La tattica sindacale del P.C. d’Italia
Categorie: PCd'I, Union Question
Tesi presentate per la discussione al Secondo Congresso
I – La lotta proletaria e i Sindacati
1. – Il Comunismo, come nozione e come manifestazione storica più elementare e diffusa, non è che il movimento reale di ribellione dell’intiero popolo lavoratore, il quale lotta per liberarsi dall’oppressione economica e spirituale del regime capitalista e costruisce, alla stregua delle proprie esperienze dirette, gli organismi che si rivelano più idonei al raggiungimento di quei fini che lo stesso sviluppo della lotta generale a mano a mano determina. Il carattere originario ed essenziale di questo movimento è la negatività; essendo imposto e non proposto, esso non può manifestarsi immediatamente come l’attuazione organica di un preordinato piano di ricostruzione, ma solo invece come un vasto, molteplice e caotico pullulare di energie rozze e incomposte che spontaneamente tendono alla cieca distruzione e che solo lentamente e a strati successivi finiscono con l’inquadrarsi e col sistemarsi permanentemente. L’esistenza di una organizzazione mondiale capitalistica che unifica gerarchicamente i più disparati ambienti economici e le popolazioni che vi lavorano in condizioni diverse di sviluppo dei metodi tecnici di produzione, fa rientrare nella nozione e nelle manifestazioni del Comunismo tutte le diverse forme che la ribellione al regime capitalista assume nel periodo attuale: – la lotta del proletariato consapevolmente diretta alla conquista dell’autonomia industriale e del potere governativo nei paesi economicamente e politicamente più sviluppati; – la lotta delle classi contadine contro i grandi proprietari terrieri per il possesso del suolo e contro lo Stato accentratore e militarista che funziona nei loro confronti come un apparecchio di sfruttamento fiscale e come una divinità mai sazia di sangue; – la lotta dei popoli coloniali contro l’imperialismo delle metropoli. Ma tutto l’edificio mondiale dell’imperialismo poggia sulla grande industria; la lotta del proletariato per la conquista dell’autonomia industriale e del potere governativo diventa perciò storicamente il fulcro della lotta universale contro il capitalismo e l’elemento organizzativo e unificatore del comunismo. Le classi contadine e i popoli coloniali non sono in grado di attuare, coi soli mezzi propri, la loro particolare libertà; è necessario a tal fine che il proletariato elimini la borghesia dal governo dell’industria e dal governo degli Stati egemonici: d’altra parte, senza la solidarietà organizzata e sistematica delle classi contadine e dei popoli coloniali, il proletariato non può attuare permanentemente la sua missione liberatrice. La fase superiore del Comunismo, cioè della lotta universale contro l’oppressione e lo sfruttamento capitalistico, si realizza pertanto nell’esistenza dì una organizzazione mondiale che si proponga il compito di unificare e centralizzare gli sforzi rivoluzionari di tutte le forze sociali in lotta contro il regime capitalista, di una organizzazione mondiale che elabori gli elementi di solidarietà che si manifestano concretamente nel molteplice svolgimento della lotta generale e crei il terreno in cui questa solidarietà, in un momento dato, si attui in una azione rivoluzionaria simultanea. L’Internazionale Comunista è questa organizzazione mondiale.
2. – La lotta del proletariato per la conquista dell’autonomia industriale si è storicamente concretata nell’organizzazione dei Sindacati professionali.
Il Sindacato è la prima creazione originale del proletariato che ricerca i limiti della propria struttura di classe, sceglie nel suo stesso seno i suoi dirigenti, acquista i primi elementi di una propria amministrazione e di un proprio governo, e si propone di limitare e di controllare l’arbitrio e la strapotenza delle classi dominanti, gettando così i primi fondamenti della propria emancipazione e del proprio potere. Nel corso del suo sviluppo il movimento sindacale diventa la negazione più recisa della democrazia borghese.
Il processo di sviluppo del capitalismo è caratterizzato da due fatti essenziali: – una organizzazione e una concentrazione massima dei mezzi materiali di produzione e di scambio, ottenute specialmente attraverso il monopolio del credito e per contrapposto una massima disorganizzazione e polverizzazione del più importante strumento di produzione, la classe lavoratrice. L’istituzione politica in cui si riflettono questi caratteri del capitalismo è il Parlamento nazionale, organizzazione concreta della democrazia borghese. Perché questo regime funzioni normalmente, il popolo lavoratore dovrebbe riunirsi in corpo costituito solo nel brevissimo istante delle elezioni e immediatamente sciogliersi. La organizzazione permanente di grandi masse, anche se esse lottano per fini raggiungibili solo nel campo della produzione industriale, non può che determinare in ultima analisi la decomposizione degli ordini costituiti. Il solo fatto che le organizzazioni sindacali sorgano e si sviluppino è l’evidente dimostrazione che la democrazia borghese e il regime parlamentare sono guasti fin nelle radici; essi infatti sono sorti per garantire la libertà e le condizioni migliori di sviluppo della personalità umana che si afferma in funzione della proprietà di beni materiali, non della personalità umana che si afferma in funzione della proprietà di energia fisica da applicare alla produzione dei beni materiali. Per un certo momento rimane, così senza nessuna protezione da parte dello Stato, appunto per ciò che riguarda l’attività primordiali dell’esistenza, la maggioranza della popolazione: è naturale che essa cerchi di garantirsi con mezzi propri, che cioè essa crei il proprio Stato entro lo Stato.
3. – L’organizzazione sindacale, embrione di uno Stato operaio entro lo Stato borghese, può essere subita solo transitoriamente dal regime capitalista; essa infatti in determinate circostanze, può anche essere utile allo sviluppo dello stesso capitalismo. L’organizzazione sindacale non può però essere incorporata nel regime e diventare compartecipe del governo dello Stato. Può governare effettivamente lo Stato solo chi effettivamente controlla la fabbrica e l’azienda e in questo controllo trova le condizioni della propria indipendenza economica e della propria libertà spirituale. La partecipazione effettiva dei sindacati al governo dello Stato dovrebbe significare partecipazione effettiva della classe operaia al governo della fabbrica, ciò che normalmente è in assoluto contrasto con le necessità capitalistiche della disciplina industriale. Queste necessità determinano l’implacabile avversione del capitalismo contro il movimento sindacale e la sua incessante lotta per disgregarlo e polverizzarlo. L’invito rivolto ai sindacati perché direttamente partecipino al governo può quindi avere un solo significato: – l’assorbimento degli attuali dirigenti sindacali nel ceto governativo perché compiano nella società un ufficio simile a quello che il capo operaio compie nella gerarchia di fabbrica, perché assicurino cioè al capitalismo il consenso pacifico della classe operaia a un più intensificato sfruttamento. L’invito non sarebbe pertanto che la fase attuale di un fenomeno sempre verificatosi nella storia della classe operaia: al fine di disgregare l’organizzazione, il capitalismo non ha mai lasciato nulla di intentato per corrompere e assumere ai propri servigi gli elementi operai che attraverso l’attività sindacale si sono distinti per capacità e per intelligenza. Impedire che dal seno della massa operaia scaturisca un ceto dirigente autonomo, decapitare periodicamente la classe operaia, ricacciandola nell’indistinto e nel caos è un aspetto della lotta del capitalismo contro il proletariato.
II. Funzione e sviluppo dei sindacati
4. – Il fatto che l’organizzazione sindacale si presenta storicamente come l’antitesi e la negazione della democrazia borghese e del regime parlamentare ha determinato il sorgere di una ideologia – il sindacalismo – fondata su tutta una serie di previsioni sugli sviluppi del sindacato che la realtà storia si è già incaricata di dimostrare assolutamente arbitrarie e fallaci. Per la sua stessa origine e per i modi del suo sviluppo, l’organizzazione sindacale ha dei limiti che non possono essere superati organicamente, con una espansione automatica del movimento iniziale. Il Sindacato nasce e si sviluppa, non per una energia autonoma, ma come una reazione ai mali che lo sviluppo del sistema capitalistico determina ai danni della classe lavoratrice. L’organizzazione sindacale si muove parallelamente al moto dell’organizzazione capitalistica come un riflesso di questo moto; accanto al processo di monopolizzazione degli strumenti materiali di produzione e di scambio si svolge il processo di monopolizzazione della forza-lavoro. Si tratta però di un fenomeno che obbiettivamente non si differenzia dal fenomeno capitalista, e la realtà ha dimostrato quanto fosse assurda la previsione che, nella concorrenza, il monopolio della forza-lavoro avrebbe avuto il sopravvento e la pura resistenza corporativa avrebbe fatto crollare il potere industriale e quindi il potere politico dei capitalisti. La realtà storica ha dimostrato che se la pura resistenza corporativa può essere, anzi è di fatto, la più utile piattaforma per l’organizzazione delle più larghe masse, essa però, a un momento dato, e cioè quando così piace al capitalismo, che possiede nello Stato e nella guardia bianca un potentissimo strumento di coercizione industriale, può anche rivelarsi come un fantasma inconsistente. L’organizzazione sussiste, il proletariato non perde il suo spirito di classe, ma l’organizzazione e lo spirito di classe non si esprimono più nel Sindacato, che spesso viene disertato, si esprimono invece in una molteplicità di manifestazioni, intorno al Partito politico che la classe operaia riconosce come il suo Partito; la pura resistenza corporativa diventa pura resistenza politica.
Le previsioni di carattere tecnico fatte dai Sindacalisti sullo sviluppo del Sindacato anch’esse si sono dimostrate arbitrarie e fallaci. I quadri delle organizzazioni sindacali avrebbero dovuto, secondo queste previsioni, diventare i quadri industriali della società sindacalista, avrebbero dovuto dare la prova sperimentale della capacità della classe operaia a gestire direttamente l’apparecchio di produzione. Lo sviluppo normale dell’organizzazione sindacale provocò risultati completamente opposti a quelli previsti dal sindacalismo: gli operai, divenuti dirigenti sindacali perdettero completamente la vocazione laboriosa e lo spirito di classe e acquistarono tutti i caratteri del funzionario piccolo borghese, intellettualmente pigro, moralmente pervertito o facile al pervertimento. Quanto più il movimento sindacale si allargò, abbracciando grandi masse, tanto più dilagò il funzionarismo: l’impossibilità di convocare frequentemente le assemblee generali dei soci rese nullo il controllo delle masse sui capi; gli operai meglio retribuiti e che avevano altri redditi oltre il salario formarono un sindacato nel sindacato, sostenendo i dirigenti nell’opera loro di lento accaparramento dell’organizzazione ai fini di una parte politica che poi si rivelò essere nient’altro che la coalizione di tutti i funzionari sindacali stessi; essere organizzati significò per la maggioranza degli operai non già partecipare alla vita della propria comunità per esercitare e sviluppare le proprie doti intellettuali e morali, ma solamente pagare una quota-imposta per godere libertà formali, simili in tutto alle libertà che il cittadino gode nell’ambiente dello Stato parlamentare.
5. – Col formarsi di questa superstruttura burocratica, che funziona come partito politico, si chiude un intero periodo storico del movimento sindacale. La classe operaia, che in decine e decine di anni era riuscita a formarsi un ceto dirigente, viene decapitata per il passaggio di questo ceto nel campo della democrazia borghese: l’accentramento faticosamente raggiunto di tutte le energie rivoluzionarie espresse caoticamente dallo sviluppo del capitalismo, invece di essere uno strumento (e anzi il più importante strumento della rivoluzione sociale) diventa il fattore decisivo di una intima disgregazione e del più completo sfacelo della compagine classista. Questo fenomeno non è limitato alla classe operaia; esso si rivela come un fenomeno universale, proprio di tutte le classi oppresse, di tutto il movimento di ribellione popolare contro il regime capitalista; esso caratterizza il periodo di organizzazione e di sistemazione delle energie rivoluzionarie elementari. Alla burocrazia sindacale che nasce e si coalizza per proprio conto sul terreno del movimento sindacale operaio, corrisponde nel campo dei contadini la nascita e la rapida organizzazione dei Partiti popolari, corrisponde la nascita e la rapida organizzazione di tutta quella molteplicità di partiti e di gruppi politici piccolo-borghesi che hanno dato l’illusione di un rinnovamento dell’istituto parlamentare divenuto terreno di azione politica delle grandi masse e danno illusione della possibilità di una evoluzione legale e organica dal capitalismo al socialismo. In realtà però a questo sviluppo di gruppi collaborazionisti sul terreno del movimento rivoluzionario corrisponde una intensificata attività reazionaria del capitalismo contro le grandi masse: le masse, private della loro organizzazione centralizzata, sono ritornate a forme di lotta che parevano superate dalla storia, che parevano proprie delle prime origini del movimento rivoluzionario: questo ridiventa sotterraneo, ridiventa un pullulare incomposto e caotico di energie non inserite stabilmente in quadri vasti e comprensivi, senza una centralizzazione, senza una simultaneità di azione che non siano la centralizzazione e la simultaneità determinata naturalmente dalla centralizzazione e dalla simultaneità dell’azione offensiva del regime capitalista.
III. Il Partito Comunista e i sindacati
6. – Il Partito Comunista nasce nello stesso momento in cui sorgono dal seno delle grandi masse queste formazioni piccolo borghesi, disgregatrici, agenti secondo gli interessi del regime capitalista; esso si propone di ricostruire la coscienza unitaria e la capacità d’azione del movimento sindacale, inserendo i fini specifici del Sindacato professionale nel quadro delle necessità sociali create dall’attuale fase della storia mondiale. L’organizzazione di massa sta al Partito Comunista come, nello svolgimento storico tradizionale lo Stato sta al Governo: fine specifico del Partito Comunista è infatti quello di promuovere e favorire la nascita di un’organizzazione statale dall’attuale organizzazione di resistenza dei lavoratori e di affermarsi in essa come elemento preponderante di governo. La funzione del Partito nel campo sindacale, i rapporti tra Partito e Sindacato e i rapporti tra il Partito Comunista e gli altri Partiti che operano nel campo sindacale risultano da queste premesse.
7. – I rapporti tra il Partito Comunista e il movimento sindacale non possono essere definiti coi concetti tradizionali di uguaglianza tra i due organismi o di subordinazione dell’uno all’altro, ma solo con la nozione dei rapporti politici che intercorrono tra un corpo elettorale e il partito politico che ad esso propone una lista di candidati per l’amministrazione. Se la nozione è uguale, la pratica reale è però fondamentalmente diversa.
Il Partito Comunista ha una sua rappresentanza permanentemente costituita in seno al Sindacato e opera attraverso di essa, cioè con la massima competenza e la massima responsabilità. Non si tratta dunque di due organismi diversi, si tratta solo, come del resto è sempre avvenuto, di una parte dell’assemblea sindacale che fa delle proposte ed espone un programma al resto dell’assemblea stessa, la quale, evidentemente, è libera di accettare le proposte e il programma o di respingerli. Finora è avvenuto che nel movimento sindacale la dirigenza fosse disputata tra gruppi autonomi o debolmente legati a un Partito: è stata questa una delle principali ragioni delle corruzioni e dei tradimenti consumati dalla burocrazia sindacale. Certo non si pretende che i rapporti di stretta organizzazione e di severo controllo che il Partito Comunista instaura tra la sua compagine unitaria e i singoli gruppi sindacali comunisti escludano in modo assoluto il verificarsi di episodi di corruzione e di tradimento. Si può affermare però che essi diventeranno sempre più rari e si può affermare specialmente una cosa: l’impossibilità quasi assoluta che ancora si verifichi un fenomeno come quello del formarsi di una burocrazia sindacale coalizzata che in corpo passa alla borghesia. Questa sicurezza esiste tanto più in quanto il Partito Comunista è a sua volta strettamente controllato dall’Internazionale; l’applicazione integrale del programma proposto a un’assemblea sindacale dal gruppo comunista interessa dunque non solo l’assemblea stessa, ma la Sezione Comunista alla quale appartiene quel determinato gruppo, il Partito e l’Internazionale: gli organizzati che sulla base di quel programma vengono dall’assemblea eletti alle cariche dirigenti sono sottoposti a questo controllo molteplice, che ha indubbiamente un valore educativo e serve a moralizzare l’ambiente. Le obiezioni che vengono mosse dai riformisti e dai sindacalisti a questi rapporti che il Partito Comunista tende a creare tra la sua organizzazione e quella sindacale sono destituite di ogni fondamento.
Il Partito Comunista vuole che i suoi membri anche nel sindacato continuino a essere coerenti e disciplinati, vuole che un comunista divenuto dirigente sindacale rimanga in ogni circostanza fedele al programma per cui è stato eletto. In che cosa ciò arreca danno alle masse organizzate e al movimento sindacale?
8. – Questi rapporti assumono praticamente la forma di una rete organizzativa di gruppi che aderisce alla struttura organizzativa del movimento sindacale nel suo complesso. Ogni fabbrica o azienda, ogni sindacato per quanto piccolo, ha o dovrebbe avere il suo gruppo comunista: l’espansione e la popolarità del Partito Comunista sono proporzionate alla diffusione che i gruppi comunisti hanno in questi organismi e al prestigio che vi godono. Nella fabbrica il gruppo comunista volge la sua attività per la conquista della Commissione interna, se esiste, o lotta per farla nascere e riconoscere, se ancora non esiste: inoltre esso prepara in questo ambiente le assemblee sindacali, vi discute i metodi e la tattica dei riformisti, dei sindacalisti e degli anarchici, vi fa la propaganda per i Consigli e per il controllo sulla produzione, prendendo le mosse non dai principi generali, ma dalle esperienze concrete della fabbrica stessa che sono comuni a tutta la maestranza e da queste esperienze giungendo alla affermazione dei principi politici e del programma del Partito. I gruppi sindacali comunisti si riuniscono localmente e nazionalmente, formando dei Comitati per ogni Camera del lavoro e per ogni Federazione nazionale di mestiere o d’industria. Essi accettano il principio della disciplina democratica, cioè se minoranza si mostrano ossequienti ai deliberati della maggioranza, ma non accettano in nessun caso limitazioni alla propria libertà di propaganda e di critica scritta e orale. Se minoranza essi accettano cariche negli organismi deliberativi direttamente eletti dalle masse organizzate, non dagli organismi esecutivi, eletti in secondo grado, e nei quali non potrebbero entrare che per una benigna concessione o per un compromesso. Il complesso dei Comitali Sindacali è regolato e riceve le sue parole d’ordine dal Comitato Centrale Sindacale.
La rete dei gruppi e dei Comitati Sindacali deve essere considerata non come una istituzione provvisoria, rivolta unicamente alla conquista delle Centrali del movimento sindacale, ma come una istituzione permanente che avrà i suoi compiti e svolgerà una sua attività anche dopo l’avvento della dittatura proletaria.
IV. Il problema dell’unità sindacale in Italia
9. Il problema fondamentale che si pone al partito comunista è quello della unificazione dell’azione delle grandi masse. Questo problema è in Italia reso più difficile che in molti altri paesi dall’esistenza di una molteplicità di centrali sindacali. Il problema si presenta perciò in un primo tempo come quello della unificazione organizzativa del movimento sindacale operaio
Nella attuale situazione creata alla classe operaia e contadina dall’offensiva industriale contro gli orari ed i salari e dall’offensiva militare della guardia bianca, l’unità organizzativa del proletariato, essendo la condizione preliminare per un’azione simultanea d’insieme, rappresenta il solo strumento ancora capace di essere adoperato con successo nel campo della resistenza corporativa.
Nel 1919, per il prevalere assoluto del Partito socialista come guida delle lotte rivoluzionarie di massa, sarebbe bastata una lieve pressione per raggiungere l’unità organizzativa. Il successivo crollo delle speranze rivoluzionarie e il coalizzarsi fortemente della burocrazia sindacale hanno moltiplicato i tossici dissolventi della compagine proletaria. Ma se il problema è difficile, non perciò deve essere mai trascurato dal Partito comunista, il quale, proponendosi di trasferire nell’interno di una sola grande organizzazione le discussioni tra le varie tendenze politiche proletarie e cercando di convertire in lotta per la conquista della dirigenza di questa sola grande organizzazione l’attuale lotta per disgregarsi a vicenda che conducono in Italia le diverse centrali, si propone di creare la condizione prima per la nascita dello Stato operaio.
La lotta per la difesa di un determinato tenore di vita è il terreno più utile per l’unità organizzativa del proletariato industriale. La lotta contro la guardia bianca per la liberazione delle regioni martirizzate dal terrore fascista, è il terreno più utile per restaurare l’unità di interessi e di sentimenti tra operai e contadini che si era costituita nel 1919 e che è stata violentemente distrutta dalla reazione appunto perché una delle essenziali condizioni della Rivoluzione proletaria.
10. – La Confederazione Generale del Lavoro è, per il Partito Comunista, la base per l’unità organizzativa della classe operaia italiana. Per il suo stesso carattere attuale di organizzazione diretta in maggioranza dai riformisti, la Confederazione dimostra di aderire più strettamente alle esigenze elementari della classe oppressa: le altre organizzazioni (se si eccettua il Sindacato Ferrovieri), quantunque i loro leaders più chiassosamente insistano nelle affermazioni di carattere sindacalista e autonomista, effettivamente si avvicinano più alla natura del partito politico che del Sindacato professionale. Per far parte della Confederazione si domanda di dichiararsi fautori della lotta di classe, cioè di possedere unicamente i primi elementi della coscienza di classe: per far parte delle altre organizzazioni sindacali si domanda implicitamente l’accettazione di un determinato metodo che in ultima analisi si identifica in determinate persone. Ma la differenziazione dei metodi, nel campo sindacale, può avvenire solo in conseguenza delle esperienze reali che nascono dalla lotta e in quanto, nell’interno dei Sindacati, esistono avanguardie più coscienti che quei determinati metodi propugnano in vista di fini più generali e positivi che non siano quelli puramente corporativi. Appunto per questa ragione alla scissione socialista del Congresso di Livorno, non è seguita una scissione nella Confederazione. I comunisti hanno voluto segnare un punto di arresto nel tradizionale processo di formazione del movimento sindacale italiano per il quale ogni corrente ideologica proletaria si costituiva una propria organizzazione sindacale. I comunisti hanno preferito portare nell’interno della organizzazione la concorrenza e la polemica dei metodi e dei programmi, persuasi che per la stessa instabilità delle situazioni storiche, coi loro improvvisi alti e bassi, fosse necessario fondare la continuità della organizzazione sul minimo corporativo della semplice resistenza. Tutti gli oppositori dei metodi riformisti, in quanto da questi stessi metodi, non come programma universale, ma come compromesso tattico con la realtà storica contingente e con gli strati più arretrati della massa, non possono prescindere volta per volta, dovrebbero entrare nella Confederazione per equilibrare in un primo momento e battere in breccia successivamente, la burocrazia sindacale. Esistono in Italia, oltre all’Unione Sindacale, moltissime altre organizzazioni, sindacaliste, anarchiche, repubblicane, locali, regionali, con la tendenza a diventare nazionali, che si esauriscono in ristrette attività e che potrebbero invece più utilmente contribuire allo sviluppo unitario del proletariato italiano entrando nella Confederazione.
11. – L’attività dei comunisti per la unità di organizzazione sindacale del proletariato italiano, iniziatasi con l’appello lanciato a tutte le organizzazioni subito dopo la costituzione del partito comunista, deve svolgersi ugualmente, dall’interno e dall’esterno, con formazioni di gruppi o con la propaganda incessante, anche nelle altre organizzazioni parziali o autonome localmente. Recenti episodi hanno dimostrato che anche larghi strati delle organizzazioni bianche potrebbero essere direttamente sottratte al controllo del Partito popolare e incorporare nella Confederazione, i rapporti creatisi in Italia tra l’autorità pontificia e l’organizzazione di massa dei cattolici, porta necessariamente a un indebolimento dei legami gerarchici religiosi e alla fuoruscita di sempre più numerosi nuclei di lavoratori dalla zona di influenza dell’autorità ecclesiastica.
Notevoli mutamenti sono avvenuti nella psicologia delle masse cattoliche e si avvicina il momento di un loro ingresso nel campo della lotta di classe dichiarata e aperta.
Recentemente sono stati compiuti dalla Internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, passi per la unificazione dei tre principali organismi sindacali italiani: la Confederazione, la Unione Sindacale, il Sindacato Ferrovieri.
Il Partito Comunista ha vivamente assecondati questi passi, interrotti in seguito al contegno più o meno ostruzionistico dei dirigenti dei detti organismi, e si augura che la I.S.R. riprenda la sua iniziativa.
Il partito comunista dimostra di essere il vero e più sincero fautore della unità sindacale in quanto elimina dal canto suo, ogni difficoltà, riserva e condizione sul procedimento e sui risultati della unificazione. Esso non domanda di essere rappresentato nelle trattative, non si pronunzia sul procedimento di queste, per facilitare che si trovi una via accettabile da tutti i sindacati interessati (sia essa quella del congresso costituente unico, dei tre congressi contemporanei nella stessa città, o di una conferenza tra delegazioni delle tre organizzazioni). Il partito impegna i suoi aderenti a rispettare i pronunziati della maggioranza del nuovo organismo sindacale unico, sia che essi riconoscano una alleanza con altro partito o che escludano ogni rapporto con partiti politici, sia che contengano l’adesione ad Amsterdam, sia che respingano la tattica di lotta anticapitalistica sostenuta dal partito comunista attualmente.
Il partito comunista non vuole conseguire questi risultati come piattaforma delle trattative di unificazione, ma si riserva e si tiene sicuro di raggiungerli con la sua aperta e indipendente azione nel seno del nuovo organismo sindacale unificato con l’impiego dei suoi metodi di organizzazione dei gruppi sindacali comunisti e della loro rete di collegamenti.
V. I rapporti internazionali dei sindacati italiani
12. – Al problema dell’unità organizzativa del proletariato è strettamente legato il problema dell’adesione all’internazionale dei Sindacati Rossi e del distacco dal segretariato di Amsterdam.
La classe operaia è favorevole genericamente al distacco da Amsterdam e all’adesione a Mosca. Le ragioni contro questo indirizzo portate dai riformisti e dai sindacalisti, non fanno presa sulle masse, che sono impotenti a imporre la loro volontà per le stesse ragioni per cui sono impotenti a imporla in tutti gli altri campi dell’attività sindacale. Di questa volontà, genericamente diffusa, è una prova il fatto stesso che la burocrazia sindacale afferma continuamente di essere anch’essa favorevole a Mosca e di rimanere aderente ad Amsterdam solo per una serie di ragioni pratiche contingenti e … per far aderire tutta l’internazionale di Amsterdam all’organizzazione di Mosca.
13. – Tra le ragioni pratiche, che più volentieri e spesso i funzionari riformisti accampano è quella della tutela dei lavoratori italiani che emigrano all’estero, nei paesi dove il movimento sindacale aderisce ancora ad Amsterdam. Questa ragione è completamente infondata. Uno degli aspetti più caratteristici dell’attuale crisi del regime capitalista è appunto questo: la sua simultaneità in tutti i paesi del mondo.
Nei periodi precedenti all’attuale, di sviluppo e di consolidamento del capitalismo le crisi economiche erano limitate nel tempo e nello spazio: non si era neppure mai verificato nell’ambito di una stessa nazione contemporaneamente una crisi di tutte le industrie. Allora le correnti emigratorie rappresentavano un fenomeno di salute del regime capitalistico, poiché permettevano l’impiego a basso prezzo dei lavoratori di un paese in crisi nell’industria di un altro paese che non poteva svilupparsi per le sue deficienze demografiche e la messa in valore di ricchezze ancora inesplorate senza troppi rischi per i capitali che a questa messa in valore venivano dedicati.
Oggi la crisi è simultanea in tutti i paesi dell’Europa; dovunque infierisce la disoccupazione e la mano d’opera si offre a prezzi bassissimi. Le correnti emigratorie sono completamente o quasi interrotte. Cosa significa in questo caso la tutela dell’emigrazione? Da questa situazione anzi dovrebbe scaturire la volontà precisa di affrettare l’avvento della rivoluzione mondiale e di un governo internazionale proletario che attuando un piano unificato di distribuzione delle materie prime e delle forze produttive rimedi nel limite del possibile alla dispersione ed alla svalorizzazione delle forze produttive provocate dal crollo del sistema capitalistico, e dalla disoccupazione che di questo crollo è la diretta conseguenza. Le ragioni addotte dai riformisti per mantenere l’adesione ad Amsterdam, sono pertanto quelle che dovrebbero invece determinare l’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi, la quale appunto organizza le grandi masse per condurre sul terreno della rivoluzione mondiale e della ristaurazione di un potere industriale che abbracci e riordini i mezzi di produzione o le forze di lavoro di tutti i paesi del mondo. Se anche in qualche circostanza o per qualche industria, come per esempio quella edile, sussiste la necessità di una tutela dell’emigrazione, questa potrà essere ottenuta anche senza l’adesione ad Amsterdam. I sindacati dei paesi dove si dirige l’immigrazione italiana hanno essi per primi tutto l’interesse a che l’impiego della mano d’opera italiana sia regolato in modo da non peggiorare la situazione dei loro organizzati. I problemi che nascono da questo ordine di fatti possono benissimo essere risolti con degli accordi intersindacali anche se i rispettivi sindacati appartengano a diverse organizzazioni internazionali.
14. – Le ragioni avanzate dai sindacalisti contro l’adesione a Mosca sono simili a quelle che essi avanzano contro l’attività organizzata che il partito comunista svolge nel movimento sindacale.
L’internazionale comunista sta infatti all’internazionale dei sindacati rossi negli stessi rapporti in cui il partito comunista si trova nei confronti dell’organizzazione sindacale nazionale. È strano ad ogni modo che i dirigenti dell’Unione Sindacale, i quali avevano fatto aderire la loro organizzazione all’internazionale comunista, cioè all’internazionale dei partiti politici, rifiutino oggi di aderire all’internazionale politica. Si tratta evidentemente in questo caso non di autonomia sindacale, ma di autonomia del cervello di qualche uomo da ogni ragionevolezza e da ogni norma di onesto pensiero.
VI. La lotta contro l’offensiva borghese in Italia
15. – L’offensiva padronale che si è scatenata in Italia verso la fine del 1920 colla denunzia dei concordati e colle violenze fasciste è la conferma della previsione comunista che quando l’azione del proletariato minaccia col suo sviluppo le basi del privilegio della classe dominante, questa intraprende senza esitazione la difesa ad ogni costo della propria esistenza, del proprio dominio. Si inizia in tal modo un periodo di inevitabile guerra civile, nella quale ha il sopravvento la classe che meglio e più rapidamente riesce a rendersi conto della reale situazione ed appresta quindi i mezzi adeguati a superarla. Gli avvenimenti svoltisi in Italia dopo il settembre 1920 non hanno nulla d’inatteso o di eccezionale: essi sono stati preparati da tutto il periodo precedente, sicché non gli eventi hanno tradito le masse, ma piuttosto queste, e per esse il partito politico, son mancate agli eventi. Conquistate le otto ore di lavoro, portati i salari al limite necessario per dare alla classe lavoratrice un tenore di vita più umano; creato nell’officina uno stato di forza degli operai nei confronti coll’industriale, nelle campagne, realizzata una limitazione sempre maggiore del potere arbitrario del padrone, l’enorme macchina dell’organizzazione sindacale, costretta a muoversi anche per l’inerzia della sua stessa mole, doveva fatalmente intaccare alcuni elementi del privilegio padronale, scrollare le stesse basi del diritto di proprietà.
Dal terreno della resistenza a quello della conquista: era la formula ripetuta da tutti e diventata quasi un luogo comune, senza che la grande maggioranza, senza che sopratutto il partito politico della classe lavoratrice, nella sua quasi totalità, si fossero resi conto che tale spostamento non poteva avvenire senza che la borghesia mutasse essa pure radicalmente i metodi di lotta, senza che essa seguisse il proletariato nella nuova fase dell’azione e anzi, più omogenea e più consapevole, in un certo senso lo prevenisse e giungesse a muoversi liberamente e sicuramente sul nuovo terreno. Alla lotta violenta e senza quartiere la borghesia non aveva bisogno di apprestare mezzi interamente nuovi e di crearsi (dal niente) un apparato di difesa; essa aveva a sua disposizione il potere dello Stato, colla sua forza armata, con tutte le forme del potere esecutivo (esercito, polizia, magistratura). L’organizzarsi delle bande bianche non ha rappresentato che una divisione del lavoro tra i diversi gruppi della borghesia; ha risposto alle esigenze di creare dei corpi di truppa leggera, facilmente spostabile, accanto alle formazioni «ufficiali» più pesanti, corpi però di un unico esercito, moventesi con un unico intento e secondo un piano comune.
16. – Industriali ed agrari hanno denunziato i concordati e mosso le squadre fasciste d’azione contro gli operai ed i contadini senza indugiarsi attorno a questa o quella conquista operaia in modo particolare. Benché le questioni del ribasso dei salari nell’industria, dell’aumento oltre le otto ore di lavoro nell’agricoltura siano state dibattute con altre questioni, esse non sono state prese a base di un’azione metodica limitatamente ad esse da parte dei padroni. Costoro hanno ben capito che le singole conquiste erano senza importanza notevole considerate separatamente; che non era il caso di muovere la lotta su questo o quel punto del contratto di lavoro, ma che bisognava mirare all’organizzazione stessa, alla capacità combattiva, allo spirito di lotta della classe lavoratrice. Una volta distrutta o resa impotente l’organizzazione, tutti i punti del fronte sindacale non avrebbero più offerto nessuna seria resistenza. Un solo punto richiamò l’attenzione particolare degli industriali, quello della formazione dei Consigli di fabbrica, e l’azione dell’aprile 1920 ebbe a Torino da parte degli industriali il preciso obiettivo d’impedire il consolidarsi del «potere» operaio nell’interno delle fabbriche. Ciò appunto perché in tal problema non era in giuoco l’una o l’altra rivendicazione sindacale ma il formarsi di una «posizione di forza» degli operai nelle fabbriche da cui scaturivano le più gravi conseguenze per la tranquillità del dominio padronale.
In genere la borghesia si propose di gettare lo scoramento nella classe lavoratrice, di evitare che essa potesse galvanizzare la sua volontà di resistenza attorno a una parola d’ordine precisa e comune, di separare gruppi e categorie, isolare i combattenti, d’impedire il funzionamento dell’organizzazione come mobilitazione permanente di tutte le forze proletarie. Fu quindi evitata una lotta generale su una questione interessante tutte le categorie, furono invece denunziati separatamente e successivamente i concordati delle singole categorie, senza dimostrare una gran fretta di discutere, ostentando anzi una certa indifferenza di fronte alle pressioni delle organizzazioni operaie per prendere contatto e misurarsi.
La crisi economica che si abbatteva in Italia sia per le conseguenze dirette della guerra che come ripercussione della crisi dei paesi capitalistici maggiori, mentre aveva in casi determinati gravi conseguenze per molte industrie, rafforzava la posizione degli industriali nei confronti degli operai. Gli industriali hanno saputo agire in modo che gli effetti della crisi agissero come elemento dissolvitore della classe operaia, nelle sue condizioni di unità spirituale e materiale. Gli operai si trovarono sospesa sul capo la condanna capitale della fame spietata, l’agonia demoralizzante, sfibrante della incertezza totale dell’avvenire e la certa desolazione del presente, ciò mentre l’industriale poteva conservare intera la sua libertà di movimento e poteva adoperarsi per accaparrare posizioni più sicure e svincolarsi così dal passivo delle lotte recenti, chiusesi con risultati per lui disastrosi.
17. – L’attitudine dei comunisti in ordine al problema della lotta contro l’offensiva padronale fu impostata sulla lettera che il Comitato Sindacale comunista diresse nell’agosto 1921 a tutti i grandi organismi sindacali italiani per proclamare la necessità di una azione generale di riscossa e di difesa proletaria.
Appunto perché industriali ed agrari miravano a scompaginare l’intero sistema difensivo dei sindacati, annullare le possibilità materiali del loro funzionamento, perché ciò li metteva in grado di dettare agli operai ed ai contadini qualsiasi patto, bisognava reagire energicamente contro il polverizzamento dell’azione, contro il panico che distacca i singoli gruppi gli uni dagli altri e li rende facile preda del padrone che si muove perfettamente al sicuro.
Per costituire il «fronte unico» dei lavoratori i comunisti non credono che sia sufficiente l’appello ai sentimenti di solidarietà di classe, né un’azione generica di propaganda che tenda a far presente ai lavoratori interessati i pericoli che li minacciano. Ciò, benché necessario, resterebbe senza efficacia se, in relazione alla concezione marxista della lotta di classe, non si partisse da stimoli concreti, da interessi immediati atti a muovere un’azione di massa, a raccogliere tutti i lavoratori sul terreno spontaneo della loro diretta e quasi materiale opposizione al padronato.
L’appello del Comitato Sindacale comunista formulava perciò una serie di rivendicazioni, che la mozione sostenuta poi dai comunisti al Consiglio nazionale della Confederazione generale del Lavoro a Verona precisava e presentava come il programma atto a dare una base concreta alla unità proletaria. Come questo programma di rivendicazione si ricolleghi e alla valutazione comunista della crisi economica, e alla impostazione di una grande battaglia rivoluzionaria delle masse, è prospettato dal testo della mozione.
18. – La proposta comunista, battuta a Verona, non ha potuto realizzare la sola condizione di successo che la classe lavoratrice avesse ed abbia davanti a sé. Ciò naturalmente non ha eliminato l’attività sindacale, perché le singole categorie e le loro organizzazioni tentano, là dove è possibile, di difendersi e di non lasciarsi schiacciare. I comunisti che fanno parte dei sindacati hanno il preciso dovere di prendere parte attiva anche alle azioni di carattere particolare; e anche là dove essi hanno la direzione dell’organizzazione non possono spesso evitare di accettare la lotta e in certi casi anche di imporla, pur essendo certi dei limiti che sono posti alla loro azione dalla mancata realizzazione del «fronte unico». In questi casi il loro dovere è semplicemente quello di prodigarsi perché anche i movimenti particolari si concludano col miglior risultato possibile, avendo sempre cura, senza con ciò esimersi dall’impegnarsi pure seriamente nella lotta, di illustrare la necessità che un’azione di carattere generale restituisca alle organizzazioni le condizioni fondamentali del loro funzionamento.
VII. Postulati immediati di azione sindacale del Partito Comunista
19. – In ordine a quanto è sopra detto per i tre problemi fondamentali: unificazione dei sindacati italiani, rapporti internazionali, azione proletaria contro l’offensiva padronale, ecco quali sono i capisaldi della attitudine dei comunisti nei più importanti organismi sindacali del proletariato italiano.
Nella Confederazione del lavoro la minoranza sindacale comunista sostiene: l’adesione alla Internazionale dei sindacati rossi di Mosca, in seguito all’esame del problema da parte di un regolare congresso nazionale, rifiutando di riconoscere il deliberato in senso opposto preso dal Consiglio nazionale a Verona – la collaborazione coi passi della Internazionale Sindacale Rossa per la unificazione con la Confederazione della Unione Sindacale e del Sindacato Ferrovieri – l’accettazione della proposta per il fronte unico proletario contro l’offensiva borghese.
Nel Sindacato ferrovieri la minoranza comunista, che fa capo al Comitato comunista ferroviario e condusse la lotta nell’ultimo congresso nazionale, propone: adesione a Mosca attraverso la consultazione del congresso nazionale deliberato dal congresso precedente sostenendo illegale la decisione del Consiglio generale contro la convocazione del congresso e per la autonomia internazionale – unificazione con la Confederazione del lavoro e gli altri organismi proletari sulla base della iniziativa della Internazionale Sindacale Rossa – adesione al fronte unico contro l’offensiva padronale.
Nella Unione Sindacale non vi è una minoranza comunista organizzata e il partito comunista si considera in una posizione di attesa fino al prossimo congresso della U.S.I. pure affermando i due concetti di massima: che non vi è incompatibilità per i comunisti a militare in qualunque organismo sindacale che anche limitatamente a date località e categorie accolga notevole parte di lavoratori e che ovunque devono sorgere i gruppi comunisti sindacali colla loro rete di collegamenti. L’azione dei comunisti nella U.S.I. dipenderà dalla decisione del congresso sulla adesione a Mosca e sulla quistione della unità sindacale in Italia e sarà coordinata a quella della U.S.I. Fino ad oggi il Partito comunista ha invitato i suoi militanti ad astenersi dall’adoperarsi nel senso del passaggio di date organizzazioni dalla U.S.I. alla Confederazione frammentariamente, attitudine che potrà essere modificata se l’U.S.I. si distaccherà da Mosca. Dinanzi ad una Unione Sindacale aderente a Mosca il P.C.I. agirebbe invece nel senso di esigere dalla I.S.R. che si effettui la unificazione colla C.G.L. ed in ogni caso appoggerebbe questa campagna nel seno della Unione Sindacale con una più diretta azione di propaganda e di organizzazione di una minoranza favorevole alle direttive sindacali comuniste che tendesse a condurre tutta la U.S.I. su tale terreno.
VIII. Il problema della struttura sindacale
20. – Per mantenere e perpetuare le sue posizioni di predominio la burocrazia sindacale riformista incessantemente cerca di modificare la struttura confederale in modo da rendere sempre più debole il controllo della massa organizzata sugli uffici dirigenti. I comunisti in quanto credono che un’organizzazione operaia sia tanto più vigorosa e abbia tanta più capacità di sviluppo rivoluzionario quanto più le grandi masse partecipano alla amministrazione e al governo, vogliono invece che la struttura confederale sia semplificata e che essa si avvicini alla vita locale intensa della classe operaia; per i comunisti il potere della burocrazia sindacale deve essere ridotto al minimo e invece deve essere massimamente valorizzata la volontà immediata delle masse. La quistione dell’unità organizzativa della classe operaia italiana è strettamente legata a questo problema di una maggiore democrazia nell’organizzazione; quanto più i comunisti lotteranno in questo senso tanto più essi faciliteranno l’avvento dell’unità, e avranno una rispondenza nelle masse sindacaliste che oggi sono fuori della Confederazione.
21. – La struttura della Confederazione generale del lavoro deve corrispondere in modo adeguato alle esigenze dell’azione e anche ai precedenti storici che sono parte ancor viva della tradizione sindacale italiana. Tale corrispondenza tra struttura e necessità dell’azione manca completamente sia al vecchio schema confederale che alle nuove proposte di modifiche statutarie ventilate a Livorno e poi passate quasi alla chetichella in un convegno successivo. Per difendersi dagli appunti di mancato interessamento a determinate vertenze, la Confederazione ha affermato che fra i suoi scopi: «non vi è e non vi può essere anche quello di assumere le responsabilità dei movimenti iniziati e diretti dagli organismi ad essa aderenti. Essa dovrebbe intervenire soltanto nei movimenti più gravi e semplicemente come collaboratrice e non come responsabile». (Relazione al Congresso di Livorno sulle modifiche statutarie, pag. 7).
Circa la struttura invece si afferma che «la Confederazione non può seguire tutti i movimenti locali senza avere localmente organi propri. Bisogna tendere alla creazione di questi» e ciò «trasformando le Camere del lavoro in sezioni della Confederazione», in «succursali confederali dipendenti dalla centrale» (pag. 3).
C’è qui contraddizione evidente tra l’accentramento burocratico della struttura e la riconosciuta necessità del decentramento dell’azione, e i comunisti si devono opporre con tutte le forze loro a che le capacità di lotta degli organi locali siano recise alle radici di un accentramento, ripetiamo, di tipo burocratico. Le Camere del lavoro devono conservare integre le proprie attuali funzioni, e la relativa autonomia necessaria a far fronte alle esigenze della lotta locale. Il problema di armonizzare la necessaria autonomia col collegamento e colla disciplina ugualmente necessari non si risolve con un combinamento di ordine burocratico, ma col proporsi un programma comprendente punti d’interesse immediato e generale per la classe lavoratrice che ispiri in modo uniforme l’azione in tutti i centri proletari.
IX. Il problema del controllo operaio
22. – L’attività specifica del movimento sindacale si attua nel campo della produzione colla conquista dell’autonomia industriale da parte dei lavoratori. Nella fabbrica si verifica oggi questa divisione gerarchica delle classi: alla base sta la classe operaia la quale ha un compito puramente esecutivo. In alto sta la classe capitalista la quale organizza la produzione secondo dei piani nazionali ed internazionali che corrispondono ai suoi interessi più ristretti, in mezzo sta la classe piccolo borghese dei tecnici e degli specialisti i quali trasmettono alla classe lavoratrice gli ordini di produzione che sono dipendenti dai piani generali e controllano anche se i lavoratori eseguono con precisione e al minimo prezzo di costo. I rapporti di organizzazione di questa gerarchia industriale sono fondati sul terrore.
Attuare la propria autonomia significa per la classe operaia rovesciare questa scala gerarchica, eliminare dal campo industriale la figura del proprietario capitalista, e produrre secondo piani di lavoro che siano stabiliti non dall’organizzazione monopolistica della proprietà privata, ma da un potere industriale mondiale della classe operaia.
Per raggiungere l’autonomia nel campo industriale la classe operaia deve superare i limiti dell’organizzazione sindacale e creare un tipo nuovo di organizzazione, a base rappresentativa e non più burocratica che abbracci tutta la classe operaia, anche quella che non aderisce all’organizzazione sindacale. Il sistema dei Consigli di fabbrica è l’espressione storica concreta della aspirazione del proletariato alla propria autonomia. La lotta in questo campo si verifica secondo alcune fasi che logicamente, anche se non sempre cronologicamente, si susseguono: 1. lotta per l’organizzazione e per il funzionamento dei Consigli; 2. lotta per l’organizzazione centralizzata dei Consigli di un determinato ramo industriale e di tutte le industrie fra di loro; 3. lotta per il controllo nazionale dell’intera attività produttiva. Nel primo momento la lotta si verifica fabbrica per fabbrica per fini immediati, facilmente comprensibili all’intera maestranza, cioè controllo sugli orari e sui salari stabiliti dai concordati in un modo più rigido e sistematico di quanto non possa fare il sindacato, controllo della disciplina di fabbrica e degli agenti che il capitalismo propone alla disciplina stessa, controllo sull’assunzione e licenziamenti della mano d’opera. Nel secondo momento si entra nel vero e proprio campo del controllo sulla produzione la quale tende a regolare la distribuzione delle materie prime disponibili, tra le fabbriche di uno stesso ramo industriale e tende a sopprimere le aziende parassitarie salvaguardando gl’interessi vitali della classe operaia.
Nella terza fase la classe operaia chiama alla lotta anche le altre classi sfruttate della popolazione, dimostrando praticamente di essere l’unica forza sociale capace di infrenare i malefici che il capitalismo determina nel periodo del suo sfacelo. La prima fase di questa lotta si è già verificata in tutti i paesi capitalistici e ha lasciato un residuo stabile nel riconoscimento da parte degli industriali dei piccoli Comitati di fabbrica o Commissioni interne che integrano l’azione sindacale. Le condizioni per l’affermazione dell’attività indicata nel terzo punto si sono verificate recentemente in Italia per il crollo della Banca di Sconto, e continueranno a verificarsi per la precaria condizione di tutti gli altri istituti di credito industriale.
Praticamente la classe operaia può dimostrare alla maggioranza della popolazione che viene colpita dallo sfacelo delle banche come l’attuale situazione di irresponsabilità del capitale possa essere sanata solo dal controllo sulle aziende industriali nelle quali le banche investono i risparmi loro affidati dai lavoratori. Il Partito comunista deve, attraverso i suoi gruppi di azienda, incessantemente svolgere un’opera rivolta a sviluppare dalle Commissioni interne i Consigli di fabbrica e a sistemare i Consigli in una rete che sia come il rilievo dell’attività industriale capitalistica.
23. – AI programma del controllo operaio i riformisti contrappongono un fantasma di controllo che si dovrebbe più esattamente chiamare una inchiesta permanente sulla industria condotta da Commissioni paritetiche di funzionari sindacali e di rappresentanti della classe capitalistica. All’organizzazione dei Consigli di fabbrica che diventano la base dei sindacati e delle federazioni d’industrie, e unificano le varie categorie di produttori (operai, manovali, tecnici ed impiegati) i riformisti contrappongono sindacati e federazioni che essi chiamano d’industria, ma che sono il semplice risultato di un amalgama dei vari uffici dei sindacati di queste varie categorie.
La lotta per il controllo rappresenta per i comunisti il terreno specifico in cui la classe operaia s’impone a capo delle altre classi oppresse della popolazione e riesce ad ottenerne il consenso per la propria dittatura. Lottando per il controllo la classe operaia lotta per arginare lo sfacelo dell’apparecchio industriale capitalistico, cioè per assicurare la soddisfazione delle esigenze elementari delle grandi masse e quindi le condizioni di vita della civiltà.
Sulla base del controllo il Partito comunista stabilisce i primi elementi reali del suo programma economico di governo i cui punti principali sono:
1. riorganizzazione delle forze produttive umane le quali sono il primo e più importante strumento di produzione;
2. autonomia industriale dei produttori che deve avere il fine immediato di far cessare gli scioperi e le agitazioni che oggi impediscono il rendimento normale delle aziende.
3. impedire lo sperpero delle capacità tecniche professionali determinate dalla disoccupazione;
4. sostituzione del materiale invecchiato e logoro dell’apparecchio industriale borghese e introduzione dei più moderni metodi di lavorazione che oggi trovano ostile la classe operaia in quanto sono specialmente rivolti a spogliarla delle sue capacità professionali.
Il Partito comunista non si spaventa delle conseguenze di disordini e di distruzioni che l’attuazione del controllo e della dittatura proletaria nel campo industriale necessariamente porta con sé. Queste conseguenze più che dal controllo sono dipendenti dal processo di sfacelo che subisce la società per la disgregazione del regime capitalistico. La disciplina ferrea e lo spirito di sacrificio che il partito domanda ai propri militanti sono anche e specialmente legate alla necessità di infrenare questo sfacelo e questo disordine. Il partito è destinato così a rappresentare anche nel campo della produzione dei beni materiali e della lotta contro il marasma degli industriali quello stesso ufficio di avanguardia che svolge nel campo dell’azione di masse e della lotta armata.
X. Il problema della disoccupazione
24. – Il problema della disoccupazione è quello che maggiormente deve richiamare l’attenzione dei comunisti che militano nelle organizzazioni.
II fenomeno della disoccupazione è l’espressione tipica della schiavitù proletaria in regime capitalistico; esso si manifesta in modo violento col sorgere del regime, coll’applicazione dei processi lavorativi meccanici, ne accompagna come un male cronico lo sviluppo, e scoppia con la fatalità di un contagio irreparabile nella crisi di dissoluzione finale. I caratteri della disoccupazione attuale sono così strettamente connessi alla crisi dell’economia mondiale devastata, che è naturale stabilire questa verità; il problema concreto più importante che si presenti come campo d’azione dei sindacati è nello stesso tempo il problema di tutta l’economia mondiale, il problema le cui due soluzioni sono: dittatura borghese o rivoluzione proletaria. Poiché l’economia borghese non trova né può trovare la possibilità di un equilibrio, le oscillazioni nei quadri della produzione da essa diretta continueranno all’infinito, e a ognuna di esse corrisponderà uno spostamento nei quadri della mano d’opera e cioè un nuovo fluire di disoccupati.
Affermare quindi la necessità che i sindacati impieghino tutte le loro forze per la preparazione rivoluzionaria, non è escogitare un surrogato di carattere «politico» (nel senso alquanto dispregiativo con cui tale parola è usata da molti funzionari sindacali) alla mancata soluzione tecnica del problema della disoccupazione: è riconoscere che non esiste una soluzione «tecnica» nel senso stretto della parola, oppure la soluzione «tecnica» è tale che, per investire tutto il piano della organizzazione economica mondiale, ha portata e realtà veramente politica, si identifica cioè colla Rivoluzione. È necessario affermare, con insistenza, instancabilmente, che il problema della disoccupazione, problema «tipico», ripetiamo, della classe operaia, di questa «fine di regno», non ha soluzione possibile che nell’Internazionale dei lavoratori. Ciò è elemento essenziale della «concretezza» con cui il problema va considerato: non v’é azione possibile, che non parta da tale considerazione. Che non deve rimanere dietro le quinte dell’azione o come una cornice decorativa, come un alibi da tirar fuori per giustificare ogni tanto gli scacchi parziali; essa si riduce a un banale luogo comune, accettato anche dai socialdemocratici e magari dai «ricostruttori», che non ispira veramente l’azione concreta quotidiana sospingendola verso il suo sbocco logico e a un tempo ponendone criticamente i limiti.
25. – Il fenomeno della disoccupazione è talmente connesso alla crisi del regime capitalistico, che ha sconvolto in modo oggi forse irreparabile le basi stesse dei sindacati, sorti in seno a quel regime e sviluppatisi in funzione di esso. Quando l’impiego della mano d’opera diventa instabile, come nell’attuale periodo, e questi margini d’instabilità si agitano intorno a una imponente massa che ha perduto definitivamente ogni possibilità di tornare ad un qualsiasi lavoro, il sindacato perde la sua funzione caratteristica, la sua ragion d’essere tradizionale ed è colpito a morte, se non riconosce immediatamente la situazione che gli viene creata e non si sposta verso le nuove posizioni. Oggi il sindacato è in grado di offrire ai suoi aderenti ben scarsi vantaggi immediati: la sua funzione è utilissima nella misura in cui riesce a non lasciar sbandare le masse, a raccoglierle su un terreno possibile di lotta, e dar loro la sensazione della possibilità di uno sbocco alla terribile situazione che vien loro fatta. Tutta l’azione di assistenza minuta e a tipo contrattuale è utile, va continuata, ma evidentemente non offre più ai sindacati una base sufficiente, non diciamo di sviluppo, ma di semplice conservazione. La prova più evidente è data dal fatto che le organizzazioni sindacali guidate dai riformisti vedono (lo conferma l’ordine del giorno Dugoni votato nell’ultimo Consiglio Direttivo della Confederazione Generale del Lavoro) come unico campo d’azione il Parlamento e le combinazioni ministeriali. Ciò perché sul terreno contrattuale i sindacati perdono ogni giorno più terreno: perché gli operai non si sentono più tutelati nella loro stessa esistenza, e tutte le questioni di orari, di salari, di regolamenti finiscono per perdere ai loro occhi ogni valore, perché il migliore dei concordati non li salva dal subire senza attenuazioni il contraccolpo della crisi capitalistica.
26. – L’assistenza ai disoccupati e l’azione in loro difesa è squisitamente classista, perché tende a impedir l’isolamento dell’operaio e del contadino, il suo allontanamento dai suoi compagni che hanno la fortuna di lavorare. Mantenere il collegamento tra disoccupati e quelli che non lo sono, cercare che sul terreno dell’offerta della mano d’opera non si combatta solo una serie di «singolari tenzoni» tra il singolo disperato e la fame, ma che il disoccupato senta che l’organo tradizionale della difesa dei suoi interessi, il sindacato, è rimasto «suo»: ecco le esigenze che i comunisti presentano come essenziali all’azione sindacale. Se i sindacati operai riescono a portare la loro azione sul terreno concreto della difesa dell’operaio disoccupato, si terranno in piedi: in caso contrario cascheranno come frutti fradici.
I comunisti hanno il dovere di spingere l’organizzazione sindacale su quel terreno, perché la vita e la forza dei sindacati è condizionata alla misura in cui essi risponderanno a quello che è il bisogno essenziale della vita operaia in questo periodo. Rinunziare a tale compito, vorrebbe dire perdere il contatto colla vita operaia per quello che essa ha oggi di più espressivo, di più tragico, di più sentito.
Né si creda che l’aiuto eventualmente portato al disoccupato attenui la gravità della situazione economica e quindi trasformi i ribelli in rassegnati, per quanto efficace sarà l’azione svolta in questo senso, essa non avrà risultati «pratici» molto sensibili, non potrà modificare sostanzialmente i lati più dolorosi della condizione degli operai; essa varrà sopratutto nel fatto che mette in moto le energie del sindacato in un campo nel quale questo si trova certamente attorno a sé le masse coi loro bisogni, le masse plasmate dal pollice implacabile della situazione di crisi.
Non sono i risultati di beneficenza, quelli che ci interessano, perché sappiamo quanto scarsi ne siano i frutti, ma i risultati «sindacali», la ripresa cioè di un’attività di carattere generale da parte delle organizzazioni operaie su un terreno ove stanno di fronte i lati più passivi, più scandalosi, più insopportabili della gestione borghese.
28. – Il rimprovero che noi facciamo ai riformisti non è quindi d’occuparsi dell’esame dei mezzi per lenire la disoccupazione, esame doveroso e legittimo, ma di trascurare, di valorizzare l’azione sindacale per un’azione di più vasta portata, che, conquistato il potere statale, lo utilizzi come leva nelle mani delle classi lavoratrici pel raggiungimento dei loro fini, che sono poi quelli della quasi totalità degli uomini. I riformisti considerano il disoccupato come l’oggetto di un’azione di assistenza e di beneficenza, oggetto a cui si rivolgono con più o meno zelo, ma trascurano di considerarlo come «soggetto» di azione politica sindacale. I disoccupati non sono soltanto materia di provvedimenti legislativi, ma possono e devono diventare attori, propulsori di un ordinamento sociale che li liberi dalla loro triste situazione.
Inoltre, poiché la disoccupazione colpisce non più i singoli, ma le masse, il movimento sindacale, rivolgendo la sua attività in questo campo, deve diventare movimento di masse, secondo un concetto sostenuto più volte nel passato dai comunisti e che aveva ispirato nei rispetti dei sindacati, la lotta per i Consigli operai. I Sindacati, facendo oggetto principale della loro attività la difesa dei disoccupati, devono spogliarsi di qualsiasi spirito particolaristico. Il disoccupato non paga le quote, è l’operaio «povero» per definizione; l’azione che deve trovare in lui la sua base diventa naturalmente un’azione democratica, d’insieme, sia perché deve tenere conto degli interessi di grandi masse, sia perché questi interessi coinvolgono tutta la struttura economica capitalistica.
28. – La resistenza che i datori fanno al regime dei sussidi si spiega colla volontà di avere a propria disposizione una mano d’opera assolutamente indifesa, e quindi in loro piena balia. Ma si noti che il regime dei sussidi, specialmente se prolungato, e nella misura in cui è stabilito dalla legislazione vigente in Italia, finisce per rinviare solo di poco quella condizione di esaurimento, di disperazione in cui i datori di lavoro vogliono trascinare gli operai per far precipitare le condizioni del mercato di lavoro. Perché se ciò non fosse, bisognerebbe che la proposta dei comunisti di portare il sussidio verso il limite del salario integrale potesse imporsi. Ma inserire il diritto alla vita dell’operaio nel bilancio dell’economia borghese è portarvi un elemento contraddittorio, è creare una situazione rivoluzionaria pel contrasto di due elementi in conflitto dal cui prevalere dipende la vita o la morte del regime.
Per tutta la misura di cui si farà elevare il sussidio del disoccupato ci si avvicinerà a questo stato di cose. Ma i comunisti non devono illudersi né illudere: la borghesia non si adatterà a lasciare entrare il cavallo di Troia nella propria fortezza, e continuerà nello stillicidio dei sussidi insignificanti. Per cui il problema rimane inalterato, e i padroni potrebbero continuare a dare i sussidi, ripetiamo, perché ciò non impedirebbe il precipitare del mercato di lavoro. L’unica garanzia che i disoccupati hanno oggi di non cadere in preda al capitalista non è nei sussidi, o in questo o quel provvedimento di carattere particolare, ma nella forza del sindacato che svolge la sua azione per strappare i provvedimenti stessi.
Non solo quindi i provvedimenti particolari non contrastano con la natura dei postulati nostri, ma sono perfettamente logici, quando si vedono come frutto dell’azione del sindacato che li impone, che li controlla, che fa sentire la sua presenza dietro di essi.
XI. La cooperazione
29. – La cooperazione è stata considerata, specie in questi ultimi tempi, come il campo del superamento dell’azione di semplice resistenza, diventata inefficace o addirittura impossibile.
È bene avvertire subito che il «superamento» è affatto illusorio, perché quando la cooperazione si propone sul serio un’azione di resistenza, trova davanti a se tutti gli ostacoli, i limiti, le ostilità proprie dell’azione strettamente sindacale.
I comunisti sono contrari all’identificazione del movimento sindacale col ghildismo operaio; ritengono che la cooperazione di produzione e lavoro, là dove essa ha condizioni naturali di sviluppo, sorga e viva sotto lo stretto controllo del sindacato, ma che l’identificazione delle due forme sia un grave errore dal punto di vista sindacale e da quello cooperativo.
Le ghilde si proporrebbero di determinare quel monopolio della mano d’opera che era finora compito del semplice sindacato sottraendo i soci alla necessità di offrirsi al padrone, procurando loro direttamente il lavoro. Il movimento ghildista è in grado di dominare il mercato della mano d’opera solo nella misura in cui può esso stesso assorbirla direttamente.
Orbene la più recente esperienza insegna che l’azione delle ghilde è assolutamente impotente a salvare i salari degli operai. L’imprenditore privato non ha alcun imbarazzo ad accettare la lotta sul nuovo terreno sul quale l’ha portata il sindacato; possiamo dire anzi che esso vi si muove con perfetta sicurezza e con maggiore suo agio che non sul terreno strettamente sindacale.
La lotta infatti, invece che essere lotta tra datore di lavoro ed operai, lotta classica alla quale il sindacato è da tempo preparato, diventa lotta tra due imprenditori, il privato e la ghilda (diciamo così per brevità) allo scopo di contendersi il monopolio del mercato del lavoro attraverso il monopolio del lavoro stesso.
E in questa lotta i privati si trovano in condizioni di superiorità di fronte alle cooperative, perché possono contare sul favore delle pubbliche amministrazioni, su una molto maggiore libertà d’azione per l’impiego di mezzi diversi, di capitali, per Io sfruttamento della mano d’opera, ecc.
Senza quindi affermare in questo campo alcuna pregiudiziale, dobbiamo far presente l’estrema difficoltà di un’azione in questo senso da parte dei sindacati, e la necessità poi che essi siano indipendenti dalle formazioni cooperative, allo scopo di poter efficacemente rappresentare l’intera loro categoria e di evitare, ripetiamo, che all’azione sindacale si sostituisca la concorrenza per l’accaparramento dei lavori, nella quale si può, se generalizzata, perdere il terreno proprio dell’azione di classe senza con ciò in alcun modo creare una più favorevole funzione di lotta contro il patronato. Le riserve ora fatte, pur senza cadere del tutto, hanno minore ragion d’essere nei confronti delle cooperative agricole, là dove ci siano gli elementi naturali del loro sviluppo. I sindacati devono ad ogni modo controllare strettamente il sorgere e il funzionamento delle cooperative di produzione e lavoro, perché la loro azione si svolga nel senso degli interessi generali della classe lavoratrice.
30. – I comunisti ritengono che maggiori risultati sia possibile raggiungere a traverso la cooperazione di consumo, le difficoltà in questo campo sono assai minori, e la loro azione presenta, anche nei riflessi economici, una maggior rispondenza al carattere particolare che la crisi ha assunto. Inserire ancora nuovi organismi di produzione (industriale) in un regime di superproduzione è affrontare un problema irto di incognite; nelle grandi cooperative di consumo, che possano fare appello allo spirito di classe dei loro soci, si ha un «mercato» assicurato in vista del quale è possibile con molte maggiori probabilità di successo organizzare dei reparti di produzione. Una organizzazione di produttori-consumatori (operai, tecnici ed impiegati), che tenda a monopolizzare il consumo della classe lavoratrice, e a provvedere direttamente ai bisogni di esso, può diventare una forza economica e politica di primo ordine. A questo scopo i sindacati devono proporsi di fare di ogni organizzato un cooperatore, un iscritto alla grande cooperativa di consumo della località o della zona, abbracciale tutte le categorie. Ciò viene a realizzare alcuni benefici non trascurabili: facilitazioni sugli acquisti e vantaggi in genere agli associati, buone condizioni di retribuzione agli addetti, naturale elisione degli egoismi di categoria, perché tutte le categorie vengono ad adeguarsi nell’unità tipica fondamentale del produttore-consumatore, azione di controllo sui vari aspetti del modo economico che si riflettono tutti nella vita di una grande cooperativa di consumo (materie prime, produzione, mercati, credito, ecc.), allenamento infine alla capacità della gestione economica.
Ma in prima linea vanno messi i vantaggi di carattere generale: le cooperative di consumo devono destinare la parte degli utili non indispensabile a garantire la vita e lo sviluppo della loro azienda nella lotta sindacale e politica.
E anche quando ciò non sia realizzabile, il solo fatto che le cooperative di consumo raccolgono (secondo la concezione comunista) grandi masse di lavoratori fa di esse una forma d’inquadramento di masse estremamente preziosa, che in taluni casi può fiancheggiare magnificamente l’azione sindacale. Queste le ragioni per cui mentre i riformisti accarezzano per solito grandi e colossali passaggi delle fabbriche agli operai (cessione degli arsenali, assunzione delle ferrovie secondarie, socializzazione del sottosuolo, ecc.) e tendono spesso a sostituire l’azione di resistenza con la cooperazione di lavoro a tipo ghildista, i comunisti devono volgere le loro maggiori cure alla cooperazione di consumo in modo particolare, come la più vitale, la più indipendente, la più democratica, perché può poggiare su grandi masse operaie invece che su gruppi ristretti di privilegiati o magari di pionieri.
ANTONIO GRAMSCI
ANGELO TASCA