La questione agraria Pt.9
Categorie: Agrarian Question
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Il prodotto della piccola azienda si considererà diviso in tre parti: 1. allo Stato (“imposta alimentare” russa); 2. alla famiglia contadina per il proprio consumo; 3. a disposizione dell’azienda per la vendita libera.
Una prima fase di economia agraria sarà dunque caratterizzata da queste tre forme di destinazione del prodotto. Non è possibile nemmeno in questa prima fase dire che l’azienda funziona come una azienda capitalistica. Tanto avverrebbe se il ricavato della vendita della terza quota di prodotto (in moneta o certificati dello Stato proletario) fosse convertibile in acquisto di terra, in modo da consentire l’allargamento dell’azienda al di là del limite della capacità di lavoro della famiglia a cui è affidata, conseguendone l’utilizzazione di lavoro altrui dietro salario, caratteristica del capitalismo. Lo Stato proletario, come dicemmo, demolendo per sempre il principio giuridico del possesso privato della terra, ne avocherà a sé la ripartizione, che non sarà più funzione privata contrattuale, ma funzione collettiva. La compravendita della terra sarà soppressa; e perciò il sistema non potrà dar luogo ad una trasformazione analoga a quella che dall’artigianato conduceva alla grande industria, attraverso il fatto che un artigiano che per possesso di segreti tecnici o altra ragione venisse a guadagnare più degli altri, acquistava ed inglobava le loro aziende divenendo industriale e vivendo del prodotto del lavoro salariato altrui.
Non certo potrà vietarsi che col denaro di cui dispone liberamente il contadino acquisti attrezzi agrari, bestiame, ecc. almeno nei primi tempi, e con dati interventi limitativi dello Stato, altrimenti sarebbe lo stesso che non lasciargli la terza quota, di cui abbiamo parlato, a libera disposizione.
Ma questo diverrà possibile in una seconda fase, di cui veniamo a parlare, e alla quale corrisponde appunto la suddivisione del prodotto della piccola azienda da non più in tre ma nelle sole due prime quote: parte da dare allo Stato; parte da consumare dalla famiglia contadina.
Questo sarà possibile quando lo Stato sarà in grado di fornire attraverso i suoi organi distributivi al contadino “tutto” quanto gli può occorrere di prodotti non agricoli o non dati dalla sua azienda. L’evidente condizione del passaggio a questa seconda fase, di semi-socialismo agricolo, è una grande floridità industriale.
Esso sarà fattibile solo allorché il socialismo industriale funzionerà in pieno. Non bisogna dimenticare che per il felice sviluppo di questo è a sua volta indispensabile condizione la intensa produzione agricola, e da ciò si intende come la prima fase di cui abbiamo parlato non mai potrà essere saltata, ma si deve prevedere una sua così completa esplicazione da portare ad un elevatissimo rendimento della terra.
Una terza fase di vero socialismo agrario si avrebbe quando si giungesse a sopprimere anche la seconda quota della ripartizione dei prodotti, quella che rimane al contadino per suo consumo, dando l’intera disposizione del prodotto alla collettività. È evidentissimo che questo sistema è inconciliabile colla piccola azienda, non esistendo affatto la convenienza di ritirare al contadino tutto il prodotto, per ritornargli quanto deve consumare attraverso una indipendente rete di distribuzione, nei cui quadri dovrebbero figurare milioni di piccole aziende. Quindi il socialismo agrario, conclusione che non ci riesce nuova, non lo avremo che quando dalla piccola si sarà passati alla grande azienda.
Ecco il problema, e la possibile obiezione avversaria: è concepibile la trasformazione della piccola nella grande azienda agraria per altra via che per quella capitalistica, ossia quella con l’acquisto di terra da parte del contadino arricchito o dell’imprenditore capitalistico?
Il lettore ricorderà che noi abbiamo già sostenuta la verità della tesi inversa di questa: che cioè tale trasformazione non diverrà mai sistematica nell’ambiente economico del capitalismo, il quale mal si concilia con la evoluzione della tecnica agraria verso la industrializzazione in grande stile.
Tutto ciò riesce invece possibile attraverso il processo che aprirà la rivoluzione sociale. La floridezza industriale che avrà pure in un primo tempo consentito quella “seconda” fase di avvicinamento ad un socialismo agrario (che potremmo definire di inserzione delle piccole aziende rurali nella rete totalmente socialista di distribuzione) sarà il punto d’appoggio per la transizione dalla seconda alla terza fase. Anche dalla prima fase si potrà iniziare il passaggio alla terza fase, inquantoché esempi della conduzione agraria che si generalizzerà nella terza fase si avranno fin dal primo momento nelle grandi aziende agrarie capitalistiche che saranno state socializzate; ed anche prima che sia soppressa la disponibilità dei prodotti della piccola azienda per il libero commercio, si potrà iniziare la aggregazione di piccole aziende in grandi unità produttive industrializzate. Ma questo si renderà possibile su vasta scala, essendo innanzitutto un problema tecnico, solo quando lo sviluppo della produzione industriale sarà divenuto rigoglioso.
Chi e che cosa spingeranno le piccole aziende a fondersi in grandi tenute per adottare nuove risorse tecniche produttive? La volontà illuminata dello Stato proletario e l’interesse della popolazione rurale al tempo stesso, attraverso circostanze nelle quali né ci diffonderemo né sarebbe il caso di farlo.
I contadini intenderanno dall’esempio delle prime grandi tenute razionali statizzate nelle quali funzioneranno le macchine e tutti gli altri mezzi moderni di coltura, che ivi si ottiene lo stesso rendimento e lo stesso tenore di vita dei lavoratori con sforzi, sacrifizi, rischi, molto minori. Esclusivamente lo Stato (in un certo senso unico capitalista ed intraprenditore industriale) potrà disporre dell’attrezzaggio e delle competenze necessarie alla trasformazione della tecnica agraria e questi mezzi, non per capriccio dello Stato, ma per logica condizione tecnica, saranno offerti a quei soli contadini che si dichiarino pronti a porre in comune le loro terre. Potrà darsi che forme somiglianti alla cooperazione agricola, alla difesa collettiva contro i rischi della produzione, si presentino come transizione a questa definitiva messa in comune della terra, che equivale senz’altro alla sua socializzazione.
Qui ci troviamo di fronte ad un vecchio pregiudizio che pone avanti il problema dell’incentivo alla produzione, della molla che agisce sul lavoratore forzandolo ad uscire dall’ozio e a dare il suo contributo alla collettività. Secondo vecchie ubbie borghesi questa molla è l'”interesse”, la brama e la prospettiva di “guadagnare” e di arricchire per poter vivere senza lavorare. Togliete queste probabilità e vedrete la produzione arrestarsi, dice il borghese. In realtà egli vede in tal modo il mondo della economia ed i suoi riflessi sulle azioni umane dal suo singolare angolo visuale di classe. Il borghese nel produttore e nel lavoratore non vede l’uomo, ma la “ditta”, l'”azienda” col suo libro dell’entrata e dell’uscita. Esso non intende che questi stimoli valgono nell’attuale regime capitalistico, solo per quella minoranza appunto di cui egli medesimo fa parte, e di cui attribuisce la psicologia mercantile a tutta la restante umanità. Egli non concepisce come gli stimoli che guidano l’azione della Ditta “Io & C.” non conducono a prestare opera per la collettività, ma ad assicurarsi l’appropriazione di più che sia possibile del prodotto dell’opera collettiva, attraverso il “lavoro”, se per lavoro volesse intendersi anche e soprattutto la speculazione, il bagarinaggio e la frode. In realtà il capitalismo ha creato per la grande maggioranza degli uomini una tale condizione di cose che essi si sobbarcano al lavoro quotidiano non già col miraggio di accumulare danaro o di arricchire, prospettiva matematicamente esclusa, salvo casi eccezionali, ma per sottrarsi allo spettro della fame, della miseria e della morte. È una coercizione vera e propria quella che costringe le masse al lavoro. Questo è tanto vero per il proletario delle grandi moderne aziende che esso da decenni non lotta per divenire come individuo a sua volta padrone e industriale, ma per realizzare come classe la messa in comune dei mezzi produttivi.
È la condizione economico-psicologica del piccolo contadino più simigliante a quella del borghese che a quella del proletario? Qui il punto.
In realtà pesa su di esso una tale incertezza del domani da avvicinarlo d’assai alla situazione del proletario. Naturalmente è per esso più facile concepire una garanzia del suo avvenire come individuo e come famiglia attraverso l’acquisto e il possesso di una zolla di terra, inquantoché appunto è possibile ancora esercire la terra in piccole aziende senza la quasi certezza del fallimento che sovrasta la piccola azienda industriale. Di qui la logica “fame di terra” del contadino, che anzi diviene leva rivoluzionaria appena gli si prospetterà che con la vittoria del proletariato industriale egli possa avere la terra per via più rapida di quella lenta e difficile della acquisizione capitalistica.
La posizione del piccolo proprietario agricolo, mentre certamente non presenta la inconsistenza di quella del lavoratore salariato, è però sotto molti aspetti anch’essa precaria. Il salariato più che preoccuparsi di non farsi frodare sul prodotto del suo lavoro, il che solo l’azione collettiva può fargli raggiungere, deve preoccuparsi di trovare lavoro, di collocare l’opera delle proprie braccia. Il contadino realizza non solo questo, ma anche il possesso dell’intero prodotto delle sue braccia, quando è proprietario di un pezzo di terra. Ma egli ha ancora da difendersi contro le pressioni del fisco, e l’usura capitalista sulla somministrazione di quanto altro gli occorre per la conduzione del suo pezzo di terra.
Nell’ambiente capitalistico il contadino ambisce la disposizione della terra su cui lavora perché questo lo conduce ad un minore sfruttamento del suo lavoro, e non tanto perché l’esercizio della piccola azienda offra probabilità tali di guadagno da acquistare altra terra e divenire un “signore”, ossia uno sfruttatore, più che non ne offra la situazione di operaio salariato.
Ma nel regime non più capitalistico determinato dalla rivoluzione il contadino divenuto o rimasto esercente del suo pezzo di terra non avrà più alcuna prospettiva di capitalizzare, e diverrà fautore della proprietà collettiva appena vedrà che questa gli garantirà un rendimento maggiore del suo lavoro, ossia permetterà a parità di vantaggi un minore sacrifizio, tanto più che gli operai delle aziende industrializzate agricole avranno le stesse garanzie contro la disoccupazione, la invalidità ecc. degli altri addetti ad imprese socializzate.
Quel riflesso psicologico per cui il lavoratore agricolo preferisce molte volte di lavorare come un dannato la sua terra anziché compiere un lavoro meno eccessivo sulla terra altrui, deriva dal fatto che la prima situazione gli presenta delle serie garanzie, non di arricchire, ma di poter vivere anche in caso di malattia, di vecchiaia ecc. In un ambiente economico in cui il nullatenente sia assicurato da queste prospettive e socialmente obbligato al lavoro sì, ma non con lo spettro della fame e della morte che atterrisce egualmente chi non lavora perché non vuole e chi non lavora perché non può, cessa la suggestione di divenire un proprietario come che sia e risorge il problema del miglior rendimento del proprio lavoro integrante quello collettivo.
L’incentivo, la spinta (e siamo rimasti nel discutere di queste cose sullo stretto terreno delle determinanti economiche, tacendo delle interferenze politiche, della propaganda, della educazione ecc.) a passare dalla situazione di piccolo esercente di azienda a quella di addetto alle grandi tenute agricole statali saranno assicurati quando lo sviluppo tecnico, che solo il socialismo industriale potrà dare, permetterà di rovesciare nelle campagne una grande parte delle energie della produzione industriale, trasformando su vastissima scala i procedimenti della coltivazione della terra, che oggi, in pieno giganteggiare del capitalismo, ricordano ancora da vicino quelli tramandati dalle più remote letterature.
In tutta questa esposizione abbiamo dovuto tracciare degli schemi per rendere più intelligibili certe argomentazioni. Sia anche una volta chiarito che con questo non abbiamo voluto fare né delle profezie né dei piani programmatici, ma solo prospettare a scopo polemico contro certe storte opinioni le possibilità e le necessità del processo rivoluzionario sanamente inteso, con metodo socialista e marxista.
I fatti, e le fasi che per semplicità abbiamo esposto, potranno schierarsi nel tempo con proporzioni diverse da quelle che hanno nel nostro tracciato, o talvolta accavallarsi ed incrociarsi nella incalcolabile molteplicità delle condizioni sociali di varie regioni. Noi li abbiamo esposti nella misura e colle considerazioni occorrenti a contrapporre la nostra modesta trattazione di fondamentali e non certo originali vedute comuniste, a certe deduzioni formalistiche arrischiate e sballate da superficiali formulazioni di quello che tanti credono sia il socialismo, come metodo, assumendosi perfino di difenderlo contro di noi, erigendo, umoristicamente, contro pretesi “opportunismi” dei comunisti la ridicola loro incapacità ad intendere – e perciò stesso, fortunatamente, a sabotare – il cammino grandioso e formidabile della Rivoluzione.