Partito Comunista Internazionale

La questione agraria Pt.8

Categorie: Agrarian Question

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Elementi marxisti del problema

Operai e contadini nella rivoluzione proletaria

Tutto quanto abbiamo esposto circa i compiti del potere proletario, una volta affermatosi, nel campo della produzione agricola, con qualche riferimento alle esperienze russe, non vuole minimamente essere un “programma” di politica agraria dello Stato operaio. Abbiamo tenuto per obiettivo il tracciare sulla base della critica marxista delle realtà economiche, quelle che sono le “possibilità” economiche che si aprono al potere proletario nell’agricoltura, eliminando certi errori che sono prodotto di puro illusionismo pseudo-rivoluzionario o di opportunismo alla caccia di obiezioni alla lotta rivoluzionaria.

Si trattava di stabilire che cosa è che si può attendere da un immediato intervento della dittatura proletaria nel campo agricolo, e che cosa non si può pretendere se non dicendo corbellerie imperdonabili, traendo dai principii socialisti conclusioni assurde e metafisicamente pensate, o creando ad arte per comodo di polemica richieste irreali che servano a proclamare la inutilità, la impossibilità, il fallimento della rivoluzione a seconda dei casi. Si trattava di stabilire quale è il piano di contatto della inversione dei rapporti di classe che si realizzano nella rivoluzione, cogli strati della popolazione agraria ed i rapporti sociali esistenti nell’agricoltura.

Da questo esame è risultato – sono tutte cose certo non nuove – che solo da un’equivoca e formale applicazione di enunciati non socialisti si può dedurre un programma di socializzazione di tutta l’economia agraria messo al pari di quello relativo alla economia industriale; che nel primo campo lo sviluppo comunista non può seguire parallelamente il secondo. È dunque un assurdo parlare di socializzazione agraria se non per le sole aziende modernamente impiantate ed attrezzate a tipo industriale. La piccola azienda sopravviverà alla rivoluzione e il riflesso di questa su di essa non cesserà di essere grandioso in quanto la libererà dalle strettoie della dominazione del latifondista e dalle altre forme di parassitismo capitalistico.

Non è però detto che quello che è logicamente possibile attendersi dalla rivoluzione proletaria nel campo agricolo debba in tutti i casi, ed in un periodo tassativamente caratterizzato da immediatezza, avere piena esplicazione. Il carattere centrale della rivoluzione resta quello politico: il sicuro possesso del potere da parte del proletariato e la difesa di questo da ogni attentato interno ed esterno. Ed in un primo tempo fatalmente questo compito assorbe le forze proletarie. Nello stesso campo industriale, come in qualunque altro campo di amministrazione non strettamente aderente alla produzione nel senso materiale, il programma dello Stato proletario potrà subire ritardi indefinibili se le circostanze esterne lo imporranno. Non è possibile fissare a priori a quanta distanza dalla introduzione del controllo operaio nell’industria dovrà seguire la socializzazione della produzione, come è difficile dire entro quale periodo lo Stato potrà organizzare la gestione delle aziende agrarie a tipo industriale, e quante e quali fasi presenterà la lotta per la spartizione delle terre fra i contadini; di quanto ciò dilazionerà una organizzazione razionale dell’alimentazione pubblica. Tanto più questa aleatorietà si verificherà nell’agricoltura, essendo il processo per mille ragioni meno facilmente controllabile dallo Stato proletario e dai suoi organi direttivi.

Tutto dipenderà da rapporti di forze che nel corso della rivoluzione si porranno in evidenza tra proletariato urbano e masse contadine, a seconda soprattutto della economia del paese.

Il problema sarà molto meno scabroso nell’Europa occidentale ed in genere nei paesi a sviluppo capitalistico avanzato che non sia stato nella Russia. Anzitutto in questi paesi una estensione molto maggiore di terra sarà in condizioni di esercizio tali da poter essere gestita statalmente; lo sviluppo industriale e la sua prosperità consentiranno più rapidamente di organizzare i nuovi rapporti coi piccoli contadini; e più forte sarà la forza politica e militare del proletariato urbano, classe dirigente della rivoluzione.

Lo Stato rivoluzionario, diretto dal partito comunista, regolerà su tali criteri i suoi rapporti coi contadini e le sue misure agrarie e giudicherà a qual punto esse possono essere successivamente spinte; comincerà col lasciare neutrali certi strati della popolazione agraria fino a che non si avrà la certezza di poter garantire, con forze effettive, le misure di intervento nei loro diritti antichi. È a questa stregua che vanno considerate le Tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale sulla questione agraria; esse appaiono a molti troppo prudenziali, in quanto dicono del contegno da tenere coi contadini medi e ricchi; ma ciò non autorizza che i peggiori ignoranti dell’opportunismo a immaginarle compilate dando di frego alla dottrina marxista per far parlare la reale convenienza politica.

L’impostazione teorica delle concezioni dell’Internazionale comunista circa la questione agraria straccia semplicemente quei pregiudizi antimarxisti che in questo scritto ci siamo sforzati modestamente di combattere. Il resto sono conclusioni tratte da considerazioni di rapporti di forze tra il potere proletario e i contadini, nel giudicare della misura dei provvedimenti da attuare successivamente, secondo la possibilità di poter lasciare passare tra i nemici strati più considerevoli della popolazione rurale, o doverli per necessità tenere neutrali.

Tutto ciò che si può osservare alle tesi agrarie è che, dettate dalla esperienza russa, appaiono come tesi internazionali troppo moderate, nel senso che nei paesi industriali la lotta contro il ricco e il medio contadino potrà cominciare più presto. L’opportunista invece immagina forse che occorre cominciare a dichiarare la guerra al piccolo contadino, per assicurare la vittoria di un vero capitalismo agrario!

L’importante è assodare che non solo non è incompatibile col regime del potere proletario la esistenza di piccole aziende agrarie sorte dalla sconfitta del latifondismo agrario, ma anche che soltanto parallelamente alla rivoluzione operaia dei centri urbani si può emancipare il contadino e gettare le basi dell’ulteriore sviluppo razionale dello sfruttamento della terra.

Tutte le considerazioni di rallentamento nelle misure strettamente economiche che il potere proletario prenderà non possono essere che a titolo di basso sofisma invocate per conchiuderne obiezioni al prospetto generale del moto rivoluzionario come i comunisti lo tratteggiano; non contraddicono, anzi confermano la necessità che il primo atto della rivoluzione sia il rovesciamento del potere borghese e la proclamazione della dittatura proletaria.

Il minimo, il più semplice di quegli atti di intervento nei rapporti attuali dell’economia di cui siamo stati costretti ad occuparci, è un atto “illegale” che infrange e viola i cardini del diritto borghese, il che vuol dire che non può essere “consumato” se non è infranto il meccanismo di difesa “costituzionale” della borghesia, il suo Stato.

Di quei provvedimenti si possono fare, immaginando loro attore lo Stato democratico attuale, parodie ridicole, che si risolverebbero solo in effetti controrivoluzionari. Per quanto possa, specie nelle difficili situazioni di cui quella russa è un saggio, presentarsi complesso, difficile, intermittente magari il cammino dalla economia capitalista a quella comunista, resta indiscusso che il passaggio del potere dalla classe che il capitalismo difende a quella che sola può del comunismo essere artefice, è il pegno indivisibile di una lotta senza quartiere in cui prevarrà chi avrà più forza e che non offre altra soluzione che la vittoria integrale dell’uno o dell’altro dei contendenti: le misure difficili e sottili che il potere proletario dovrà sminuzzare nella sua opera colossale e diuturna non tolgono nulla alla nettezza stridente del dilemma storico: o la dittatura della borghesia o la dittatura del proletariato, che non può essere eluso da soluzioni intermedie.

Lo sviluppo dell’economia agraria dopo la rivoluzione proletaria

Quanto abbiamo fin qui esposto si riferisce al compito del proletariato vincitore nella lotta politica rivoluzionaria dinanzi ai problemi della economia agraria, ai fatti che accompagneranno nelle campagne l’avvento al potere del proletariato industriale urbano, nella fase immediatamente successiva alla instaurazione del nuovo regime. Diremo ora brevissimamente delle prospettive di ulteriore sviluppo della economia agraria nel lungo periodo di graduale trapasso dal regime economico capitalistico ad un assetto che veramente possa definirsi comunistico, e ciò soprattutto per ribattere una possibile obiezione secondo la quale si potrebbe revocare in dubbio che lo stato di cose che abbiamo tratteggiato quale logica conseguenza della rivoluzione, contenga le condizioni che assicurano il suo evolversi ulteriore in senso comunista, e prospettare la eventualità di altre lotte di classi e fasi rivoluzionarie prima di poter passare al comunismo anche nel campo della produzione agraria.

Bisogna rilevare che se non si giungesse al comunismo agrario, in nessun senso si potrebbe dire di essere giunti al comunismo. Tutte le altre attività della vita sociale, anche quelle che superano il senso materiale della parola “produzione” sono strettamente legate alle sorti della economia agraria da cui dipende l’alimentazione collettiva e la fornitura di prodotti indispensabili all’industria, ai pubblici servizi, a tutte le istituzioni collettive.

Il principio comunista di somministrare a tutti quanto loro occorre su un piano indipendente dalla loro prestazione di lavoro utile per la collettività, oltre ad esigere una serie di condizioni che solo una lunga evoluzione potrà assicurare (floridità economica, sviluppo della scienza e della tecnica, elevamento sistematico dei costumi ed eliminazione di tutte le tare fisiologiche e spirituali, ecc.) non è concepibile se non integralmente applicato a tutta la sfera delle attività produttive, principalissima tra le quali è l’agricoltura.

Al comunismo economico si arriverà attraverso fasi intermedie, raggiungendo prima un regime di rapporti sociali che può definirsi “socialismo” quando alla distinzione si dia un senso economico e non la si confonda colla distinzione politica che esiste nel seno del movimento proletario internazionale.

Il socialismo supera lo sfruttamento capitalistico e l’autonomia delle aziende, ma raggiunge una forma di compenso del lavoro che si avvicina ancora al salariato, se pure oltre al compensare ciascuno del suo lavoro ed in ragione di esso, senza detrarne la parte che andava a formare il plusvalore capitalistico ossia il profitto del padrone, lo Stato proletario si assume di provvedere a coloro che a giusta ragione non lavorano (bimbi, madri, vecchi, malati, disoccupati senza loro colpa).

Nel socialismo è già assicurata però la disponibilità collettiva dei prodotti del lavoro, soppresso il libero commercio e sostituito dalla distribuzione statale. I generi si acquistano ancora in cambio di moneta o di buoni di lavoro non convertibili in acquisto di capitali (strumenti di lavoro).

Basta questo per intendere che il regime di economia agraria che succede alla instaurazione della dittatura proletaria, anche dopo il periodo iniziale di assestamento, sarà un regime spurio, non ancora socialista; un regime che Lenin chiama di “piccolo capitalismo”. Solo per le grandi aziende industrializzate si inizierà un socialismo agricolo, creandosi verso i loro addetti un sistema di somministrazione dei generi di consumo analogo a quello che funzionerà per i lavoratori della industria socializzata. Ma per le piccole aziende uscite dalla ripartizione di terra alle famiglie della popolazione rurale attraverso il processo di cui nei capitoli precedenti abbiamo trattato, vi sarà una parziale disponibilità di prodotto da parte del gerente dell’azienda. Vi sarà quindi una rete superstite di piccolo commercio per i prodotti della terra che in una prima fase si incrocerà coi residui di un libero commercio dei prodotti della piccola produzione artigiana e manifatturiera (industrie rudimentali esistenti nelle zone agricole).