Disfattismo
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I dibattiti del Consiglio confederale dopo la esposizione del segretario confederale Giuseppe Bianchi, si sono risolutamente impostati sulla esposizione che il compagno Tasca ha fatto del programma di azione sindacale sostenuto dal Partito comunista.
La discussione sulla relazione confederale, che viene a tratti a turbare questo indirizzo preso dal dibattito, è causa di incidenti e di contrasti ogni qual volta si accenna all’atteggiamento della Confederazione, alle organizzazioni locali, alle singole vertenze in corso.
La tattica dei funzionari socialdemocratici è di deviare la discussione da tutto ciò che può servire a precisare le loro responsabilità, tentando di smontare con una serie di sofismi il contenuto di reale efficacia delle proposte comuniste. Ma i nostri compagni non danno tregua alle falsificazioni dei confederalisti e li affrontano sul terreno delle vicende dei singoli movimenti degli ultimi giorni, hanno portato d’altra parte nella discussione tutto il contributo di argomenti che sorreggono la nostra tattica e ne dimostrano non solo la possibilità di applicazione reale, ma la inevitabilità per la salvezza della stessa organizzazione.
L’argomento dei riformisti è quanto mai meschino; ad essi farebbe molto comodo rispondere ai comunisti, da cui si vedono sistematicamente ed implacabilmente attaccati sul loro terreno, come essi non facessero altro che invocare un moto rivoluzionario, e dessero quindi prova di seguire la tattica dell’agire senza pensare alle ulteriori conseguenze. Ma i riformisti hanno da fare con altra preparazione e con ben altri metodi, ed i loro sforzi per dimostrare di essere i soli difensori sereni ed illuminati degli interessi proletari, falliscono miseramente in quanto che se una cosa emerge dal dibattito, per le masse, che da esso attendono un virile parola d’ordine, è che proprio i socialdemocratici dirigenti la Confederazione mancano di ogni coscienza della situazione e di ogni programma di azione (attraverso delle serie applicazioni nelle quali il proletariato la possa fronteggiare).
I nostri argomenti, riassunti nella mozione comunista presentata dal compagno Tasca con chiarezza ed efficacia, non solo contengono un giudizio completo ed esauriente dell’attuale situazione nei punti di partenza e di arrivo dell’offensiva padronale, non solo pongono in evidenza per la parte generica l’impotenza e il disfattismo della tattica propugnata dalla Confederazione, ma si completano mirabilmente nella parte positiva in cui si tratti la via dell’azione da intraprendere.
È facile dire: volete voi dunque lo sciopero generale immediato per la solidarietà coi lanieri, visto che tutte le altre vertenze sono risolte (secondo le menzognere vanterie degli organiz (…) con lo sciopero di trovare una soluzione radicale del problema dei salari oppure credete voi che quello sciopero che dovrebbe proclamarsi potrebbe segnare lo scatenamento del modo rivoluzionario?
Questo punto interrogativo non pone menomamente in imbarazzo i comunisti, ed è già superato dall’esposizione del loro programma.
Innanzitutto deve premettersi che le vertenze finora svoltesi non sono affatto state risolte dalla tattica confederale, ma invece sono state compromesse. Gli accordi di cui i confederalisti menano vanto, non sono che abili formule a cui tanto i padroni quanto i funzionari sindacali sanno bene che debbono credere solo gli ingenui lavoratori, i quali si vedono ogni giorno fatti oggetto di soprusi e di rappresaglie nelle officine, come nelle campagne, mentre l’organizzazione ha distrutto i mezzi con cui li poteva e li doveva difendere.
Si deve pure constatare come l’aver definito alla bell’e meglio alcune vertenze isolate voglia solo dire per i funzionari confederali aver creato un fatto compiuto che tende a rendere più difficile la tattica dell’azione generale, mirando a pregiudicare e ad influenza le decisioni del Consiglio nazionale.
Ma le vertenze in corso sono ancora tali da dare appiglio non ad uno sciopero di semplice solidarietà, impostato senza una precisa visione, ma all’opera di fusione di tutte le vertenze in un’azione comune a tutto il proletariato, da cui si deve attendere non il terno al lotto della rivoluzione immediata, ma il progressivo e concreto risultato della salvaguardia della organizzazione e della formazione di lotta del proletariato, dello schieramento nazionale di tutte le forze operaie sul terreno della lotta tra l’offensiva capitalista e la difesa proletaria: in una parola il progressivo destarsi della coscienza dei lavoratori.
Una lotta così ingaggiata non otterrà lo scopo di obbligare il capitalismo a funzionare in modo da dare ai produttori un trattamento appena tollerabile, ma deve risolversi, secondo quella che è la premessa di tutte le argomentazioni concrete dei comunisti, nell’urto definitivo per il superamento del regime capitalistico.
Proclamare, che si impiegherà l’arma dello sciopero generale di tutto il proletariato per arginare l’offensiva capitalistica, vuol dire porsi coscientemente su questa via di miglioramento della preparazione materiale e spirituale del proletariato alla lotta rivoluzionaria, mentre i fatti dimostrano con copia enorme di prove che il recedere da questa via, il tergiversare per non impegnarsi nella lotta, conduce inevitabilmente non solo al sabotaggio di tutta quella preparazione che i socialdemocratici apertamente dichiarano inutile, ma altresì alla demolizione del grado di capacità sindacale e politica faticosamente raggiunto dal proletariato, significa costringere il proletariato ad una illimitata soggezione alla prepotenza delle classi dominanti.
Non sono dunque di fronte soltanto due espedienti per risolvere le semplici vertenze economiche, ma due vie opposte tra cui deve scegliere la organizzazione proletaria.
Ma la situazione ha questo di suggestivo: che rende evidente come la via proposta dai comunisti non solo sbocchi nella realizzazione suprema rivoluzionaria, ma altresì collimi con l’esplicazione della necessità dei movimenti che la situazione contingente impone per la salvaguardia degli stessi interessi materiali ed immediati di tutti i lavoratori, mentre la tattica dei riformisti non conduce né all’uno né all’altro risultato, e merita quindi, in modo indiscutibile, la definizione infamante di «disfattismo», e non più solo disfattismo della preparazione rivoluzionaria, ma disfattismo altresì dei più modesti interessi proletari e dell’organizzazione sindacale, perché l’offensiva capitalistica lega le due cose indissolubilmente tra di loro.
Questa la figura, la linea della tattica comunista, che sempre più conquista le masse, mentre i capi sindacali, messi con le spalle al muro, e non più salvati dai loro espedienti sofistici, dalle loro mille menzogne, si riducono a doversi difendere con la vile arma della volgare pastetta. Ma anche contro questa arma i comunisti sanno bene qual mezzo adoperare. La dittatura dei controrivoluzionari sui sindacati ha i giorni contati.