Partito Comunista Internazionale

Gli anarchici e noi

Categorie: Anarchism

Questo articolo è stato pubblicato in:

Ospitiamo di nuovo volentieri la lettera del Fabbri, anche se colpevoli di qualche ironia anti-anarchica, appresa dal nostro maestro Engels, il quale non ci ha però contemporaneamente appreso il “riformismo”.

Adunque, secondo la enunciazione della U.A.I., condivisa dal Fabbri, la distinzione tra violenza accettabile e non accettabile è che vi presieda la ragione, il senso di responsabilità e la coscienza del fine. Ahimè!, ché questa distinzione è quanto mai inconsistente, e sopratutto, come dicevamo nella precedente nostra nota, terribilmente antistorica.

È strano che proprio gli anarchici i quali fieramente si oppongono alla funzione ed alla disciplina di un partito, esigano poi dagli attori individuali o collettivi dell’atto rivoluzionario, un senso critico che faccia loro distinguere così sottilmente se l’impiego di certi mezzi di lotta risponda o meno a delle condizioni eticamente astratte.

Questo giudizio dovrebbe sorgere dalla ragione e dalla critica di ciascun rivoluzionario. È chiarissimo che tali condizioni non potranno mai essere raggiunte nella realtà tra le file del proletariato sfruttato, depresso, limitato nel suo sviluppo intellettuale e morale.

Gli anarchici si aggirano sul contrasto tra le condizioni sociali attuali e la illusione di far vivere in mezzo ad esse uomini perfetti e perfettamente coscienti che sarebbero gli antesignani della rinnovazione.

Intanto la definizione che essi cercano dare dei limiti dell’uso della violenza, conduce a porre in evidenza la tesi comunista della necessità di un Partito.

Per i comunisti è fatica sciupata fare disquisizioni sulla opportunità di sanzionare o condannare un atto di violenza.

Ma per far sì che le reazioni rivoluzionarie difensive e offensive della classe oppressa possano essere inspirate a una ragionevole proporzione di mezzo al fine, essi posseggono la soluzione concreta ed efficace dell’inquadramento nel Partito organizzato e disciplinato degli elementi di lotta della classe rivoluzionaria.

Perciò quella distinzione che non può trovarsi in astratte regole etiche né nella perfezione della coscienza e della valutazione di un individuo, sorge chiarissima e logica dalla condizione che la lotta e le sue fasi vengano dirette da un organismo collettivo che solo può realizzare una linea di azione razionalmente indirizzata al successo.

E questo organismo, il Partito, mentre svolge le sue forme di azione, non condanna ma spiega e cerca di inquadrare le tendenze spontanee che sorgono dalla massa ad azioni isolate e slegate, che si possono criticamente trovare mancanti (a meno che non si condannino in principio in base ad una morale tolstoiana) non di un certo crisma psicologico o etico, ma solo di una condizione reale: la disciplina collettiva.