Sulla tattica del Partito
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Non vi è una larga discussione sui nostri giornali in vista del congresso, e quella dei congressi federali e delle sezioni è stata sobria e succinta. Pubblichiamo un articolo del compagno Presutti perché giustamente esso incita chi avesse da muovere obiezioni alle tesi del C.C. a farlo liberamente. Non vogliamo, per quanto riguarda poi le obiezioni che il compagno Presutti personalmente muove, adottare il sistema della immediata replica: solo non possiamo non osservare questo, che nella foga dello scrivere egli difende con calore, come in contrasto con le tesi sulla tattica, opinioni che vi sono testualmente difese dai relatori, come quella che la conquista delle masse non si realizzi colla sola propaganda, ma con l’azione, e quella che le masse si mettono in moto per obiettivi che possono anche non esser quelli del Partito comunista. E parla anche di condizioni frapposte alla conquista rivoluzionaria del potere che assolutamente nelle tesi non sono formulate come lui dice. In ogni modo la discussione cordiale non è inutile, e non sarebbe inutile che anche i compagni che concordano con le tesi scrivessero in materia, per sempre meglio chiarire e divulgare quei punti che varrebbero ad eliminare anche i dubbi del genere di quelli affacciati dal Presutti, e che altri compagni, come lui suppone, forse condividono senza spingersi a formularli.
Ho seguito attentamente sulla stampa del Partito le relazioni dei congressi provinciali. Opposizioni serie non si sono dimostrate contro le tesi dei relatori. Solo, qua e là, qualche timida voce si è limitata a chiedere spiegazioni ai vari rappresentanti del Comitato Centrale sulla ragione di alcuni atteggiamenti presi dall’Esecutivo di fronte, in special modo, alle questioni degli Arditi del Popolo e dei Comitati di difesa proletaria.
Il compagno Bombacci, nel congresso comunista laziale, pur dichiarandosi d’accordo con le tesi, ha tenuto a dimostrare un certo suo dissenso, che secondo la sua espressione, verteva su questioni di «tatto». Cosa siano queste questioni di «tatto» non sappiamo. Qualche altro ha dimostrato di non condividere l’atteggiamento tenuto dal Partito di fronte al Congresso socialista di Milano, per quanto riguardava la frazione cosiddetta terzinternazionalista, Maffi-Lazzari. Secondo questo compagno, con un contegno meno aggressivo e sprezzante si sarebbe forse riusciti ad attrarre in questa frazione maggior numero di operai che, pur aderendo al P.S.I., sono sinceramente rivoluzionari, e nello stesso tempo si sarebbe incoraggiata ad una lotta più a fondo. Qualche voce s’è anche affacciata circa la tattica sindacale, per richiedere un «minor rigidismo». Sarebbe stato desiderabile che questi compagni, se anche isolati, avessero trattato il loro dissenso, se non dissenso la loro non perfetta concomitanza di pensiero con le tesi dei relatori, sulla stampa. Può darsi che un numero ragguardevole di compagni, condividano le loro critiche, i loro punti di vista, totalmente o parzialmente, ma che resi timidi dalla loro modestia intellettuale, e nel medesimo tempo titubanti dalla complessità del problema, preferiscano tacere e attendere che gli avvenimenti, chiarendo le situazioni e ammaestrando, gli diano ragione o torto. Il pericolo di un tal fatto è stato denunziato dal compagno Ruggeri, sulle colonne del Sindacato Rossi, nel suo articolo «Osservazioni sulla tesi agraria». Egli dice giustamente: «Se questa ultima supposizione fosse vera – cioè il timore da parte dei compagni di esprimere delle idee divergenti da quelle del Comitato Centrale – costituirebbe un gravissimo pericolo pel nostro movimento in quanto impedirebbe ai compagni che occupano posti di responsabilità di conoscere ad ogni istante quello che è il pensiero della massa degli iscritti e permetterebbe il lento formarsi di differenziazioni che affacciandosi repentinamente alla superficie potrebbero condurre a delle conseguenze tutt’altro che desiderabili». Nella ricerca di una sicura e opportuna – cioè conforme alle situazioni mutate – via di azione, della tattica cioè, concorre l’esperienza vissuta della classe. Anche nel ristretto cerchio mentale del più modesto compagno, questa esperienza si realizza. Dalla somma di queste numerose esperienze individuali può soltanto scaturire la via giusta. Il Partito quindi, anche dalla voce dei più umili, ha da guadagnare come esperienza; la sua forza deriva dal flusso e riflusso ininterrotto di pensiero dall’alto in basso e dal basso in alto della sua gerarchia, la sua potenza dal fervore che tutti, grandi e meschini, mettono nella elaborazione della dottrina e nella ricerca del metodo.
Non è quindi senza una timidezza, che, tra l’unanimità possiamo affermare assoluta – le fioche voci di dissenso sono affatto insignificanti – del consenso dei compagni sulle tesi dei relatori, affaccio queste mie osservazioni, le quali non vogliono essere che un modesto contributo alla faticosa elaborazione della complessa questione, e un doveroso atto di sincerità.
Mi limito per ora unicamente alla questione generale e fondamentale, cioè allo spirito delle tesi, al loro contenuto teorico. È certamente dalla visione teorica che si ha del processo rivoluzionario che derivano tutti gli atteggiamenti d’ordine pratico, tattico, che il Partito deve assumere nella prassi quotidiana.
Qual è questa visione teorica del processo rivoluzionario secondo le tesi? La conquista del potere da parte della classe operaia sarebbe condizionata al grado di inquadramento delle masse realizzato dal Partito comunista. Parrebbe, e questa interpretazione è suffragata da tutta la letteratura del Partito in questo primo anno di vita e dai conseguenti atteggiamenti suoi assunti di fronte ai movimenti di massa non promossi dal Partito, che fin quando questo inquadramento, quasi a tipo militare non sia raggiunto, nessun serio movimento rivoluzionario della classe proletaria sia possibile e prometta una riuscita.
Senza dubbio ciò sarebbe desiderabile, sarebbe l’ideale: poter a un certo giorno dire: noi possiamo raccogliere il frutto del nostro lavoro, ora che tutta la massa è inquadrata, compagnia per compagnia, sotto la direzione del Partito comunista, avanti … march, muoviamo all’assalto del potere borghese, per l’instaurazione della dittatura proletaria.
Bisognerebbe immaginare però un lavoro senza ostacoli, e uno svolgimento storico, senza imprevisti, che venissero a rompere le scatole: così il magnifico progetto fochiano potrebbe realizzarsi. Ma è possibile ciò? Quanti anni e quanti secoli sarebbero necessari a che il Partito comunista, pacificamente, realizzasse la costituzione di questo immenso esercito di assalto, disciplinato e obbediente, in attesa di aver raggiunto il numero e l’attrezzatura per dichiararsi capace di vincere, in un urto unico e immediato, lo Stato borghese?
Concezione dunque troppo meccanica del processo rivoluzionario, concezione fantastica, che fa quasi credere che i compagni relatori pensino che siamo noi a dominare gli avvenimenti e non gli avvenimenti noi.
E concezione anche pericolosa, in quanto contiene i germi, facilmente sfruttabili, di un pericoloso opportunismo, ch’io non oso chiamare né di destra, né di sinistra, l’opportunismo dell’inazione. Perché si può sempre, con molto disinvoltura sostenere, al presentarsi di avvenimenti imprevisti che mettano in moto le masse, che non è il momento di spingere l’azione sull’aperto terreno rivoluzionario, non avendo il Partito ancora realizzato l’inquadramento necessario.
Da questa posizione teorica è facilmente spiegabile l’orrore del Partito per tutte le altre correnti di pensiero rivoluzionario non comuniste, che i nostri avversari chiamano «purismo», e che contrasta così tanto dalle tesi del I Congresso dell’Internazionale comunista, che auspicavano ad una fraterna e sempre più stretta intesa del movimento comunista con gli altri elementi rivoluzionari della classe lavoratrice, sindacalisti e anarchici. Le tesi del I Congresso della III Internazionale facevano rilevare, come sotto lo sprone degli avvenimenti, tutti questi elementi, e certamente non si alludeva ai capi imperterriti della stratificazione dogmatica, ma alle masse nel più largo senso della parola, pur conservando in parte le loro riserve «teoriche», si sarebbero sempre più accostati a noi, adottando senz’altro sul terreno della realtà i nostri stessi metodi, consapevolmente o inconsapevolmente, riconoscendoli i soli possibili ed adeguati a vincere la borghesia e a conservare le conquiste della rivoluzione. Queste tesi risentivano, evidentemente, della esperienza fatta dai compagni russi durante la loro rivoluzione; ma partivano anche dal concetto che in linea teorica, con la sola propaganda, non è possibile sfatare dalla mente degli uomini i pregiudizi e i vizi mentali da cui sono dominati, ma che è necessario un ben altro purgatorio: «la lezione delle cose». Del resto di questo fenomeno anche noi in Italia ne abbiamo avuto la nostra esperienza, e precisamente durante le giornate di caro-viveri, in cui vedemmo operai, anarchici e sindacalisti libertari, partecipare alle commissioni operaie, assumendo, magnifica contraddizione, come noi poveri e deprecati autoritari, il titolo di commissari; e nelle gloriose giornate della occupazione delle fabbriche, e ultimamente nel noto movimento popolare degli Arditi del Popolo, organizzazione squisitamente autoritaria e centralista, alla quale giovani operai libertari dimenticando i sermoni antiautoritari e anticentralisti di Errico Malatesta o di un g.d. qualunque, sono corsi ad inquadrarsi.
Contro questa concezione meccanica del processo rivoluzionario sta tutto lo svolgimento della rivoluzione in Russia. Dal marzo all’ottobre non sdegnarono, i bolscevichi, contatti di sorta, con gli altri partiti operai, appunto perché intuirono che un isolarsi sarebbe significato un estraniarsi dalla lotta, e un perdere il contatto delle masse operaie. Ai compagni bolscevichi, bastava conservare l’indipendenza del partito come partito a sé, con un corpo di dottrine e di finalità, ben distinte, dalla dottrina e dalle finalità degli altri partiti. Essi si riservavano di assumere la parte di primo attore, di protagonista della rivoluzione, quando la situazione lo avrebbe richiesto e consigliato, ben sapendo che il processo rivoluzionario, procedendo sempre avanti, avrebbe pensato da se stesso a sbarazzarsi degli altri partiti, quando gli avvenimenti avrebbero superato la «meta» e la capacità rivoluzionaria di questi partiti, ricacciandoli tra le forze controrivoluzionarie. Perché il processo rivoluzionario si presenta appunto con queste caratteristiche: le masse si mettono in moto per obiettivi che possono anche non essere quelli del Partito Comunista, sotto la guida del Partito che nel momento precedente raccoglie la sua fiducia: è solo nello sviluppo dell’azione, dalle situazioni nuove che questa viene a creare che il metodo del partito dirigente si rivela agli occhi delle masse incapaci a risolvere la situazione e ad assicurare anche quei minimi obiettivi per i quali si era scesi in lotta. D’altra parte le masse a misura che procedono nell’azione allargando le loro richieste, si radicalizzano celermente, superano la mentalità menscevica (anarchia o sindacalista) del loro partito, e si slanciano con crescente entusiasmo verso la conquista del potere (distruzione dello stato borghese) che oggi appare loro evidentemente come la condizione indispensabile della loro vittoria. Il Partito comunista, che deve seguire attentamente queste diverse fasi del processo di radicalizzazione delle masse, partecipandovi, diventa automaticamente (giornate di luglio in Russia) il solo partito capace agli occhi della massa, di guidarlo. Il Partito comunista così, sprezzando ogni fronte con con gli altri partiti, con i quali deve aver agito insieme, diventa il vero protagonista della rivoluzione. Ora soltanto, le masse si possono inquadrare sotto la sua direzione, non è quindi sul terreno della propaganda che il Partito comunista inquadra e conquista le grandi masse, ma sul terreno dell’azione.
È perciò preciso compito dei partiti comunisti, di secondare, promuovere, tutte le iniziative, da qualunque partito della classe lavoratrice parlano, che mirano a sollevare le condizioni del proletariato a mezzo dell’azione diretta, non sdegnando una diretta partecipazione negli organi dirigenti della lotta. I partiti comunisti non hanno nulla a temere da questi contatti, anzi essi vi hanno tutto da guadagnare.
SMERALDO PRESUTTI