coloni e affittuari liberati dal giogo dei grandi proprietari terrieri; in taluni casi, come vedemmo, i contadini senza terra in regioni dove manca possibilità ed esempio di conduzione collettiva dell’azienda agraria; e i piccoli proprietari, per effetto della rivoluzione politica verranno a trovarsi con assoluta parità di “diritto” dinanzi al problema della ripartizione della terra.

Il contadino che dispone di una superficie di terra insufficiente ad assorbire la sua forza di lavoro e quella della famiglia e per conseguenza insufficiente a garantirgli una certa quantità di prodotto che gli è necessaria (sia per il diretto consumo che per l’esito in quelle forme che si renderanno possibili in cambio di quanto gli occorre), il contadino “povero di terra” naturalmente sarà spinto ad occupare la terra che altri possiede in eccesso derivandola sia dal fatto di essere già un medio proprietario, sia dalla posizione di grosso affittuario subentrato al latifondista, sia per arbitrarie occupazioni, ecc. I contadini poveri, favoriti in ciò dallo Stato operaio, si organizzano per lottare contro quelli che possiedono terra in eccesso, per non essere costretti ad andare a lavorare come salariati la terra di costoro, e quindi per procedere ad una equa ripartizione di terre.

Non vi è alcuna eresia teoretica nel dire che i piccoli proprietari non solo conserveranno la loro terra (ma a chi dunque si dovrebbe darla? a meno di non volervi porre sopra un cartello: “socializzata per ordine della asinità socialdemocratica”, e abbandonarla all’incoltura o alla coltivazione delle… zucche), ma ne riceveranno altra fino a capacità di forza lavoro (questo sempre come tendenza generica, che in realtà quello che si svolgerà dipenderà: a) dalla quantità di terra disponibile in proporzione della popolazione lavoratrice rurale; b) dalla forza politica e dallo sviluppo economico industriale del regime proletario che interverrà a disciplinare l’azione delle masse contadine).

Avremo dunque sotto il regime del potere proletario due sole forme di esercizio della terra: le grandi aziende moderne che saranno a conduzione statale (aziende soviettiste in Russia, che nel 1919 non coprivano che il 2% della superficie di terra coltivabile) e le piccole aziende affidate all’esercizio dei contadini, derivanti dalla piccola proprietà e dalla grande proprietà tradizionale, semifeudale. La proporzione in cui queste due forme costituiranno la produzione agricola dipenderà dal preesistente sviluppo tecnico della pratica agraria, oltre che dalle condizioni generali di prosperità legate alle sorti della lotta politica rivoluzionaria e del processo di socializzazione dell’industria.

Come le piccole aziende agricole inseriranno il loro meccanismo produttivo in quello statale, e soprattutto in riguardo alla distribuzione dei generi alimentari? In un primo tempo la rivoluzione proletaria rovescerà l’integrità del diritto a possedere la terra, in un secondo tempo essa interverrà nella destinazione dei prodotti. Vi sarà un periodo in cui le piccole aziende, uscite nella loro sistemazione dalla infrazione del diritto di proprietà borghese, vivranno ancora nell’ambiente del commercio borghese, ossia della libertà di collocare sul mercato l’eccedenza del loro prodotto sul consumo interno, in cambio di denaro che conserverà la possibilità di acquisto di generi manifatturati e prodotti industriali, magari a prezzi fissati da organi statali. Il regime che si tenderà a realizzare sarà quello che il contadino esercente la piccola azienda possa “vendere” solo allo Stato a dati prezzi, prima, e poi contro consegna di date quantità che gli competono di prodotti industriali e come corrispettivo di altre prestazioni statali man mano che matura l’abolizione della moneta. La piccola azienda tenderà a perdere un carattere di speculazione per inserirsi nel quadro della produzione collettiva.

Ma il primo momento lascerà allo Stato proletario la possibilità di dire solo che esso riserva a sé una certa parte del prodotto eccedente, non tutto, finché non potrà direttamente tutto fornire di quanto occorre alle necessità del funzionamento dell’azienda.

Solo dopo la risoluzione di questo problema si potrà fare un passo veramente gigantesco verso il regime comunista, cioè la soppressione del libero commercio non solo per i prodotti industriali ma anche per quelli agricoli.

In ogni modo la possibilità di inserire il funzionamento del piccolo esercizio agricolo, per un tempo non breve, nel regime di potere proletario esiste indubbiamente e vi ritorneremo su tra breve.

Resta a dire una parola su quanto è avvenuto in Russia. La guerra civile, sommandosi alle conseguenze di quella zarista e borghese, ha paralizzato gravemente l’economia generale del paese e la grande industria statizzata, cosicché questa non domina totalmente la vita economica ed il problema della piccola azienda agraria si pone al primo piano, mentre altresì la piccola industria ha parte notevole nella produzione. La cattiva raccolta del 1920 ha dimostrato quanto si sia ancora lontani dal poter superare la fase del libero commercio dei prodotti agricoli sulla unica base che si può chiamare di avviamento al comunismo, cioè la somministrazione da parte dello Stato ai contadini di tutto quanto loro occorre, contro prelevamento di tutto il prodotto. Si è ancora allo stadio in cui lo Stato non può tutto distribuire ai contadini, e perciò esso deve contentarsi di prendere ad essi una quota parte dell’eccedenza del prodotto lasciando loro la disponibilità del rimanente nel campo dello scambio con quanto altro loro occorre e che è prodotto dalla piccola industria od anche che si acquista negli stessi magazzini di Stato. Questo è il sistema della “imposta alimentare”. Si è fatto un gran chiasso parlando di misura retrograda, in quanto precedentemente lo Stato prendeva ai contadini, con la forza se del caso, tutto l’eccedente ed anche il necessario ad essi, vietando il libero commercio. Ma, come mirabilmente dimostra Nicola Lenin, questa misura era “fuori tempo” rispetto al razionale sviluppo economico verso il comunismo, necessariamente lento in Russia data la sua economia e la lotta gigantesca contro la reazione esterna. Era una misura di “comunismo militare”, una requisizione dettata da eccezionale stato di necessità e che era erroneo scambiare per una tappa assicurata del processo economico. Infatti essa era possibile in quanto era la condizione necessaria della lotta armata contro i reazionari feudali, e si potevano indurre i contadini a intendere che rifiutando di sacrificarsi avrebbero determinata la vittoria della controrivoluzione e il ritorno allo sfruttamento da parte dei signori. Non era peraltro una situazione naturale, poiché i contadini non ricevevano nulla dallo Stato, oltre la loro difesa militare, alla quale già contribuivano di persona nell’esercito rosso, ed a prova di questa artificialità sta il fatto che il contrabbando imperversava anche per il grano interamente monopolizzato per legge dallo Stato. L’essere passati da questo stadio di eccezione all’imposta in natura, non significa che, per quanto se ne possa dedurre, il divenire dell’economia socialista in Russia sia difficile e lento, un passo indietro, anche se reca con sé la necessità di riconoscere certi diritti alla piccola industria e di integrare l’economia del paese colle “concessioni” ai capitalisti esteri. Ma non è qui nostro assunto un tracciato generale dello sviluppo dell’economia russa; e basterà indicare che in fondo all’esame di tutto ciò sta il basilare concetto storico della internazionalità della rivoluzione proletaria, poiché solo la dittatura proletaria instaurata nei paesi a grande sviluppo capitalistico potrà assicurare un ritmo sicuro al divenire in senso comunista della economia russa, a cui il generoso proletariato di quel paese può a pena oggi dare le sue cure dirette dopo essersi con eroismo incalcolabile prodigato su tutti i fronti della lotta rivoluzionaria contro i comuni nemici di tutto il proletariato mondiale.