Partito Comunista Internazionale

Intransigenza

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È vano sperare che il partito socialista, per bocca dei suoi organi direttivi, dia un enunciazione dei suoi metodi, esponga se non i suoi principi fondamentali, almeno il suo programma di azione immediata.

È altrettanto indubitabile che questo non avviene non solo per la pochezza dei dirigenti di quel partito, quanto perché esso è in preda ad una crisi profonda e si trova in un momento in cui non sa, e non sa dire, che cosa vuole, a che cosa tende. Ma non è una crisi di tendenze contrastanti e contemporanee, un urto di tendenze “nello spazio”, ossia la divisione del partito in due correnti dissenzienti separate da una linea precisa di demarcazione, quanto una crisi di tendenza “nel tempo”, vogliamo dire una crisi di trasformazione della tendenza che tutto il partito segue nel suo complesso.

Non è facile ravvisare nel partito socialista una sinistra e una destra; eppure, malgrado l’assenza di contrasti nelle sue file, è inconfutabile la constatazione già detta che il partito non possiede un indirizzo preciso. Egli è che la crisi consiste nella involuzione di tutto il partito da una in un’altra tendenza, in un mutamento collettivo di direttive. Le opinioni del partito sono indefinibili non perché vi sia schieramento dei suoi militanti in campi avversi, ma perché il partito sta trasportandosi tutto dalle opinioni e dall’indirizzo di ieri su quelli di domani.

Ciò esclude che l’attuale crisi del partito si risolva in una scissione. L’unica tesi ostinatamente avanzata da tutti i suoi aderenti è quella della unità, se pure questa enunciazione ridicolmente superficiale non porta seco nessuna più esatta coscienza politica. È evidentissimo che, se una sinistra esistesse, non essendosi staccata per la forza attrattiva dell’estrema sinistra che si scisse a Livorno, e non ricevendo da parte di quest’ultima organizzata in partito nessuna ulteriore sollecitazione attrattiva, mai troverebbe la forza di abbandonare la destra. È non meno evidente che se una destra esistesse, non essendosi scissa quando nel partito militavano ancora i sinistri estremi, mai avvertirebbe un’incompatibilità con gli attuali sinistri. Ma destra e sinistra non vi sono più; vi è un partito che va da sinistra a destra; e se volete saperne la velocità, chiedetelo a Turati.

Perciò tirare fuori delle conclusioni dal dibattito che nelle file dei partito socialista si svolge fiaccamente intorno alla collaborazione o meno, è possibile solo a costo di un esame attento e scrupoloso che si sforzi di superare la muraglia cinese dell’inafferrabilità che questo partito – pertanto appunto pericolosamente disfattista della causa proletaria – presenterà per un pezzo nei suoi giochi di equilibrio non tra i destri e i sinistri, ma tra il passato e il presente, per coprire il percorso della sua involuzione.

Dai dirigenti del partito si pone ancora la questione di principio, pur cominciando ad accettare destramente la discussione contingente sulla possibilità o la convenienza della partecipazione ministeriale. Si pone la questione di principio senza saldezza né convinzione, ma per continuare nel gioco di sfruttare quelle “gloriose tradizioni” del partito che non i socialisti, ma noi del partito comunista oggi rappresentiamo. E si dice: collaborazione no, perché il partito è intransigente. Negli ultimi suoi congressi, compreso Livorno, il partito ha sancito un indirizzo secondo il quale è antisocialistico condividere con la borghesia il governo dello Stato. Dunque, per poter parlare di collaborazione si dovrebbe almeno tenere un altro Congresso che mutasse quell’indirizzo. Ma intanto di collaborazione si parla, e gli stessi intransigenti scendono a dimostrare che non è il momento di collaborare, lasciando intendere che non si esclude la collaborazione per domani.

Ora, in attesa che questa ostentazione di principi intransigenti si riveli caduca come il massimalismo dei bei tempi ultimi, nella previsione che questa inversione sarà condotta con grande accortezza ruffiana per non fare uno scandalo troppo grosso rispetto all’attuale vantato attaccamento alle tradizioni, si può fin da ora mostrare l’inconsistenza di questa base su cui ostenta di fondarsi il partito socialista, ma che non è sufficiente a reggerlo che come una traballante passerella verso ben altri atteggiamenti.

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La tendenza intransigente si affermò come reazione all’andazzo riformista di dieci o dodici anni fa. Essa respingeva le proposte di revisione teorica e tattica avanzate dal riformismo, il quale assumeva esclusa la possibilità storica di una rivoluzione violenta, superata la inconciliabilità degli antagonismi di classe, delineata la possibilità di una graduale trasformazione del regime sociale verso le forme collettiviste attraverso riforme che lo Stato, sotto l’influenza della forza politica del proletariato, avrebbe attuate. Vi è una logica, in questa concezione, che rende inseparabili le sue due parti: negazione della prospettiva rivoluzionaria; affermazione della tattica di collaborazione di classe per intervenire positivamente in quel processo di lente trasformazioni che si presenta al posto dell’inasprimento delta lotta di classe e della finale catastrofe rivoluzionaria.

La critica di principio di questa concezione – merito indiscutibile, amiamo ripeterlo, della sinistra del partito socialista in quegli anni di crisi dell’Internazionale proletaria – fu tracciata, ma non portata a tutte le sue conseguenze. La posizione della frazione – giustamente detta rivoluzionaria intransigente – completamente intesa, contraddiceva alle asserzioni dei riformisti, traendo dalla convinzione del precipitare del regime capitalista verso una crisi rivoluzionaria la conseguenza che l’opera del partito consisteva nella propaganda delle idee e del programma socialista ed era incompatibile la collaborazione con l’opera minimalista di lenta modificazione delle condizioni esistenti.

In questa posizione eranvi gli ottimi elementi del ritorno alle formidabili efficienze rivoluzionarie del marxismo, tanto più pregevoli in quanto tutti gli altri partiti dell’Internazionale poggiavano pericolosamente a destra. Ma nelle reali direttive politiche quei principi furono lungi dal tradursi esattamente, lì partito, in realtà, rimase sempre schiavo del modo contingente di intendere le situazioni proprio del riformismo. A Reggio Emilia si mandarono via non i seguaci della dottrina riformista, ma solo coloro che in quella immediata situazione pretendevano accedere in nome del partito alla collaborazione borghese.

L’intransigenza pratica del partito, alla quale i riformisti, specie del gruppo parlamentare e della Confederazione del lavoro, facevano continui strappi, osservandola solo a costo di un continuo controllo della sinistra che in ciò esauriva le sue migliori energie, si fondò in realtà sempre sulle valutazioni delle situazioni contingenti che suggerivano agli stessi riformisti la conclusione che non era il caso di accettare proposte collaborazioniste nel senso ministeriale, lì fatto che il sopravvenire della guerra non riaprì, per peculiari ragioni che non occorre rammentare, il conflitto pratico tra riformisti fautori della collaborazione e intransigenti, contribuì a continuare l’equivoco di questa intransigenza formale che andava dimenticando le sue premesse rivoluzionarie.

Sterile e sciocca sarebbe l’intransigenza, se non la si concepisse come l’unica tattica che consenta l’allenamento e la preparazione ad una situazione rivoluzionaria. La negativa della collaborazione riformistica può esaurire in sé il compito degli intransigenti rivoluzionari fin quando la situazione non è tale da presentare prossime prospettive rivoluzionarie, fin quando il regime borghese si presenta in un periodo di funzionamento normale e si può parlare di farne la critica ma non ancora di demolirlo. Ma quando la situazione entra in uno stadio acuto e le basi stesse dell’attuale regime sono sconvolte, allora la questione cambia aspetto e dall’intransigenza teorica e tattica si deve passare alla preparazione diretta di una azione positiva. Allora l’antitesi col metodo riformista si viene a porre nella vera sua luce; poiché i rivoluzionari traggono a buon diritto da quanto avviene la conferma delle premesse generali da cui la loro tattica discendeva e riconoscono che si apre la fase in cui all’affermazione teorica che non si debba collaborare con la borghesia va aggiunta l’altra che è il caso di muoverne direttamente all’attacco.

Il partito socialista italiano, intransigente ma non organizzato in una struttura e in un’attività chiaramente corrispondenti alla sua negazione del riformismo, fu sempre fermato a mezz’aria quando si accinse a trarre di queste conclusioni Nel 1912 il riformismo dei “turatiani” con la sua contingente intransigenza elettorale trovò un terreno d’accordo che gli evitò di perdere la cittadinanza nel partito; durante la guerra, col suo neutralismo “contingente” e con la non meno contingente sua negazione del blocco di difesa nazionale, ottenne che il partito si fermasse innanzi alle responsabilità del “disfattismo” rivoluzionario.

Quando il partito si trovò dinnanzi alla congerie di problemi suscitati dal dopoguerra, tra cui si proiettavano le indicazioni della grande rivoluzione di Russia, in un inquadramento che non ripeteremo innanzi agli occhi del lettore, mentre in Italia tutto dava l’impressione che il crollante regime borghese non attendesse che chi si degnasse di dargli il colpo di grazia, ancora una volta esso seguì non una maturazione completa di coscienza e di organizzazione rivoluzionaria, ma quella adattabilità alle situazioni in cui si era sempre composto il contrasto tra le due ali che lo componevano, a parte l’eterno scontento di una estrema sinistra. Non costò molto ai riformisti, rimasti tali a costo delle esperienze della guerra, adattarsi al massimalismo a cui moltissimi accedevano per le suggestioni superficiali delle situazioni; perché la situazione “spingeva a sinistra”. Ancora una volta il riformismo, adattandosi saggiamente, evitò di essere sconfessato in principio e rimase nel partito ad attendere la sua ora. Gli antiriformisti erano allora sostanzialmente anche loro dei riformisti, in fondo, in quanto si lasciavano dettare conclusioni rivoluzionarie dalle interpretazioni superficiali di una situazione contingente. La prova di ciò sta nel fatto che in gran parte tutti coloro nulla avevano veramente inteso del contenuto programmatico e tattico di quel massimalismo a cui inneggiavano. E nemmeno qui ci ripeteremo.

In realtà, le conclusioni comuniste risultavano evidenti anche dallo sviluppo della lotta di classe tra noi, non nel senso di trovare una rivoluzione bella e fatta col solo disturbo di entusiasmarsi per essa, ma perché era possibile alla sinistra del partito completare gli elementi della sua critica del riformismo, sviluppando il suo atteggiamento intransigente dei tempi normali, nella dinamica rivoluzionaria che, nel periodo della estrema crisi borghese, chiama il proletariato ad assumere per sé e tutto per sé il potere, conquistandolo con forme opposte a quelle pacifiche e legali preconizzate dal riformismo, spezzando tutti i quadri dell’assetto sociale borghese.

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Nella situazione attuale si è prodotto in Italia quello che è avvenuto negli altri paesi. lì riformismo non si è rassegnato a scomparire sol perché la storia ha distrutto il suo schema della pacifica evoluzione, ma propone la collaborazione borghese sostenendo che la crisi, per quanto acuta, si “stagnerà” senza che il sistema capitalistico venga abolito. E va al governo, per realizzare questo obiettivo, anche, ove occorra, partecipando alla reazione armata contro la parte rivoluzionaria del proletariato. I rivoluzionari, da questa verità, che nessuno contesta, del dissesto del regime borghese, traggono la conseguenza che siamo nell’epoca rivoluzionaria e che bisogna lavorare per la preparazione delle masse alla lotta finale.

La tesi dell’intransigenza negativa non ha più possibilità di esistere. E viene presentata da elementi che si chiamano centristi, perché sembrano stare tra le direttive rivoluzionarie dei comunisti e quelle del riformismo collaborazionista, al solo scopo di celare la loro indecisione e la loro marcia verso destra.

Non è quindi oggi più possibile che nel partito socialista continui l’antico gioco della convivenza – in un atteggiamento negativo sia per le riforme che per la rivoluzione – dei riformisti e dei rivoluzionari in principio. Anzi, mentre i rivoluzionari se ne sono andati e sono organizzati nel partito comunista, che affronta l’enorme compito di sgombrare il terreno dal disfattismo altrui, tutti quelli che sono rimasti nel partito socialista sono in viaggio verso il riformismo militante nella partecipazione ministeriale. E ben poco regge il ridicolo loro ripiego di dirsi, come una volta, “intransigenti”.

Quando Serrati dice: “collaborazione no, perché siamo intransigenti per principio e disciplina; andata a destra si, perché la situazione va a destra”, rivela di essere stato sempre, con tanti altri peggiori di lui, un riformista, in quanto il suo atteggiamento estremista gli era dettato da una situazione che sembrava trascinarli tutti a sinistra senza troppa fatica.

Ma successivamente, sostenendo ancora fiaccamente che non si deve collaborare, egli invoca l’argomento della insanabile crisi presente e dice che il partito socialista non deve essere cosi ingenuo da assumerne la responsabilità.

Ognuno vede che l’intransigenza postuma e castrata dei Serrati li caccia in un cul di sacco. Essi dicevano, con noi: siamo intransigenti, non collaboriamo, poiché il regime borghese non è suscettibile di essere rabberciato, e verrà un momento in cui risulterà evidente la sua incapacità a funzionare, e per questo momento occorre preservare le forze del proletariato. Oggi fanno questa constatazione che era allora una semplice previsione. Ma da essa non può uscire la continuazione di una intransigenza negativa, bensì una norma positiva. Chi non risponde nel senso comunista: preparazione all’azione rivoluzionaria e alla dittatura del proletariato, per quante possano essere le difficoltà da vincere, deve per forza rispondere: intervento nel governo borghese per rimediare al dissesto sociale. L’attesa sulla formula: intransigenza, si spiegava solo allorquando questa situazione di crisi non erasi delineata.

Quindi la vantata intransigenza dei socialisti è oggi una parola priva di senso. I soli intransigenti siamo noi, poiché chi non lavora allo scioglimento rivoluzionario della situazione collabora di fatto col regime presente. E se la partecipazione ministeriale è la forma estrema e palese ditale collaborazione, l’equivoco in cui permangono i pretesi intransigenti del PSI, in quanto serve solo, non a tracciare una direttiva sicura e chiara, che invano chiederemmo ai suoi assertori di precisare, ma a coprire la conversione verso il dichiarato ministerialismo, è la peggiore delle insidie che tengono il sacco alla causa della conservazione borghese.