Partito Comunista Internazionale

Anarchici e comunisti

Categorie: Anarchism, PCd'I

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Il giornale anarchico “Il Libertario” di Spezia, rileva la polemica svoltasi sulle nostre colonne, a proposito della violenza, con Luigi Fabbri, mostrando di condividere la distinzione del Fabbri tra violenza cieca e violenza “guidata dalla ragione, dal senso di responsabilità e dalla coscienza del fine”, senza che questa debba coincidere col concetto di violenza militarmente organizzata (e nemmeno escluderlo).

Questo argomento lo abbiamo abbastanza sviscerato per dovervi ritornare sopra. Vogliamo piuttosto rilevare brevemente un accenno del “Libertario”, laddove questo dice che il dissenso vero tra anarchici e comunisti è un altro: se la violenza debba restare solo e sempre insurrezionale per essere rivoluzionaria, come pensano loro, oppure possa restare rivoluzionaria anche se affidata ad un governo più o meno dittatoriale, come pensiamo noi.

Giustissimo che il vero e maggiore dissenso sta proprio qui.

Ma non è altrettanto giusto quanto subito dopo dice il detto giornale, e cioè tale punto mentre sarebbe stato trattato ampiamente dalla stampa anarchica, non sarebbe stato abbastanza sviluppato da quella comunista.

Per confutare questa affermazione basterebbe ricordare al “Libertario” non diciamo gli scritti fondamentali della Internazionale Comunista ampiamente tradotti negli ultimi tre anni dalla stampa nostra, dalle tesi dei congressi agli articoli e scritti dei migliori compagni esteri e al libro di Lenin sullo “Stato e Rivoluzione”, ma una serie di articoli e polemiche della stampa comunista italiana: ci limitiamo ad accennare quelle del “Soviet” e dell’“Ordine Nuovo” settimanale.

Vogliamo quindi dare solo brevi cenni a proposito, soprattutto per disilludere il nostro contraddittore anarchico e i suoi compagni di fede che noi possiamo mai comunque attenuare quella fondamentale nostra tesi che li trova fieramente avversi.

Se la distinzione sull’impiego della violenza del Fabbri non regge ad una critica attenta, quella generale degli anarchici tra violenza contro lo Stato e violenza di Stato (nel senso di negare la seconda come mezzo di azione della classe proletaria nella rivoluzione) è semplicemente la negazione della storia, e, per stretta conseguenza, della rivoluzione.

Deve essere tra noi e gli anarchici cosa pacifica che tutte le rivoluzioni che finora si sono svolte, sono consistite in un trasferimento del potere statale da una classe ad un’altra, da un gruppo all’altro, e che il gruppo protagonista della rivoluzione, appena vincitore, ha dovuto ricorrere alla dittatura ed al terrore contro il gruppo sconfitto, ma tuttora lottante per una restaurazione del suo potere, per una rivincita sulla rivoluzione.

Ma, dicono trionfalmente gli anarchici, è appunto per questo che tutte le rivoluzioni non hanno segnato la definitiva emancipazione degli oppressi e degli sfruttati, in quanto, dando nascita a nuove forme di potere statale, hanno costituiti nuovi rapporti di dominazione e di sfruttamento. Se la rivoluzione proletaria deve segnare la fine di ogni sfruttamento, essa non deve dar vita ad una nuova forma di Stato, ma sopprimere lo Stato.

Pare perfino impossibile che una questione tanto chiara possa ancora essere controversa tra rivoluzionari, dopo che il marxismo e la propaganda mirabile di chiarezza della Terza Internazionale ne hanno fornito brillantemente la soluzione decisiva.

Anche noi marxisti diciamo che la rivoluzione proletaria deve sopprimere lo Stato, e che questo ne sarà il risultato finale. Ma dire che lo Stato sarà soppresso, non è la stessa cosa che dire: si potrà fare a meno della forza statale per gli scopi della rivoluzione.

Perché la rivoluzione proletaria sopprimerà lo Stato? Non già perché, secondo (speriamo di non sollevare la solita indignazione con questa frase) la mentalità antistorica degli anarchici, essa sia la “vera” rivoluzione che finalmente eviterà l’errore delle rivoluzioni precedenti e realizzerà la formula bakuniana di non far sorgere né costituenti né dittature, abbattendo lo Stato, lo Stato in sé, e non una data forma di Stato.

La rivoluzione proletaria giungerà a sopprimere lo Stato per ben altre condizioni reali, che nelle passate rivoluzioni non esistevano, e che le danno la possibilità di “sopprimere la divisione della società in classi sociali”. Questa prospettiva era impossibile per quelle rivoluzioni che non avevano il loro punto di partenza nella situazione oggi rappresentata dallo sviluppo del capitalismo.

Ciò che metterà in grado il proletariato rivoluzionario vincitore di pervenire alla soppressione delle classi e dello Stato non sarà la sua avvedutezza di non permettere la costituzione di un potere rivoluzionario, ma una condizione di ordine reale economico, ossia la esistenza di un tale ingranaggio produttivo da poter essere amministrato da una società che non presenti sfruttamento del lavoro.

È pacifico tra anarchici e noi che questa società non può sorgere dai rapporti attuali di produzione, se non si abbatte il potere dello Stato capitalistico. Ma il loro errore è di vedere contemporanea la morte del capitalismo con quella dello Stato capitalistico. Se lo Stato attuale è la conseguenza e non la causa del sistema economico capitalistico e della divisione attuale della società in classi, è evidente che, se è vero che quando avremo soppresso la economia capitalistica e la suddivisione della società in classi, lo Stato sarà morto, non è invece affatto da aspettarsi che, abbattuto lo Stato borghese, sia risolto il problema della soppressione della economia capitalistica e della esistenza di classi sociali contrastanti.

La soluzione di questo problema non può essere istantanea come il rovesciamento del potere borghese. Essa è il risultato di un lungo processo storico di trasformazione, operata dalla energia del proletariato. Durante questo processo, e specialmente nella prima fase di esso, quando la borghesia ha maggiori possibilità di risollevarsi, esso è garantito solo da una organizzazione di forza proletaria che è lo Stato, la dittatura di classe.

Lo Stato non muore in una rivoluzione. In tutte le rivoluzioni lo Stato “si capovolge”. Lo Stato muore per lento esaurimento delle sue funzioni. La rivoluzione proletaria è la sola, la prima, che inizia questo “esaurimento”, dopo avere, come le altre, cominciato da una pura utilizzazione della forza statale.

Non è certo il caso di insistere sulla dimostrazione di tutto ciò. Val la pena però di ricostruire il curioso modo di ragionare degli anarchici. Essi concepiscono che la violenza rivoluzionaria insurrezionale è oggi indispensabile in una lotta tra borghesia e proletariato.

Che cosa vuol dire che la violenza dopo il rovesciamento dello Stato borghese non resta rivoluzionaria “se affidata ad un governo”?

Forse che sarà rivoluzionario lasciar risorgere lo Stato borghese senza opporvisi? Questo certo no. Ma il concepire questa lotta, tra una classe che vincendo non esiterà a costituire la sua dittatura più terroristica, assetata di vendetta (la borghesia) ed una classe opposta, che in omaggio al principio anarchico rinunzi vincendo alla dittatura statale che immobilizza l’avversario, è forse rivoluzionario, quando equivale evidentemente a lasciare all’avversario della rivoluzione un incalcolabile vantaggio nella lotta?

Come risulta dalle stesse parole del “Libertario”, una organizzazione militare, ossia disciplinata e gerarchica, è indubbiamente una condizione di maggiore successo nella lotta contro una organizzazione analoga avversaria, che non l’azione slegata ed informe. Ora se gli anarchici cominciano ad arrivare a questo concetto: “organizzare militarmente la violenza insurrezionale” vuol dire che essi stanno per darci totalmente ragione.

Questa organizzazione militare si dovrà liquefare appena l’avversario, lo Stato borghese, avrà piegato? Ed allora i controrivoluzionari non si daranno subito ad organizzare una “violenza militarmente organizzata” che tanto più facilmente vincerà, in quanto non avrà di contro una organizzazione stabile? Converrà, rivoluzionariamente parlando, che il proletariato non renda permanente la sua organizzazione militare, in modo da reprimere ogni indizio di organizzazione avversaria, con difficoltà, sforzi e vittime assai minori?

Ora, amici anarchici – quando mancasse ogni altra ragione dipendente dai complessi rapporti tra l’avanguardia rivoluzionaria delle masse e gli innumeri residui di antisocialisti lasciati come lunghissimo retaggio dal capitalismo, per dimostrare indispensabile lo Stato proletario – basterebbe avervi condotto a questo. Una organizzazione militare permanente anche nei momenti in cui la lotta tace, e per impedire che l’avversario la ridesti utilmente; ecco in verità, lo Stato, nella sua interezza. È vano fare gli scongiuri…