Partito Comunista Internazionale

La questione agraria Pt.10

Categorie: Agrarian Question

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Elementi marxisti del problema

La tattica del Partito Comunista tra i lavoratori della terra

A conclusione della nostra esposizione diremo brevemente di questo grave problema pratico, di cui abbiamo voluto stabilire le indispensabili premesse di principio. È un problema che vediamo porre tutti i giorni nel seno del nostro partito: che cosa dobbiamo dire noi comunisti ai contadini? Come si deve impostare il nostro movimento nelle zone prevalentemente agricole, e dove i rapporti sociali nella agricoltura sono tuttora arretrati?

La risposta a queste domande noi non possiamo né vogliamo qui darla per quanto dettagliatamente si riferisce alla situazione agricola italiana, e, meglio, delle varie regioni d’Italia. Per questa ultima conclusione occorrerebbe premettere uno studio ben altrimenti laborioso della nostra generica trattazione, sulle condizioni dell’agricoltura del nostro paese; studio che il partito comunista deve indubbiamente compiere, e per invogliare al quale i nostri compagni che ne hanno la possibilità, la competenza e l’esperienza, abbiamo voluto porre a loro disposizione questi elementi basilari della ricerca.

Anche dunque quanto qui accenneremo ha un valore generico ed è esposizione necessariamente schematica, riferentesi all’atteggiamento dei comunisti nei diversi casi di sfruttamento agricolo e di rapporti sociali ad esso inerenti che abbiamo fin qui considerati come fondamentali e tipici.

Tra i lavoratori salariati delle grandi aziende rurali moderne il partito comunista non ha ragione di svolgere altra propaganda che quella che svolge tra gli operai dell’industria. Dal punto di vista politico esso prospetterà il programma rivoluzionario della conquista del potere da parte del proletariato come mezzo per addivenire alla socializzazione dell’industria e alla soppressione dello sfruttamento dell’intraprenditore sui salariati. Dal punto di vista sindacale il partito comunista applicherà i suoi criteri fondamentali, che non sono nemmeno per sogno quelli di contrastare le agitazioni per il conseguimento di miglioramenti immediati, nelle condizioni di lavoro, ma di sostenerle ed ove possa dirigerle, facendo sì colla sua propaganda che i lavoratori addivengano a considerarle non già come fine a sé stesse, ma quale campo di una prima indispensabile esperienza di classe e di allenamento all’azione collettiva – dimostrando come i miglioramenti conseguiti non hanno altro reale valore che quello di mostrare l’utilità dell’azione solidale dei proletari nell’azione contro il capitalismo, ma non modificano sostanzialmente i rapporti di sfruttamento capitalistico, né impediscono che in cento circostanze questi si vengano ad inasprire – conducendo i proletari a concepire la necessità di una grande lotta politica di tutti i lavoratori, organizzati in partito di classe per la presa del potere.

Non occorre qui dire di più sull’argomento generale dei metodi sindacali del partito comunista, sulle loro pratiche applicazioni nella funzione dei gruppi comunisti di sindacato e di azienda, sulla tattica da adottare per la lotta entro le organizzazioni sindacali dirette dai socialdemocratici; basti dire che questi criteri si trasportano senz’altro nel campo del movimento dei salariati agricoli delle grandi tenute moderne.

Questi operai giornalieri sono però sempre frammisti ai salariati, od obbligati ad anno, che lavorano in tenute non aventi quei caratteri che ne consentiranno la socializzazione, cioè grandi latifondi a coltura primordiale ma tuttavia non condotti col sistema dell’affitto a piccoli lotti, o medie aziende in cui la mano d’opera salariata è un complemento della piccola conduzione da parte di una famiglia contadina agiata. Abbiamo visto come in questi casi non è da escludere che l’effetto della rivoluzione agraria sia una trasformazione di questi lavoratori salariati e nullatenenti (tanto più poi se sono proprietari di piccolissime entità di terra non sufficienti ad assorbire la loro forza lavoro) in conduttori di piccole aziende agrarie sorte dalla divisione dei latifondi. Tuttavia noi azzardiamo l’opinione che, fino a che non ci troviamo dinanzi alla figura tipica del piccolo contadino (colono o mezzadro) sia bene esercitare la massima propaganda in favore della gestione collettiva, sia pure non potendo “annunziare” la socializzazione vera e propria di tali aziende dopo la rivoluzione, da parte dello Stato proletario, e preconizzando forme di gestione cooperativa almeno di una parte della terra che trovasi in tali condizioni.

Ad ogni modo evidenti ragioni tattiche conducono a far entrare questi lavoratori nelle stesse organizzazioni sindacali (leghe di braccianti) di quelli delle grandi aziende tipiche. È anche una necessità pratica disciplinare cogli stessi concordati (in massima) le loro condizioni di lavoro, se pure il problema dei rapporti tra salariati e contadini medi sia delicatissimo, e sia necessario condurre di pari passo le concessioni del contadino al bracciante con quelle che si devono ottenere dal proprietario nei rapporti del colono o mezzadro.

Passando a questo altro tipo fondamentale di lavoratore della terra, occorre dire senza ambagi che una propaganda rivoluzionaria può e deve essere fatta in mezzo ai piccoli contadini presentando loro la prospettiva che la vittoria politica del proletariato arrecherà con sé come immediato provvedimento la soppressione dell’affitto e di ogni corresponsione in denaro o in natura al proprietario della terra che non ne sia il diretto esercente, cosicché il colono o mezzadro attuale non dovrà riconoscere più alcun diritto nel proprietario che gli ha affidato in coltivazione il suo terreno a date condizioni, equivalenti ad uno sfruttamento del suo lavoro. Si chiami ciò spartizione della terra, parcellazione del latifondo o abolizione della “grande proprietà” o che diavolo si vuole, è certo che occorre prospettarlo come leva potentissima di agitazione rivoluzionaria tra i contadini, per conquistare le loro simpatie ed il loro effettivo concorso alla lotta rivoluzionaria del proletariato industriale ed urbano. D’altra parte abbiamo dato una esauriente e classica (appunto perché non nostro originale ritrovato) dimostrazione che tutto ciò si adatta senza fare una grinza sulle concezioni del socialismo marxista, checché strillino certi presuntuosi ignorantelli monopolizzatori del marxismo o delegati dalla borghesia alla castrazione di esso.

Non si dovrà trascurare di svolgere una accorta propaganda per dimostrare come il contadino liberato dallo sfruttamento padronale dovrà contribuire con una congrua parte del prodotto della terra che gli resterà a disposizione alle necessità dello Stato proletario, della forza che lo avrà liberato e che difenderà contro la reazione padronale i suoi nuovi diritti.

Nel campo sindacale, ossia degli interessi immediati, è ovvio che analogamente a quanto si fa per i lavoratori salariati, dovranno essere sostenute e provocate le agitazioni dei contadini contro i proprietari, per ottenere migliori patti colonici, ossia per diminuire l’asprezza del loro sfruttamento, svolgendo anche qui la dimostrazione che l’ambiente delle istituzioni capitalistiche è tale da non consentire una sicura prosperità della piccola azienda contadina, finché il diritto stesso del proprietario non verrà assalito ed abrogato, il che solo con il trionfo della rivoluzione verrà realizzato.

Le organizzazioni sindacali dei contadini (coloni e mezzadri) dovranno essere distinte da quelle dei braccianti, ma per quanto possibile, e soprattutto quando nel loro campo si sia affermato il partito comunista, procedere d’accordo con le prime nella lotta contro i proprietari terrieri. Questo naturalmente diviene sempre più difficile man mano che il contadino che consideriamo esercisce una maggiore estensione di terra, impiega molti salariati, sfrutta il loro lavoro e tende ad entrare nella limitatissima categoria di quei privilegiati che dallo sfruttamento appunto traggono tale guadagno da potere emanciparsi dallo sfruttamento che il proprietario imponeva loro, per la via dell’acquisto della terra. Costui è senza dubbio un nemico; né è possibile tracciare in principio la linea che divide gli amici dai nemici, trattandosi piuttosto di un notevole strato di elementi neutri. Siamo qui pienamente nel campo tattico e non potremmo proseguire l’indagine che prendendo ad esaminare i molteplici casi concreti che nella pratica azione dovranno essere affrontati e risolti.

Viene quindi un’altra categoria, la più delicata di tutte indubbiamente: quella dei piccoli proprietari. Qui bisogna lottare contro il pregiudizio, abilmente sfruttato dai reazionari, che la rivoluzione “toglierà” loro la terra, e dimostrare invece che la rivoluzione migliorerà anche le loro condizioni.

Bisogna chiaramente spiegare il programma comunista come noi l’abbiamo accennato parlando delle piccole aziende. Ad ogni famiglia contadina sarà lasciata tanta terra da poter lavorare fino ad assorbimento della sua capacità di produzione; le aziende troppo piccole potranno venire integrate a spese dei latifondi e delle aziende dei contadini ricchi, e per un primo periodo le stesse aziende che oltrepassano di una misura non esagerata la potenzialità lavorativa della famiglia che le possiede non temeranno nessuna limitazione.

Occorrerà con una acconcia propaganda contrapporre questo equo criterio di assegnazione della terra, alle condizioni create al piccolo proprietario dalla società attuale, che lo sfrutta in tante forme attraverso mille speculatori, con le ipoteche, l’usura ecc.; mettendo bene in evidenza come la rivoluzione casserà tutti i debiti ipotecari e commerciali della piccola azienda.

Occorrerà, in modo accessibile alla mentalità del contadino, dimostrare non quello che per lui equivale al calcolo sublime, cioè il passaggio di là da venire dal piccolo esercizio agrario alla collettivizzazione della terra ed al suo esercizio statale accentrato, ma il vantaggio che deriverà alla piccola azienda della famiglia rurale, nella quale non si sfrutta, ma si lavora in condizioni talvolta penosissime, dal trovarsi anziché nell’ambiente del capitalismo privato industriale e commerciale, in quello rivoluzionario della industria dei pubblici servizi, della pubblica amministrazione accentrate nelle mani del proletariato.

Un problema altamente interessante è quello della “organizzazione dei piccoli proprietari”. Contro chi essi hanno da lottare sul terreno sindacale, una volta che la loro posizione giuridica li eleva alla pomposa situazione di arbitri assoluti delle condizioni del loro lavoro? In realtà essi non hanno patti di lavoro da stipulare con chicchessia, ma questo appunto può dare al loro movimento un alito extrasindacale, in quanto esso tende alla conquista violenta della terra dei latifondisti parassiti, alla difesa dalle estorsioni dell’incettatore usuraio, o dell’occhiuto amministratore del piccolo paese agricolo. Appunto perciò una organizzazione di piccoli proprietari, se indubbiamente irta di difficoltà, può condurre a dare una base interessante ad agitazioni prettamente rivoluzionarie e di più diretto sbocco nell’aperta lotta politica.

In genere i contadini, di tutte le categorie, hanno una limitatissima iniziazione alle funzioni della vita politica e amministrativa. È facilissimo creare un’altra leva rivoluzionaria, mostrando ad essi la inanità del sistema democratico borghese, come garanzia dei loro diritti di “cittadini” dei mille soprusi dei “signori” locali padroni dei municipi e sostenuti dal governo borghese e da tutte le forme dell’autorità. Questa campagna deve essere condotta su di un piano “massimalista” e non, come finora si è fatto nel Mezzogiorno d’Italia, lasciando intendere che a questo stato di cose si possa apportare un rimedio coll’azione legalitaria ed elettorale di un partito proletario, colla conquista delle amministrazioni, colla “moralizzazione” del metodo di gestire e simili. Si può e si deve invece inasprire il contrasto tra gli interessi dei contadini e lo Stato borghese, che ad essi più che mai appare come il nemico, come quello che effettivamente è, il difensore degli interessi dei ricchi, che meno facilmente perverrà ad ingannarli col miraggio democratico, perché una lunga amara esperienza, ad essi contadini, ha insegnato che quella macchina è assolutamente estranea ed inaccessibile ad essi.

Non potevamo, con questo scritto preliminare, pretendere di giungere a più diffuse conclusioni. Un compito vastissimo sta, in questo campo, innanzi al nostro partito, che deve ad ogni costo sollevarsi dal deplorevole empirismo e dalla piatta insufficienza dimostrate finora in materia dal movimento socialista italiano.

Bisogna studiare, per combattere i pregiudizi, e lavorare per suscitare razionalmente le forze rivoluzionarie che la “campagna” può esprimere dal suo seno. Il nostro paese, che la sua situazione geografica incunea in modo suggestivo nel cuore del mondo capitalistico incalzato dappresso dall’incendio della rivoluzione, è un paese agricolo. La sua popolazione lavoratrice agricola, secondo una vecchia convinzione di chi scrive, anche nelle zone che il socialismo tradizionale, caricatura appena passabile delle fisime democratiche, preoccupato della educazione, della coltura, della lotta contro l'”oscurantismo” e soprattutto del conteggio dei voti, ha condannato al suo ridicolo disprezzo, nasconde sotto l’apparenza del suo sonno medioevale vergini energie rivoluzionarie che riservano imprevedute sorprese.

Deponga il proletariato urbano il disprezzo per la inferiorità del lavoratore agricolo, dettatogli dall’opportunismo dei suoi guidatori riformisti che gli insegnano ad essere tanto civile ed educato da risparmiare l’edifizio di infamie del regime borghese dalla santa rabbia rivoluzionaria; stenda la mano ai suoi fratelli sfruttati delle campagne, che questi, domani, si leveranno insieme con esso, e forse con minore coscienza, ma con più terribile slancio muoveranno alla irresistibile offensiva punitrice degli oppressori, redentrice degli oppressi.