Sulla valutazione della violenza
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La nostra opinione
Abbiamo voluto dar posto a questo scritto dell’amico Fabbri in merito ad una polemichetta tra noi e gli anarchici perché l’argomento è interessante e perché vogliamo così dimostrare che non è esatto che discutiamo le tesi proprie degli anarchici in base ad opinioni che noi stessi arbitrariamente attribuiamo loro.
È fuor di dubbio che mai abbiamo pensato o detto che l’anarchismo ripudi il metodo dell’impiego della violenza; si tratta appunto di intendersi sulla valutazione del limite che si pone a tale impiego, ed e qui che vediamo un lato debole nella posizione assunta dagli anarchici, che ci ha indotto a ricollegarlo alle altre loro tesi non condivise e criticate da noi marxisti.
Ragione, senso di responsabilità e coscienza del fine, ecco le condizioni che gli anarchici, almeno nei casi invocati dal Fabbri, pongono per la “utilità” della violenza, pur non rifuggendo dallo “spiegarsi” con gli stessi nostri argomenti tutti gli altri spontanei atti di violenza che sorgono dai membri della classe sacrificata per effetto delle sue condizioni di sfruttamento e di inferiorità. Questa ammissione è qualche cosa, ma non conduce essa ad una chiara conclusione per la condotta che devono tenere dinanzi a tali atti i rivoluzionari, cioè astenersi da superflue “sconfessioni” che sono indice di debolezza e fanno il gioco di speculazioni avversarie, contentandosi, per la distinzione delle responsabilità della “antecedente” precisa predicazione dei propri metodi di azione?
Ma riandiamo pure più addentro alla cosa. In chi deve essere questa valutazione del mezzo e del fine, questo giudizio critico sulla natura dell’atto da compiere? Nell’individuo o nel gruppo che lo progetta e lo esegue, sia pure influenzato da una chiara propaganda sulla natura di quei mezzi e di quei fini fatta da altri individui e da altri gruppi? Ed allora sarà facile mostrare che ogni atto terroristico si presenta a chi lo compie come mezzo per raggiungere un dato fine, attraverso un giudizio che se sarà molto probabilmente errato, lo sarà per quella tale ragione che menoma la profondità e la capacità critica di ogni sfruttato ribelle. Ogni atto dovrebbe allora essere accettato purché non fosse stato motivato da fini di interesse personale o da materiale irresponsabilità insita nell’individuo, assumendo in tale caso solo il carattere antisociale della “delinquenza”.
Ma se l’individuo e il gruppo in vista di un dato fine (terrorizzare, poniamo, la borghesia che detiene vittime politiche) crede opportuno un dato mezzo, chi si erigerà a giudice della valutazione di rapporti che sarà fatta da quelli? Essi erano soggettivamente convinti della corrispondenza del mezzo al fine, perciò hanno agito. Sconfessarli perché in realtà non era così, alla luce di un discernimento superiore al loro? È opera sterile perché non ha impedito l’“atto” né impedirà atti simili “antieconomici” per la causa rivoluzionaria. È opera vana perché il criterio che guida il vero, il giusto giudizio è imprecisabile, non può essere, come dicemmo, quello del danno ai terzi, e se non vuole essere un criterio di vuota astrazione etica (alla luce del quale c’è una sola soluzione giusta, la condanna di ogni violenza) deve essere un criterio tattico.
E che razza di tattica è quella che sta alla finestra per dire: possiamo condividere questa azione e non quell’altra, e di nessun mezzo oltre la propaganda e una vaga disciplina degli spiriti (assurda per gli “spiriti” di “corpi” sfruttati e tormentati) dispone per far sì che effettivamente gli atti si compiano secondo la utile corrispondenza al fine? Non vi è valutazione soggettiva di fine e mezzo, nel senso che tutte le valutazioni soggettive hanno eguale diritto ad essere riconosciute. L’attentatore ha fatto una cosa atroce e feroce finché volete ma non l’ha fatta per “guadagnarsi” qualche vantaggio personale col danno altrui. Su che cosa baserete una condanna che non sia: o viltà o complicità?
Ragione, responsabilità, perseguimento utile di fini, sono, amici anarchici, ed è qui che vi vogliamo (o ci giungete, o non sconfessate gli eccessi dell’azione individuale, dinanzi ai quali noi stessi abbiamo fieramente taciuto!), funzioni collettive. Ciò vuol dire che finché ogni uomo non sarà economicamente e quindi solo dopo “spiritualmente” redento, quelle condizioni si realizzano solo attraverso una disciplina che non sia una evanescente adesione a concetti più o meno efficacemente e concordemente propagandati da una “minoranza rivoluzionaria”, ma abbia carattere “organizzativo”; ossia corrisponda ad una effettiva “autorità”.
Solo un organismo che controlli, diriga e inquadri l’azione rivoluzionaria potrà “raccogliere le massime probabilità” di agire con mezzi utilmente proporzionati al fine; potrà “avvicinarsi” alla eliminazione delle violenze “inutili”. Perché questo organismo non esiterà a preordinare azioni anche di gravissime conseguenze quando l’insieme delle sue esperienze lo condurranno a ritenerle indispensabili per resistere all’avversario, e sopraffarlo, in base a criteri di freddo realismo che garantiranno gli “innocenti” assai più di una preparazione spirituale ed etica affidata al controllo soggettivo di chi ha “il diritto” di essere anche un esaltato. Perché tale organismo non pronunzierà inutili condanne a cose fatte ma tenderà ad evitare che si agisca da individui e gruppi slegati indipendentemente dalle sue decisioni, non piangerà ma cercherà di prevenire l’uso “irrazionale” della violenza.
Questo organismo avrà il diritto di riconoscere o meno la sua iniziativa in dati atti. Ma deve poter contare su di una disciplina effettiva e severa.
Affidare ad altro il gioco del controllo sulle conseguenze reali della predicazione della azione violenta, contare per questo su distinzioni postume ed inafferrabili, ecco in verità un mezzo che poco si confà al fine della vittoria rivoluzionaria, ecco in realtà – come legittimamente dicemmo e dobbiamo confermare – un indice sicuro di mancanza di reale comprensione del problema della emancipazione degli sfruttati nella sua prospettiva storica, per sostituirvi una imprecisabile concezione della emancipazione delle coscienze ereditata incoscientemente da filosofie borghesi.