Partito Comunista Internazionale

Il pioniere di Bergson

Categorie: Fascism, Social Democracy, Third International

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Bisogna occuparsi di un tale che per lungo tempo ritenemmo “l’innominabile”. E che perciò? La storia politica corre vertigi­nosamente, e, soprattutto sull’altra riva, un uomo fisico può vi­vere più vite politiche e ri­fiorire anche dopo una morte civile.

Benito Mussolini non è oggi per noi quello che era nel 1914-15, non è più un ex-compagno, un rinnegato, è, se tanto gli ac­comoda, un ex-rinne­gato che vive nuove incarnazioni. Soggetti­vamente sarà una resurrezione, e gli converrà vantarla come ta­le, ma a noi poco preme che la borghesia abbia opera da lui o da altri nei primi piani della miserabile sua politica, e, sic­come di quella dobbiamo occuparci, non guardiamo se i suoi campioni siano usciti dalle sue riserve, o dalle cure ricostituenti praticate su quelli che diser­tarono il campo nemico.

E siccome il “capo” di oggi mette al servizio della sua pole­mica le cose dell’altra sua vita di militante politico, e dal falsar­le in enunciazioni risibil­mente deformi trae armi contro di noi, bisognerà rispondere, anche se il guerriero non è temibile av­ver­sario, quando per sua sciagura l’esercito nemi­co lo crede il migliore che possa mettere in campo, e contempla umoristica­mente attonito il suo giostrare.

In verità lo stesso campo di Agramante non è entusiasta del saggio che il campione ha dato col primo attacco in grande stile. Le mirabolanti risorse della réclame che si può fare colla stam­pissima gialla, possono mandar su, nonché un pallone gonfiato, problema fisicamente elementare, qualunque palla plumbea de­stinata a rotolare di fosso in fosso. Ma al coro sono un poco ca­dute le voci dopo qualche stecca dell’assolo.

Che esponesse un programma di panacee universali politiche, evvia, nessuno se lo poteva attendere. Ma si sperava che avreb­be esposto cose nuove e idee originali, si attendeva questo soffio di una vita nuova nel barac­cone parlamentare deserto ormai dell’interesse dei più dozzinali spettatori. Fin dalle prime battute il “luogo comune” – che tanto più è segno di deca­denza insa­nabile in chi rifiuta e disprezza i valori della coerenza della con­tinuità e della disciplinata opera di propaganda indefessa di una dottrina collettiva di partito, per sostituirvi il prodotto della propria cerebrazione e della propria ostentata insofferenza di stasi nei postulati del pensiero – ha spietatamente parlato per la bocca dell’ennesimo portavoce.

Udite, udite – era l’esordio, e v’era di peregrino che l’ap­pello era trasferi­to sulle labbra dell’oratore – farò un discorso antidemocratico e antisociali­sta: reazionario.

L’innovatore è dunque ancora nelle strette di una distinzione atrocemen­te stantia! Ce n’è abbastanza per giudicarlo.

Egli pensa che si possa essere o reazionari o democratici o socialisti. Non sa che in quella vecchia classificazione della po­litica da farmacia e da Camera dei deputati v’è una falsa anti­tesi – tra reazione e democrazia – una falsa affinità – tra demo­crazia e socialismo, finché non è socialismo adulte­rato appunto nella corruzione di quel contatto inconciliabile – ed in questo contatto avvelenatore sta l’opera della reazione.

Il discorso non è stato, malgrado l’impegno grossolano, che il solito ten­tativo di avvicinare il fuoco socialista e spegnerlo nell’acqua democratica. Basta vedere il vieni meco alla Confede­razione Generale del Lavoro. Il mo­vimento operaio politica­mente incolore, indipendente, ecco il sogno della democrazia borghese e con essa del riformismo traditore. Faccia il piacere, signor rinnegato! Si tenga l’epiteto di reazionario, ma deponga la maschera di antisocialdemocratico, e la sua figura si colorerà al punto giusto. È una nuance conosciuta, sfruttata all’estero dai Noske dei vari paesi. Che fare? Nihil sub sole… almeno in fatto di inversioni politiche. Tutte le originalità dell’estetismo deca­dente sono atavismo di qualche sgorbio dei nonni…

Il puledro – ripetiamo, si fa in politica un puledro focoso di una rozza sfiancata – ha saggiato le sue forze anche contro i comunisti. È stato umori­stico. Ha detto, pare, di aver dato i natali al nostro movimento introducendo Bergson con molto Blanqui. La battuta destinata a noi nella traccheggiante orazione era dunque questa? Per avventura è anche qui un cavallino so­cial­democratico di ritorno, e se ce ne occupiamo, non è tanto per rispondere ad una botta che passiamo ottima ultima tra tutte le spedizioni fasciste effet­tuate contro di noi, e che ci scalfisce assai meno di una rivoltella scarica o di una Sipe inesplodi­bile,1 quanto perché abbiamo agio di ritorcere una fre­gnaccia che è stata messa in giro da altra gente che se molto più dell’attuale spacciatore non vale, ha sventuratamente credito presso le masse.

Bergson? Chi era costui? si domanda il buon tesserato del P.S.I. imboni­to dai Serrati e C. Ma ora la spiegazione diviene di portata comune. Berg­son? È il diavolo, poiché Mussolini ne fu in Italia il rappresentante autoriz­zato. E il comunismo italiano è nato da questi impuri germi che hanno cor­rotto la bontà nativa dell’indigeno socialismo marxista, facendo dar di volta il cervel­lo perfino a… Graziadei; il quale, da quell’ignorante che è, tardò ad intendere le nuove verità di cui Benito era importatore, e appena cominciò a digerirle quando costui era passato a fucinare ben altro nelle incandescenze del suo cervello, seguitando a la­sciare indietro la scia sfolgorante degli il­luminatori.

Ci pare che sia ora di finirla con questa storia di Bergson. Le ideologie del Partito Comunista d’Italia e della Internazionale Comunista (occorre forse ripeterlo, quando il filosofo Baratono è forse il solo che non ancora l’ha inteso?) si alimentano nel campo della dottrina, e, se si vuole, della filosofia alla ortodos­sia marxista. Noi siamo su di una base teoretica che prima della rivoluzione russa, molto prima, Lenin stabiliva con la dimostra­zione schiacciante che non può esistere una dottrina del sociali­smo e della rivolu­zione proletaria su basi teoriche idealiste, spiritualiste o semi-idealiste, come nelle riverniciature moderne date dai Bergson all’antico idealismo, riverni­ciature che, almeno da chi le intraprese per effetto di acuta disoccupazione mentale, sono legittimamente presentate come antisocialiste.

L’aver liberato il marxismo dalla usurpazione dottrinale e dalla sviriliz­zazione pratica dei riformisti di Germania e d’altri paesi, compresa l’Italia, non si è fatto, da quel movimento che ha dato luogo alle correnti di pensiero e di prassi oggi inqua­drate nella Internazionale Comunista, rivedendo Marx sui testi di Bergson. La lotta contro il riformismo non appare come una lotta di un socialismo idealisticamente sentito contro il “piatto materialismo” dei destri del movimento operaio.

Jaurès era un idealista ed un precursore del riformismo. I materialisti, marxisti, come Turati e Kautsky, nelle tesi che so­stengono contro quelle della Terza Internazionale e contro il bol­scevismo, fanno, ove si giudichino le filiazioni teoriche al lume della critica e non dell’impressionismo del ge­sto, del vol­gare idealismo filosofico contro il ferreo e spietato realismo delle conclusioni comuniste.

Vi è stata, è vero, una reazione idealistica che voleva contrapporsi alla revisione riformistica del marxismo. Abbando­nava troppo facilmente all’av­versario nel campo della realtà le formidabili posizioni rivoluzionarie del Maestro e cercava ner­vosamente il divenire della catastrofe del regime nelle impa­zienze del sindacalismo soreliano, riverniciatura in fondo, tra molti scintillii, di Proudhon e di Bakunin, anzi dell’Utopismo. Sono, e ne sia dato merito (senza pregiudizio di altre “concessioni” alla dottrina economica a costoro amica) al compa­gno Graziadei in quanto lo presentiva, gli estremisti dell’appa­renza che la borghesia attende per reclutarli nelle file dei suoi fedeli dopo che l’adorazione dei miti avrà chiuso il suo ciclo sempre epiletticamen­te sintetico.

Mussolini, se fu in un certo senso maestro di costoro, non dovette a que­sto la sua parentesi di leader del movimento socia­lista di sinistra in Italia. Questo era ben distinto, ed altrettanto lo è oggi che è partito comunista, dall’estremismo epilettoide che ignora le necessità dello svolgersi storico, perché sa bene che si stancherà di attendere e di lavorare per una conquista ri­voluzionaria che non diviene così rapida come lo spasimo della voluttà ambìto dall’amatore frenetico. Quel movimento era ed è più che mai marxi­sta; Mussolini ne difese le posizioni contro il riformismo e contro il sinda­calismo, se anche la sua rivista si chiamava Utopia, se anche la stessa misu­ra mentale lo spingeva ad esaltare la “settimana rossa”, scatto autenticamen­te proletario quanto i fatti di Napoli contro il decreto catenaccio per l’ina­sprimento dei dazi, efflorescenza violenta di una manovra mas­sonica di collaborazione elettorale. Ma la sinistra del partito so­cialista aveva le sue idee e le sue direttive e la sua disciplina al di fuori e al di sopra del contri­buto soggettivo delle opinioni mussoliniane; questi non può ignorare che se ne andò senza l’onore del seguito di una sola sezione del partito; e i suoi al­leati nell’eresia interventista li raccattò tutti tra i riformisti di destra e i rin­negati del sindacalismo anarchico contro i quali la frazio­ne del partito di cui non era stato il capo “che precede” aveva lottato.

In tutto ciò il fatto Mussolini importa poco. Indaghi chi vuole se fu l’oro straniero o una fermentazione del suo bergso­nismo, per cui la guerra che rompeva la immobilità del “positivismo” riformista e gradualista fu interpre­tata al di fuori di un elementare impiego della dialettica di Marx, a buttarlo dall’altra parte. L’essenziale è che né da lui né da altri, con larga ripercus­sione di pubblico clamore, si lasci oggi adulterare il contenuto ideologico del nostro movimento e delle sue tradi­zioni, nessuna delle quali è da porre nell’ombra.

Sappiamo l’empirismo dei politicanti che alla borghesia oc­corrono. Sappiamo che la scorribanda nel campo delle dottrine e delle posizioni della filosofia politica che si attribuiscono altrui è pigro diversivo retorico in quell’accademia parlamentare che deve celare il vuoto pneumatico di diret­tive costruttrici, o la turpitudine della reale pratica governamentale della classe al potere. Sappiamo che giustamente l’ultimo campione in panto­fole della organicità di una filosofia politica borghese, il Corrie­re della Sera a ragione può scrivere: “Mussolini si è schierato coi democratici nella politica sindacale e coi liberali nell’avver­sare il socialismo di Stato, costretto dalle esigenze parlamentari a dare al suo discorso una linea programmatica di partito“.

Ma l’Internazionale Comunista possiede, al contrario di questi necrofori di un’epoca e di un regime, insieme ad una somma formidabile di esperienze e di forze ricostruttive, la precisa linea direttiva di una concezione della so­cietà e della storia, che, se è una filosofia, lo è nel senso della frase giova­nile di Marx che “una filosofia diviene una forza quando penetra nelle masse“. L’Internazionale Comunista tra le crollanti rovine della società capitalistica leva una bandiera su cui non sta solo il segnacolo di una travolgente offen­siva armata, ma anche, e per la prima volta nella vita dell’umanità, la pro­clamazione di una coscienza della storia che il proletariato universale si è forgiata, muovendo nella sua vittoria a far saltare, con tutte le istituzioni de­crepite, le cattedre pallide degli ideologi e le oscene bigonce dei demagoghi.

1Si tratta di una bomba a mano usata dall’Esercito Italiano nella Prima guerra mondiale, acronimo di “Società Italiana Produzione Esplosivi”.