Strascico
Con gli anarchici si potrebbe anche amichevolmente polemizzare. Così abbiamo fatto con Luigi Fabbri, ospitando anche un suo scritto sulle nostre colonne. A distanza di tempo, cosa dovuta alle molteplici nostre mansioni e occupazioni, vogliamo riprendere alcuni spunti della sua ultima replica su “Umanità Nova” del 12 agosto. Alcuni spunti soltanto.
È già molto quando in polemica si riesce a rendere bene la tesi altrui che si confuta. Tanto noi facevamo con successo, e Fabbri riporta la formulazione da noi data al suo pensiero, accettandola:
«Se la rivoluzione proletaria deve segnare la fine di ogni sfruttamento, essa non deve dar vita ad una nuova forma di Stato, ma sopprimere lo Stato».
Noi però non possiamo ancora accettare la formulazione che Fabbri traccia a sua volta del pensiero comunista, quando egli scrive:
«Gli anarchici accettano la violenza contro lo Stato e respingono la violenza di Stato. I comunisti accettano la prima per arrivare ad esercitare la seconda».
No, amico Fabbri. Né la violenza contro lo Stato, né la violenza di Stato sono per noi finalità, ossia punti ai quali “vogliamo arrivare”. Noi – come voi del resto, e Lenin lo ha chiarito nel suo libro “Stato e rivoluzione” – vogliamo “arrivare” alla soppressione di ogni violenza sia di Stato che, per conseguenza logica, contro lo Stato. Con voi riconosciamo che la condizione per la sparizione della violenza nella vita sociale è la soppressione della divisione della società in classi. Ma, mentre per voi basta per giungere a tanto solo la violenza contro lo Stato, per noi comunisti, occorre prima la violenza contro lo Stato borghese, indi la violenza dello Stato proletario.
Sono due mezzi, di cui voi accettate uno solo, noi entrambi, in corrispondenza di rispettive condizioni storiche, e non avete il diritto, onestamente polemizzando, di dipingerci come quelli che vogliono arrivare ad esercitare la violenza di Stato, per dire, una volta afferrato il potere: ci siamo, e ci resteremo…
Coll’uso della seconda forma di violenza rivoluzionaria, il proletariato comunista andrà verso la realizzazione della società senza classi. Sorreggendo la prima forma di violenza contro lo Stato, gli anarchici ne appoggeranno lo sforzo, sabotando la seconda forma – violenza di Stato – lo renderanno più irto di difficoltà; lungi dall’abbreviare il periodo in cui lo Stato proletario sarà una ferrea necessità, lo prolungheranno: la dittatura proletaria sarà tanto più breve, e tanto meglio preparerà la fine dei regimi autoritari, quanto meno avrà scrupoli e pregiudiziali liberali e libertarie, quanto meno ascolterà le rampogne metafisiche dei socialdemocratici e degli anarchici. Qui è un altro soffio di quella dialettica di cui vi accusiamo di mancare.
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L’altro spunto è questo: è curioso come il Fabbri accolga la nostra accusa alla concezione anarchica di essere antistorica, poggiata sul ragionamento che Fabbri accetta e conferma: se tutte le passate rivoluzioni hanno trasferito il potere da una classe all’altra, e tutte hanno determinato il passaggio dal privilegio economico di una classe a quello di un’altra; la rivoluzione che ucciderà i privilegi non deve essere un passaggio di potere, ma una soppressione del potere statale.
Fabbri trionfalmente risponde che è questo il modo “storico” di ragionare, e che sarebbe “antistorico” il nostro che invece promette una rivoluzione di cui la storia non ha dato esempi.
Mio dio! Avere una concezione “storica” significa per noi, modesti marxisti, questo: che si possono utilizzare le esperienze storiche del passato per trarne la previsione di ulteriori sviluppi, che nei fatti passati hanno le loro cause ed origini, ma che per la diversa epoca, per il diverso grado di sviluppo delle condizioni generali (di cui è per noi base fondamentale lo stadio di sviluppo della tecnica produttiva) presenteranno caratteri nuovi e diversi. Appunto perché abbiamo una concezione storica, siamo in grado di tracciare il processo della rivoluzione proletaria nei termini diversi da quelli presentati da altre rivoluzioni, diversi perché dai primi appunto dipendono e ai primi succedono.
Fabbri, e con lui gli anarchici e con lui – non s’arrabbi – i filistei piccolo borghesi pensano la storia metafisicamente, come un dramma che snoda le stesse situazioni e ripete le stesse scene e dà luogo alla stessa fissità di regole, il che – non è paradosso – si identifica con assenza di regole. Peggio, come uno scolaretto che rinnova i suoi tentativi di rifare il compituccio senza errori. Non dice nulla che tra il governo di Lenin e quello, poniamo, di Cesare, siano passati duemila anni segnati da tutta una rivoluzione dei rapporti tecnici ed economici entro i quali vive la società umana: se Cesare ebbe i pretoriani, anche Lenin dovrà averli. Se la signora storia, che da millenni sta alla scuola dei riformatori utopisti, di cui i “libertari” sono l’ultima edizione, non vuole rifare lo sproposito di “sbagliare” le sue rivoluzioni, deve guardarsi dal fabbricare un nuovo Stato quando ne rovescia uno vecchio…
Invece, marxisticamente, rovesciando e fabbricando Stati, rovesciando e costituendo rapporti di dominazione di classe, la storia è giunta a un punto in cui rovesciando la forma di Stato cui ha dato il nascere l’economia capitalistica, e fondando il nuovo Stato proletario, non si troverà dinanzi al nascere di una “terza” classe destinata allo sfruttamento della classe rivoluzionaria vincitrice, ma si troverà nel periodo in cui la forza dello Stato lavorerà a sradicare quegli stessi rapporti economici da cui la divisione in classi, e il privilegio di classe prima fatalmente sorgeva.
Un esempio, forse più chiaro, del rinnovarsi di situazioni rivoluzionarie con diversità di sviluppi e rapporti, dipendenti appunto dalla diversa epoca e situazione storica. La borghesia vinse il potere delle vecchie aristocrazie terriere. Il suo potere fu un’arma rivoluzionaria finché servì a lottare contro i conati della restaurazione. Divenne un potere protettore di privilegi, perché dominio politico della borghesia significava massima libertà di sviluppo alle forme economiche del capitalismo e del salariato. Il potere rivoluzionario proletario, succedendo alla caduta del governo borghese, funzionerà finché sarà necessario contro le forze che tendono a restaurare il capitalismo, ma nella misura che le dominerà, farà sorgere il regime economico della produzione accentrata e collettiva, in cui non vi sono datori di lavoro e salariati, in cui scompare la divisione in classi.
Il potere della classe borghese, come quello delle classi che precedettero la borghesia, ebbe una prima fase in cui tenne il fronte contro il passato e i suoi tentativi di risorgere, ne ebbe una seconda in cui lo tenne e lo tiene contro il movimento rivoluzionario del proletariato. Il potere proletario avrà una prima fase analoga di lotta contro l’antirivoluzione, non avrà la seconda perché appunto la diversità di situazioni da cui sarà nato e che accompagnerà nel suo sviluppo daranno luogo alla “morte dello Stato”. Questa non dipende dall’aver saputo trovare la metafisica verità che per uccidere lo Stato occorre… strozzarlo in fasce, ma da un progressivo accumularsi di condizioni reali della vita economica…
Questa diversità dei due sviluppi si inserisce in una concezione “storica”: la ostinata identificazione dei loro “errori” dà la prova dell’antistoricismo anarchico. Di cui rinunziamo a cercarne altre nell’articolo del Fabbri, che arriva ad assomigliarci ai riformisti perché diciamo che l’esistenza del capitalismo avanzato è la condizione della rivoluzione proletaria… Ma internazionalmente, internazionalmente, amico Fabbri! Internazionalmente. Inutile citare la Russia. Senza la importazione delle risorse tecniche dell’industrialismo occidentale, e anche senza i prestiti di miliardi degli Stati europei, la Russia del 1917 non avrebbe avuto quel proletariato che è oggi alla testa della rivoluzione: non della rivoluzione russa solo, ma, nella complessità delle influenze del divenire storico precipitato dalla guerra, della rivoluzione del proletariato mondiale, suscitato dagli sviluppi della società capitalistica.