Partito Comunista Internazionale

Il fronte unico

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Molti socialisti – dei quali una parte in buona fede – sono cascati dalle nuvole, quando hanno saputo che la III Internazionale lanciava la parola d’ordine a favore del fronte unico. Per essi la proposta della III Internazionale sarebbe in contraddizione con tutto quanto i Comunisti avrebbero finora sostenuto; implicherebbe il riconoscimento che le scissioni comuniste furono un errore, ed importerebbe l’abbandono della lotta contro le concezioni socialdemocratiche e contro Amsterdam.

Nulla di meno vero. La proposta che la Internazionale comunista ha oggi nuovamente avanzato per il fronte unico, potrà avere una ampiezza maggiore e contorni più precisi, ma in sostanza essa era già contenuta in tutto lo spirito delle deliberazioni, non soltanto del III Congresso tenutosi a Mosca nell’estate decorsa, ma anche del II, che precedette la nostra divisione di Livorno.

Il Partito comunista italiano, appunto perché si conserva fedele allo spirito della III Internazionale ha potuto fare del fronte unico una sua piattaforma, molti mesi prima che l’Esecutivo di Mosca riproponesse la questione su scala internazionale.

I Partiti comunisti e la III Internazionale infatti, si sono ispirati sempre a due criteri altrettanto inseparabili, quanto profondamente unitari:

1. l’unità vera della classe operaia non può essere raggiunta, se non attraverso la propaganda della dottrina comunista e l’esempio dell’azione comunista;

2. il Partito comunista deve perciò diventare un partito di masse.

Le scissioni comuniste non sono state che la premessa per ricostruire l’unità proletaria non più su basi puramente verbali ed illusorie, ma su basi realistiche. Senza la formazione in ogni paese, di un Partito comunista che, staccandosi dalle file del socialismo socialdemocratico, acquistasse in modo più evidente e più libero, una sua fisionomia ed una sua attività, sarebbe stato e sarebbe impossibile raggiungere una unità di ordine superiore. Ciò che sembra paradossale se si consideri un primo momento, il momento della divisione, od i momenti immediatamente successivi, diventa vero se si consideri invece un periodo di tempo sufficientemente lungo. In Italia ad esempio, quando per opera di Turati e di Lazzari sorse il Partito socialista, esso ruppe l’unità delle forze operaie quale era stata costituita dalla democrazia di Cavallotti e di Maffi attraverso specialmente al movimento delle «mutue». Vista in questo primo periodo, l’azione del Partito socialista si presentava come una azione che rompeva l’unità del fronte operaio. Tanto è vero che – per accennare al solo aspetto politico della questione – Cavallotti ed i suoi amici accusarono Lazzari e gli altri, di essere «venduti» ai moderati, cioè di spezzare l’unità della classe operaia a favore della destra. L’esperienza ha poi dimostrato che, solo attraverso quella scissione fu possibile ricostruire un fronte unico proletario molto più vasto, e sopra basi più adatte ai nuovi tempi. Se non si fosse fatta la propaganda socialista, se accanto alle mutue, non si fossero creati i nuovi organismi (leghe, federazioni, ecc.) più rispondenti alle necessità delle nuove lotte, moltissimi strati operai – che non avrebbero potuto essere sensibili alla propaganda e all’azione della democrazia cavallottiana – non avrebbero cercata una propria vita politica.

In Italia, come in tutto il resto del mondo, la scissione comunista è appunto il mezzo con cui preparare un fronte proletario più vasto ed omogeneo di quello di prima, ispirato a concezioni più moderne, e munito di armi che si sostituiscano, ma operino congiuntamente a quelle usate finora, e consentano anche ad esse di continuare a funzionare. Lo sciopero, ad esempio, può ancora servire. Ma nelle nuove condizioni storiche in cui viviamo, nessuno sciopero – tanto più se generale – può riuscire, se non venga fortemente presidiato da squadre che ne tutelino l’effettiva libertà contro le squadre avversarie miranti ad imporre col terrore la continuità del lavoro. Si potrebbe dunque dire che, rispetto al fronte unico proletario, il Partito comunista sta al socialista come quest’ultimo alla democrazia cavallottiana.

Che il Partito comunista debba essere l’organo politico per una maggiore unità proletaria, è esplicitamente detto nella tesi votata dal II Congresso della Internazionale comunista (luglio 1920), sui caratteri e gli scopi dei Partito comunisti. Vi si afferma tra l’altro:

«Il Partito comunista non può differire dalla grande massa dei lavoratori se non in questo: che esso considera la missione storica della classe operaia nel suo complesso e si sforza di difendere gli interessi, non già di qualche gruppo, ma di tutta la classe operaia».

Anche i socialisti in astratto dicono di sé la stessa cosa. Ma l’esperienza ha già dimostrato che essi non sono più capaci, nelle nuove condizioni storiche, di realizzare praticamente l’unità proletaria. Durante la occupazione delle fabbriche, essi si sono rifiutati di portare i lavoratori della campagna in aiuto di quelli della industria. E durante l’offensiva fascista, la quale – proprio per le ragioni previste dalla III Internazionale – doveva riuscire tanto più facile e grave nella campagna – essi non hanno saputo mobilizzare gli operai della industria in sollievo dei braccianti e dei contadini.

D’altra parte, che il Partito comunista debba rivolgersi costantemente alle masse e cercare di portarle sopra un fronte unico sempre più compatto e battagliero, era sostenuto egualmente in tutte le deliberazioni del II Congresso della III Internazionale. Basti ricordare che le tesi sull’azione sindacale lamentavano fra l’altro che i sindacati fossero troppe volte l’organizzazione di minoranze privilegiate, anziché delle grandi masse, sconsigliavano qualsiasi divisione nei sindacati, la quale non fosse giustificata da ragioni supreme; e finivano ricordando che gli operai comunisti dovevano lavorare per la creazione di un fronte sindacale unico in tutti i paesi.

Un esempio caratteristico di questa preoccupazione della III Internazionale si ebbe fra l’altro – parlo sempre del Congresso tenutosi a Mosca nel luglio 1920 – nella proposta di Lenin a favore della entrata del Partito Comunista inglese nel Labour Party. Tale proposta si basava in sostanza sul criterio del fronte unico. Poiché il Labour Party non costituisce un partito nel senso preciso della parola, ma una federazione di organizzazioni, la maggior parte delle quali non sono altri che sindacati, Lenin sostenne che i Comunisti inglesi dovessero, sotto certe condizioni, restarvi, appunto per essere più vicini alle grandi masse, ed attirarle a loro più facilmente.

Il direttore dell’Avanti! combatté allora una tale politica, e la denunziò alla profondità marxista dei socialisti italiani per dimostrare che la III Internazionale non era «abbastanza rivoluzionaria». Viceversa i dirigenti del Labour Party capirono così bene il giuoco ed il pericolo che si affrettarono a chiudere la porta in faccia ai comunisti.

La verità è una sola. Il fronte unico rappresenta una condizione che è utile allo sviluppo della propaganda e dell’azione comunista; perciò esso è sostenuto dai comunisti, ed ostacolato, più o meno apertamente, dai controrivoluzionari. In un paese come l’Italia, i socialisti serratiani possono oggi non combattere il fronte unico, ma i dirigenti confederali, che sono più apertamente a destra, lo sabotarono già apertamente a Verona, senza alcuna protesta da parte dell’Avanti! In Germania poi, dove la situazione è più matura, i maggioritari hanno respinta la proposta con tono di disprezzo.

In sintesi, poiché l’intransigenza assoluta è la negazione stessa della azione, poiché per lottare meglio contro qualcuno bisogna collaborare spesso con qualche altro, esiste anche una «collaborazione» comunista. La differenza è una sola: che i riformisti, anche nella situazione creata dalla guerra vogliono collaborare, per spontanea elezione, colla borghesia o con una parte di essa; mentre i comunisti se possono essere costretti, come in Russia, a subire un compromesso momentaneo anche colla borghesia, non accettano liberamente una collaborazione transitoria, se non con altre forze le quali militino nello stesso campo operaio.

Naturalmente anche la politica del fronte unico ha i suoi pericoli e può produrre le sue delusioni. Per ridurle al minimo occorrono tre condizioni: 1) che il Partito comunista, oltre al conservare la propria fisionomia resti in ogni caso libero di continuare a svolgere anche la propria azione specifica; 2) che la piattaforma dei transitori accordi riguardi questioni nelle quali i Partiti socialisti, anarchici, o semplicemente operai, possano portare con convinzione il proprio contributo, e quindi questioni per le quali il dissenso non esista, o sia minimo; 3) che la piattaforma stessa si riferisca ad una azione la quale non solo non sia in contrasto coi principii e la tattica comunista, ma sia anzi tale da favorirne, direttamente o indirettamente, l’ulteriore sviluppo.

ANTONIO GRAZIADEI