Partito Comunista Internazionale

Il valore dell’isolamento Pt.2

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Nell’articolo precedente abbiamo citato a mo’ d’esempio alcuni casi, scelti tra altri moltissimi, di punti di incontro e di contatti tra quei movimenti di sinistra del proletariato che si differenziano da noi comunisti per vedute particolari (sindacalisti ed anarchici) con altri movimenti falsamente rivoluzionari e che racchiudono in sé solo un inganno per il proletariato ed una serie di risorse conservatrici per il regime borghese.

Di questi non abbiamo parlato distintamente ed ordinatamente, ma solo vi abbiamo largamente accennato man mano che venivano a taglio negli esempi suddetti. Non crediamo diffonderci molto a dimostrare come movimenti che campeggiano tra il partito repubblicano, quello socialista, il sindacalismo “corridoniano”, il dannunzianesimo che dai legionari si stende agli arditi e ai fascisti (mentre per le più volte dette ragioni ci rifiutiamo di vedere tra essi il movimento che farà il colpo di Stato per la “dittatura di destra”), coi loro programmi di rinnovamento dell’attuale reggimento sociale e politico italiano, svolgono un’opera deviatrice delle energie rivoluzionarie del proletariato e complice della conservazione dei privilegi della classe dominante. Tutti quei movimenti indistintamente, come più volte abbiamo dimostrato, e come si potrebbe sempre più porre in evidenza con dichiarazioni recenti ed atteggiamenti caratteristici dei loro capi, anche quando si servono della violenza, si pongono su di un terreno parlamentare e democratico, che sono per noi indiscutibilmente le condizioni migliori di difesa del principio borghese. Che alcuni ostentino il loro liberalismo formale e la loro simpatia per le organizzazioni professionali proletarie, altri dichiarino di condizionare tutto ciò ad un disarmo del proletariato ad ogni proposito di rovesciare il regime borghese (ossia di realizzare la dittatura bolscevica, distruggendo le nostre libere istituzioni, sabotando la nazione ecc.!) e fin allora esercitino la controffensiva più sanguinosa, non toglie che resti il medesimo fondamentale inquadramento storico degli uni e degli altri. Voler fermare l’avanzata proletaria entro le colonne d’Ercole della democrazia equivale per noi, e per diretta ferrea conseguenza storica, ad accingersi ad affrontarla con le mitragliatrici e le rivoltelle della reazione.

È quindi fuori di discussione per i comunisti l’opportunità tattica di intese ed alleanze con questi complottatori da palcoscenico di pseudo rivoluzionari che ci regalerebbero la repubblica di Eugenio Chiesa e il soviettismo politico di D’Annunzio, o la “repubblica dei sindacati” più o meno giuliettizzati.

Si potrebbe pensare che questi movimenti, una volta iniziati, creerebbero quella situazione di instabilità del potere statale in cui l’assalto a fondo del proletariato potrebbe inserirsi efficacemente, e ciò è anche possibile, ma non bisogna dimenticare che in questa seconda fase i peggiori nemici sarebbero i rivoluzionari del momento precedente, che sarebbe sommamente pericoloso che quella avanguardia del proletariato che segue il programma comunista fosse dominata dalla speranza di avere in coloro degli amici, come avverrebbe se nella prima fase si marciasse gomito a gomito con essi. Nessuno nega che il divenire della storia può allacciare e sciogliere coincidenze di sforzo e di obbiettivo, ma è buona tattica solo quella che prepara tali forze e tale organizzazione di forze materiali e spirituali che si possa superare il momento più critico, quello cioè in cui si deve lottare da soli. Il più grande pericolo per la preparazione rivoluzionaria è quello di accedere ad un’alleanza, poniamo coi repubblicani o i socialisti, in una situazione in cui questi, ad esempio, dicano di essere d’accordo coi comunisti in una difensiva contro gli eccessi fascisti, perché questo equivale a rinunziare al nostro specifico compito di partito, consistente nel dare alle masse la coscienza delle situazioni che si prepareranno nel corso della lotta e di quella che sarà la posta della battaglia suprema tra rivoluzione e controrivoluzione.

Ora questa tattica, che scaturisce chiaramente dalle premesse dottrinali e dalle pratiche esperienze tattiche del Partito Comunista, è difficilissimo farla intendere a sindacalisti rivoluzionari e anarchici. Ecco perché dalla considerazione tattica che conviene al nostro partito escludere ogni “fronte unico” con repubblicani, socialisti, ed altri irregolari della rivoluzione – conclusione che forse riesce accetta alla quasi totalità dei compagni del nostro partito – non passiamo ad un’altra che forse è di più difficile accettazione, ostandovi tutto il sentimentalismo ed il facilonismo rivoluzionario che è appunto uno dei più grandi ostacoli per l’organizzazione di una seria preparazione rivoluzionaria in Italia, alla valutazione cioè dei gravi errori ai quali si potrà essere tratti se si accetterà il criterio di una stretta collaborazione con anarchici e sindacalisti.

Questi non hanno le ragioni che noi abbiamo per intendere l’incompatibilità ad intendersi ed allearsi con movimenti semiborghesi dal rivoluzionarismo esteriore, e, come abbiamo già mostrato con altri esempi, valorizzano certe correnti e certi atteggiamenti che la nostra critica discerne come squisitamente reazionari solo perché sedotti dalle loro pose di estremismo di forma, di apparenza.

Ora noi affermiamo che generalmente il movimento comunista deve rifuggire da ogni intesa organizzativa con movimenti i quali non dirigono le loro preparazioni nel senso delle esigenze della lotta decisiva. Prima di chiarire meglio perché i sindacalisti e gli anarchici sono gravemente lontani da avere quella coscienza e quell’orientamento tattico spieghiamo in modo assai semplice cosa intendiamo per “intesa organizzativa”. Ogni azione ha bisogno di preparazione, perciò stesso di organizzazione, perciò stesso di disciplina. Noi dichiariamo che per i comunisti sovrapporre alla disciplina organizzativa del loro partito l’impegno, ad esempio, ad eseguire le disposizione di un “comando unico” costituito da delegati di vari partiti – e ciò non solo se si tratta di legarsi in questo reciproco impegno con i movimenti rivoluzionari falsificati di cui prima si parlava, ma altresì nei riguardi dei sindacalisti e degli anarchici.

Si noti che l’escludere intese organizzative non esclude che si svolgano azioni nelle quali le forze comuniste possono agire in direzione concomitante ad altre forze politiche; ma occorre conservare il pieno controllo delle nostre forze per quel momento in cui le alleanze di un periodo transitorio potranno e dovranno decomporsi ed in cui si porrà in tutta la sua integrità il problema rivoluzionario.

Non discutiamo l’ipotesi di accedere a quelle intese organizzative col proposito di “tradirle” o sfruttarle nel loro complesso di forze nel nostro senso alla prima occasione. E scartiamo questa tattica non per scrupoli di ordine morale, ma perché, data appunto la funesta influenza di quel “confusionismo rivoluzionario” di cui trattiamo, anche purtroppo sulle masse che seguono il nostro partito, il gioco sarebbe troppo pericoloso, e la manovra del disimpegno riuscirebbe a nostro danno. Per preparare le masse alla severa disciplina dell’azione rivoluzionaria occorre grandissima chiarezza di atteggiamenti e di movimenti, e quindi occorre portarsi fin dal principio su di una piattaforma ben definita e sicura: “nostra”. Altrimenti fabbricheremo le piattaforme per altri, per movimenti che o sono scientemente reazionari malgrado le pose rinnovatrici, o sono rivoluzionari, ma non hanno del processo rivoluzionario la giusta visione.

Quanto abbiamo detto ci servirà discretamente, chiusa la parentesi, a definire il problema importantissimo di quale sarà il momento critico, decisivo, quale sarà per servirci ancora una volta della espressione la posta della suprema partita rivoluzionaria, quale la posizione ultima su cui le falangi nemiche si affronteranno, ed alla quale appunto occorre aver predisposto le nostre forze. E qui si vedrà perché in questo gli anarchici e i sindacalisti pericolosamente errano, in un senso che a parole li fa più “rivoluzionari” dei comunisti, ma in realtà li porta sul terreno di quei movimenti obliqui ed equivoci che uccidono il contenuto stesso della “unica possibile rivoluzione” che possa essere chiamata tale.

Noi dunque diciamo: nessuna intesa organizzativa con movimenti che non siano impostati nella direzione dell’urto definitivo e che non si preparino a quel preciso obbiettivo. Come noi possiamo chiaramente definire quell’obbiettivo rivoluzionario al di fuori del quale vi è il pericolo di fare il gioco del nemico, fissandone i caratteri principalissimi, generali, il non riconoscimento di uno solo dei quali conduce in realtà a cadere nel tranello controrivoluzionario?

Noi crediamo che a base della nostra tattica debba stare questo criterio: nessuna intesa organizzativa, ossia nessun fronte unico con quegli elementi che non si prefiggono: la lotta rivoluzionaria armata del proletariato contro lo Stato costituito, intesa come un’offensiva, un’iniziativa rivoluzionaria – l’abolizione, attraverso questa lotta, della democrazia parlamentare assieme al meccanismo esecutivo dello Stato attuale – la costituzione della dittatura politica del proletariato che porrà fuori della legge rivoluzionaria tutti gli avversari della rivoluzione.

Queste basi fondamentali di un’intesa tattica non le facciamo discendere dal gusto puramente astratto di dire: collaboreremo nella preparazione pratica della rivoluzione solo con quelli che ne condividono sostanzialmente il nostro concetto teorico comunista. No, non si tratta di un lusso dottrinario, se pure le considerazioni che ci conducono a quel criterio tattico stanno a confermare ancora una volta quale magnifica guida dell’azione sia la nostra dottrina marxista. Si tratta proprio di utilizzare razionalmente gli insegnamenti pratici dell’esperienza.

Finora si è sempre riscontrata una tendenza quasi naturale a stabilire di quelle intese tra partiti diversi per una serie di finalità limitate e specifiche: difesa di vittime politiche, agitazioni particolari ecc. Su basi strettamente definite si potrebbe considerare come meno allarmante la costituzione dei cosiddetti comitati unici, ma vi è sempre la grave obiezione che è imprudente abituare i compagni e la massa a questo modo semplicista ed apparentemente facile di trovare aiuto e moltiplicare la propria forza e la propria influenza da un momento all’altro. Ma dove la incompatibilità tattica dei “fronti unici” diviene evidente e allorché essi si prefiggono un obiettivo più largamente politico, e soprattutto sul terreno dell’azione armata. Quando arriviamo al concetto di “agitazione per il ristabilimento delle pubbliche libertà” ossia per la “conservazione delle posizioni conquistate dal proletariato” allora si comincia a delineare l’insidia della tattica delle intese. Il “ritorno alla vita normale” ossia alla vita dell’anteguerra e dell’ “antecrisi” propugnato dai socialdemocratici è un obiettivo conservatore e reazionario perché è in contrasto con la fondamentale tesi dei comunisti che questo è il periodo della crisi ultima del capitalismo che non può trovare altri punti di equilibrio che la dittatura borghese e il terrore bianco reggentesi sulla cieca distruzione, o la rivoluzione proletaria, unica premessa di un riassestamento dei rapporti sociali. Un’azione per la difesa del proletariato contro la reazione non può essere concepita che come una azione del proletariato per rovesciare il regime. Ecco perché i comunisti devono rifiutare di partecipare ad iniziative di intese politiche aventi carattere “difensivo” contro gli eccessi dei bianchi, ma con l’obiettivo insidioso di ristabilire “l’ordine” e fermarsi li. Gli stessi lanzichenecchi fascisti non hanno altro obiettivo politico che quello di “ristabilire l’ordine” e dinnanzi ad un proletariato incapace o rinunciatario all’offensiva rivoluzionaria essi desisterebbero dalle loro gesta.