Dopo il voto dato dai capi sindacali a Verona continua la lotta dei comunisti tra le masse
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Unità e lotta
VERONA, 8.
Nelle ultime battute del dibattito del Consiglio nazionale confederale è stato portato in efficace evidenza il suggestivo problema che la tattica comunista inquadra nella sua integrale applicazione: unità della organizzazione sindacale per il maggior successo dell’incalzante offensiva politica del Partito comunista contro le ignominie della socialdemocrazia.
I riformisti italiani, mobilitando, si può quasi dire in articulo mortis, i loro oratori di combattimento, cercano di sfuggire alla morsa delle argomentazioni comuniste, confutando la concretezza di applicazione di cui la proposta di azione generale è suscettibile, con l’equivoca disamina di un eventuale svolgimento da essi pensato e prospettato insidiosamente come funzione dell’organo confederale quale esso è oggi, inquadrato dal presente ingranaggio direttivo funzionaristico.
Dove ci condurrete – essi ostentano di chiedere – se vi ascolteremo, e proclameremo lo sciopero generale? Come si innesterà l’effetto di esso col conseguimento degli scopi che finora si è posta l’azione sindacale del proletariato nei periodi di graduali conquiste, come in quello oggi iniziato della difesa di esse?
Questo equivoco ragionamento è superato dalla esposizione stessa dello svolgimento tattico e dinamico che prenderebbe l’azione proletaria se le tesi comuniste venissero realizzate nell’azione delle grandi masse. E un caposaldo indissolubile di questo svolgimento sta nel rovesciamento della dittatura funzionaristica dei grandi e piccoli capi sindacali, che costituiscono, come i loro ruffiani discorsi di Verona intieramente rivelano, un’associazione per l’inganno e il tradimento del proletariato.
Non si tratta di proporre qualche cosa che il consesso deliberante di Verona possa nella sua totalità sposare come suo programma di azione, e che gli stessi mandarini che si succedono alla tribuna del Consiglio nazionale possano domani tradurre in atto alla testa delle masse, bensì proporre al proletariato intiero, seguendo fatalmente la spinta che dà ad esso l’influenza dell’attuale situazione economica, anche negli aspetti contingenti, un piano di azioni e di movimenti, di cui primo atto e prima condizione è la sconfitta dei capi riformisti e la rottura del loro apparecchio soffocante di controllo delle organizzazioni.
Se si parte dalla loro premessa, che, caso per caso, si devono stagnare le vertenze, per il fine inconfessato di tendere ad ogni costo ad evitare un urto generale violento del proletariato contro le istituzioni, poiché si crede che il processo in corso deve ricomporsi in una ricostituzione del meccanismo capitalistico di produzione, e se si pensa che solo l’apparecchio che ha sempre tradizionalmente operato in questo senso potrebbe essere l’organo dell’ulteriore azione, ci si trova certamente di fronte a una contraddizione; ma l’azione generale, culminante nello sciopero generale di tutto il proletariato, appare non solo logica, non solo possibile, ma presto o tardi inevitabile, se l’organizzazione non vuole partire, quando si parta, dalla dimostrazione che la soluzione dell’attuale crisi, entro i quadri del capitalismo, non è possibile se non a patto di prevedere un periodo di abiezione economica e morale per il proletariato.
Il dibattito che deve mettere alla prova il vigore dei due metodi: quello riformista e quello comunista, non deve dunque consistere che nell’esame delle prospettive a cui l’uno e l’altro conducono, saggiato al confronto della realtà attuale.
Decisiva è la dimostrazione comunista che il metodo confederale prepara ed incoraggia la disfatta e il dissolvimento dell’organizzazione sindacale, mentre non hanno nessun valore i sofismi dei bonzi in quanto chiedono a che cosa condurrà l’azione generale, e se vi sono altre vie che non siano o una vittoria pienamente traducibile in una serie di sconfitte pratiche di dettaglio, o la rivoluzione.
È nel piano comunista una serie di sviluppi che, mentre confermano la premessa per cui una soluzione «tecnica» della crisi noi non crediamo, e perseguiamo con tutte le nostre forze l’obiettivo finale politico rivoluzionario, lasciano scorgere un processo di allenamento delle masse alla lotta di cui il primo atto è appunto l’abbattimento del meccanismo di dominio disfattista dei capi attuali, a cui segue un periodo di impegno delle forze dell’organizzazione con ben altro respiro e ben altra efficacia.
Ma noi siamo per l’unità! Senza subbio e senza alcuna riserva, ed all’unanimità più un milione siamo disposti a sostenere qualunque lotta perché l’organizzazione sindacale non si scinda, anzi si unifichi su più vaste basi.
E questo caposaldo della tattica nostra non contraddice menomamente a tutta la nostra visione della lotta contemporanea contro la borghesia e contro i suoi complici socialdemocratici, poiché questa lotta non può essere condotta che in contatto con gli organismi che raggruppano le grandi masse ed in cui si esplicano i loro movimenti iniziali, determinati da moventi economici, che si deve impedire che il riformismo incanali per vie errate.
Ma né le blandizie dei bonzi – fatte mentre ci si froda indegnamente della legittima rappresentanza di masse ingenti di lavoratori che per il nostro metodo si sono pronunziate – e tanto meno le loro minacce, che mal celano la paura che hanno del nostro compatto movimento, ci indurranno a prospettarci la possibilità di una scissione dell’organizzazione sindacale, o a cedere di un millimetro nell’irruenza della nostra lotta contro quelli che riteniamo i nemici peggiori della causa proletaria. E quindi la dirittura e la efficienza reale dei nostri metodi sta nel fatto che essi devono affermarsi con gli effettivi dell’organizzazione e contro gli attuali stati maggiori delle organizzazioni stesse. La loro logica è la logica di un movimento di riscossa proletaria svolta finalmente senza la freccia di fianco della dirigenza dei D’Aragona.
È sollazzevole, dinanzi a questa implacabile potenza del nostro metodo, vedere i bonzi fabbricarsi il mito della rovescia dell’antica ideologia sindacalista, dello sciopero generale come panacea universale dei problemi proletari. Lo sciopero generale è per noi un mezzo, è un episodio di un complesso cammino, e noi persistiamo a gridare al proletariato che siamo ad uno svolto in cui bisogna affrontarlo, per attenderne non il miracolo, ma la affermazione che l’organizzazione è decisa a non lasciarsi uccidere dall’alleanza tra l’offensiva borghese ed il sabotaggio socialdemocratico, ma vuole cercare e trovare la nuova sua vita sulle aspre vie della controffensiva rivoluzionaria.
Ma una cosa si può aggiungere dopo avere assistito ai lavori del Convegno: nell’urto vivacissimo tra comunisti e riformisti non si sente più nessuno parlare del massimalismo, qualche qualche tempo fa era tanto chiassoso e che recentemente cantava vittoria nel Congresso di Milano.
In realtà i dirigenti di sinistra del Partito socialista hanno dimostrato di essere i migliori servitorelli della politica daragoniana, e bene fa l’Avanti! Odierno a proclamare «schiacciante vittoria della politica confederale».
Per quanto riguarda l’esito del voto, e le considerazioni già prospettate sulla sua attendibilità, si aggiungerà una documentazione completa di tutte le rappresentanze negate ai comunisti, alla quale provvederà il nostro Comitato sindacale, con tutti gli elementi che sono a sua disposizione, e con un apposito comunicato.
Si è già riunito il Comitato Centrale sindacale comunista, e l’Esecutivo sindacale d’accordo con l’Esecutivo del Partito darà subito le opportune disposizioni per l’ulteriore svolgimento della campagna dei comunisti che continua più decisa verso il trionfo del nostro programma.
Dopo che la burocrazia sindacale si è pronunziata, ora la parola è alle masse.
L’ultima giornata
La seduta si apre alle 9.30. Presiede Ghezzi, il quale comunica i nomi della Commissione che deve recarsi presso il Governo onde far presenti le condizioni in cui versano le organizzazioni nelle zone battute dal fascismo.
La Commissione, che è composta di Pescarolo, Morelli, Monicelli, Mazzoni, D’Aragona e Baldini, viene approvata, con l’astensione dei comunisti.
Ogliaro ripresenta l’ordine del giorno che, causa la stanchezza dell’assemblea, non poté essere svolto ieri sera, col quale si denunziano le manovre degli industriali lanieri, si impegnano le organizzazioni a dare la loro solidarietà finanziaria per le maestranze in lotta, e si delibera di lanciare un manifesto al paese per spiegare la situazione dell’agitazione.
Flecchia, per i comunisti, dichiara che, quantunque il metodo indicato dall’ordine del giorno sia insufficiente per assicurare la vittoria dei lanieri, i comunisti, che non lo votano, affermano la loro solidarietà con gli scioperanti e la loro disciplina.
L’ordine del giorno è approvato.
I rapporti internazionali
Si viene ora alla questione dei rapporti internazionali, ed il presidente dà la parola a Bianchi, per il Comitato direttivo confederale.
Milanesi, per i comunisti, chiede la parola per una pregiudiziale, e legge una dichiarazione con la quale il Consiglio nazionale dichiara che la decisione sull’adesione all’Internazionale sindacale è di competenza del Congresso e di conseguenza invita il Consiglio direttivo a convocarlo entro breve termine per dare modo a tutte le masse organizzate di pronunziarsi direttamente su così importante argomento.
D’Aragona dice che l’attuale Consiglio nazionale non è che un Congresso ridotto, e la facoltà di decidere anche in questa questione dei rapporti internazionali deve essergli riconosciuta perché con la modificazione dello statuto confederale si è attribuito al Consiglio nazionale un più ampio potere.
Richiama l’ordine del giorno approvato a Livorno, il quale poneva due pregiudiziali per l’adesione all’Internazionale dei Sindacati rossi: la prima, che il Partito socialista fosse ammesso nella terza Internazionale, la seconda, che una sola organizzazione nazionale fosse riconosciuta per l’Italia dall’Internazionale sindacale rossa. Siccome nessuna di queste due condizioni si è verificata, non si può dare l’adesione a Mosca.
Respinge quindi la pregiudiziale presentata da Milanesi.
Messa ai voti, la pregiudiziale Milanesi è respinta dai moretti confederali, tra cui brillano i pochi massimalisti serratiani.
Azimonti, che ha preso il posto del compare Bianchi inizia il suo discorso sui rapporti internazionali richiamandosi all’ordine del giorno di Livorno.
Dà chiarimenti sulla sua missione in Russia, e dice che la missione italiana pose al Congresso mondiale dei Sindacali rossi tre quesiti: 1. sulla opportunità di lavorare come opposizione in seno all’Internazionale di Amsterdam; 2. circa i rapporti col Partito socialista italiano; 3. una pregiudiziale contro i rapporti eventuali col Partito comunista conseguenti ai rapporti tra Internazionale sindacale e Internazionale comunista.
Losowsky dichiarò che per il secondo punto non vi erano difficoltà, ma poiché le risoluzioni del Congresso escludevano la tattica della permanenza ad Amsterdam, l’oratore dichiara che si rendeva impossibile l’adesione a Mosca della Confederazione italiana.
Dopo avere ripetuti i soliti argomenti contro Mosca, l’oratore conchiude dicendo che Mosca è un faro al quale deve costantemente rivolgersi lo sguardo.
Repossi. Voi volete spegnerlo, quel faro!
I bonzi applaudono Azimonti tra le proteste dei comunisti.
Bensi presenta la seguente dichiarazione della maggioranza sulla questione internazionale:
«Il Consiglio nazionale della Confederazione del lavoro, riunito a Verona discutendo sui rapporti internazionali, udita la relazione della Delegazione italiana al Congresso di Mosca; riafferma la propria solidarietà con la Rivoluzione russa.
Richiamandosi all’ordine del giorno approvato al Congresso di Livorno ed alla mozione della Direzione del Partito socialista italiano del 15 ottobre delibera la permanenza della Confederazione generale del lavoro all’Internazionale sindacale di Amsterdam, dove svolgerà la sua opera in coordinazione al patto di alleanza che essa ha col Partito socialista, che riconferma con tutta la solidarietà, e con l’intento di svolgere un’attiva azione propulsiva affinché l’Internazionale sindacale diventi sempre più una forza organica operante sul terreno classista internazionalista».
Milanesi dichiara che i comunisti per le ragioni esposte nella pregiudiziale, si asterranno dal voto.
La maggioranza approva la dichiarazione Bensi tra voci ironiche di: Viva Amsterdam! da parte dei comunisti.
Si passa quindi alla nomina di due membri del Consiglio direttivo confederale. Sono eletti i sottobonzi Bolzoni e Spazzolini.
Vegetti solleva la questione della Camera del lavoro di Marsala, dichiarata dalla Confederazione del lavoro fuori dei propri quadri.
D’Aragona dice che, per ragioni di opportunità, la Confederazione non riconobbe né la Camera del lavoro comunista né quella socialista.
Repossi nota che quanto ha detto D’Aragona è inesatto. A Marsala non esistono due Camere del lavoro, ma una sola, arbitrariamente espulsa dalla Confederazione.
Tra vivaci incidenti i moretti votano il provvedimento settario della Confederazione, dopo una breve discussione di altri oratori di una parte e dell’altra.
Cavarocchi prende quindi la parola per rispondere all’accusa lanciata ieri dal socialdemocratico Bruno contro i compagni di Trieste, che dichiara e dimostra infondata.
La lettera citata dal Bruno nelle sue pretese rivelazioni, non solo non è stata scritta, ma altresì non esiste a Trieste un vice segretario camerale, preteso autore di essa. (Viva impressione e commenti. I riformisti sono sconcertati).
Per le vittime politiche
Bianchi, richiamandosi alla questione sollevata dal compagno Vota presenta un ordine del giorno per le vittime politiche.
Vota vorrebbe che gli organizzatori si assumessero direttamente la responsabilità penale dei fatti avvenuti, specialmente nel periodo dell’occupazione delle fabbriche per disposizioni delle organizzazioni.
Buozzi pretende che ciò sia stato fatto.
Bianchi accetta la proposta Vota, ed include nel suo ordine del giorno un inciso col quale si dichiara che i dirigenti devono assumersi le responsabilità inerenti a quel movimento.
Repossi propone che nell’ordine del giorno sia anche sancito il criterio di costituire commissioni locali sindacali con componenti di tutte le tendenze politiche proletarie per l’assistenza materiale e giuridica alle vittime politiche.
Bensi grida: No, no! Non vogliamo fare entrare i comunisti dalla finestra, dopo averli cacciati dalla porta!
Urli: Cretino! Imbecille!
D’Aragona dice che la Confederazione non può in materia stabilire un criterio unico; essa può solo raccomandare che si cerchi di realizzare un lavoro concorde su tale terreno. Crede che trattandosi di vittime politiche dovrebbero essere i partiti politici ad occuparsene.
Questa ipocrita ed ambigua dichiarazione solleva vive proteste.
Replica ancora Repossi, e poi parlano Vota e Ferrero, ma infine la proposta Repossi è respinta, malgrado qualche socialista la condivida.
Voci: Da che parte sono i settari?!
Ecco la risoluzione per le vittime politiche:
«Il Consiglio nazionale della Confederazione generale del lavoro, rilevando ancora una volta che l’amnistia ha largheggiato nei riguardi dei reati comuni, è stata limitatissima nei cosiddetti reati politici, e molti compagni, in conseguenza di ciò, si trovano tuttora in carcere, in esilio, o soggetti a procedimento giudiziario; impegna il Consiglio direttivo ad accordarsi con la Direzione del Partito socialista e col Gruppo parlamentare socialista a favore di tutte le vittime politiche, per un’azione energica ed immediata, ed anche parlamentare, a favore di tutte le vittime politiche».
Flecchia raccomanda al Consiglio direttivo di pronunziarsi sulla inchiesta aperta in seguito al ricorso dei socialisti contro la Camera del lavoro di Vicenza, diretta dai comunisti. Fa presenti alcuni atti di indisciplina dei socialisti vicentini nelle organizzazioni, ed il pericolo che la Camera del lavoro debba essere costretta a prendere provvedimenti disciplinari a loro carico.
Azimonti dà assicurazioni.
Con ciò, alle ore 12.30 hanno termine i lavori e senza dimostrazioni l’aula si sfolla.
Nella giornata, dopo varie riunioni parziali i delegati lasceranno Verona.