Sulla questione agraria Pt.1
Categorie: Agrarian Question, PCd'I
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VERSO IL NOSTRO CONGRESSO
Modestamente, con l’intendimento coscienzioso di giovare al nostro Partito nel grandioso ed utilissimo compito che si è assunto agitando il problema agrario, modestamente ripeto, esporrò il mio parere in ciò che non condivido od in ciò che vorrei maggiormente rilevato di quanto non abbiano fatto i competenti relatori compagni Sanna e Graziadei.
Come è noto, a tutti quelli che si occupano di cose agrarie, sono molte le categorie occupate nelle eccelse ed infinite funzioni della terra e perciò delicate e molto varie dovranno essere le sue considerazioni per il trattamento.
Maggiormente difficile, ma più penetrabile, è in questo periodo (non ancora chiuso) di reazione borghese l’agitare il problema principale del nostro paese il quale, oltre ad illustrare un nuovo metodo di tattica rivoluzionaria dovrà avere questo compito ben determinato: far scattare dalla soggezione padronale i lavoratori della terra, inquadrandoli per riaprire un periodo di ascesa proletaria.
I.
Una prima osservazione debbo fare all’articolo 6 il quale reca: «(…) ma deve assolutamente evitare l’assurdo quanto antimarxistico tentativo di socializzare le piccole aziende agrarie, a conduzione per lo più famigliare, nelle quali i mezzi di produzione (terra, strumenti, inventario, ecc.) non sono separati dal lavoro».
Mi sembra che questa affermazione non sia una ragione sufficiente per impedire, in forma moderna, l’uso di detta terra per un maggior utile collettivo.
Cerchiamo di comprenderci in forma pratica.
Specialmente nel Veneto, sotto il vessillo dei popolari, venne agitato ed è agitata la demagogica formula del «frazionamento» della terra e ciò oltre a servire efficacemente agli scopi lucrosi dei proprietari danneggia e tradisce l’iniziativa delle grandi linee dell’agricoltura moderna.
Ciò constatato possiamo rilevare subito la situazione creata in seguito a questo fenomeno di errori, i quali hanno depresso la produzione, sparpagliando in tutte le direzioni lotti di terra, sprecando così del tempo per la lavorazione, ecc. Quindi, secondo il buon criterio tecnico, lo Stato proletario dovrebbe tender,e con delle leggi adeguate, a riunire, a commassare la proprietà in genere o la colonia (a conduzione famigliare) d’ogni singolo lavoratore, e da questa prima operazione passare alla istituzione cooperativistica della lavorazione della terra, per l’impiego dei moderni sistemi di lavorazione per il riassetto agricolo e per giovare ad aumentare la produzione. Con di più, lo Stato proletario dovrà renderne più semplice ed integrale l’utilizzazione.
II.
«(…) i mezzi di produzione – dice la fine dell’articolo – (terre, strumenti, inventario, ecc.) non sono separati dal lavoro». Qui non mi pare tanto chiara la concezione sulla terra come strumento fondamentale di produzione, per il motivo che la terra è un «agente di trasformazione» dei mezzi di produzione (lavoro, intelligenza, ecc.). in sostanza la terra non dà ma rende in corresponsione delle anticipazioni.
III.
Più innanzi e precisamente all’articolo 7 troviamo:
«Il passo immediato che la dittatura del proletariato può e deve fare verso l’introduzione del socialismo anche nelle campagne, è la soppressione della rendita fondiaria non accompagnata dal lavoro».
Va bene!
E se «la rendita fondiaria accompagnata dal lavoro» si trasforma in capitale (come dire diversamente?) di miglioramento come in bonifiche, irrigazione, sistemazioni, industrializzazioni, ecc., che è la base essenziale dell’agricoltura dell’avvenire, quale atteggiamento dovremmo avere? Nessuno potrà negare il beneficio perennemente collettivo che otterremmo da tale cristallizzazione del reddito.
IV.
All’art. 14 all’ultimo capoverso troviamo un appunto di riferimento alle tre categorie di salariati agricoli che lavorano nelle grandi aziende, da proprietari non lavoratori e su terre appartenenti a proprietari lavoratori, e qui si esprime sulla necessità di formulare rispettivi programmi di azione (per le tre categorie) ed all’occorrenza creando organizzazioni distinte, ecc.
Tale creazione può essere peccaminosa non solo, ma può anche separarli nelle lotte, con tutto vantaggio della classe dominante. E mi spiego.
È la stessa cosa di voler creare un programma ed una organizzazione per gli operai industriali che lavorano in una grande fabbrica, ed un altro programma con relativa organizzazione per degli altri che lavorano in aziende meno sviluppate o più piccole. Secondo il mio modo di vedere, un’unica organizzazione, ed in seno di questa all’uopo, creare speciali categorie per il loro particolare sviluppo od interesse.
V.
All’art. 17 in riferimento alla categoria dei lavoratori ausiliari che lavorano su terre appartenenti a proprietari-lavoratori (questi disgraziati specialmente nel Veneto sono molto numerosi) troviamo: «(…) Oggi le rivendicazioni di questa categoria non possono essere rivolte contro l’immediato datore di lavoro, ma contro la borghesia capitalistica e agraria che sfrutta gli uni e gli altri».
Anzitutto bisognerà sapere a quale categoria di datori di lavoro intende riferirsi perché fra i proprietari-lavoratori vi sono le diverse gradazioni. E poi vi è il salariato che è impiegato nei piccoli coltivatori. Trattandosi di salariati appartenenti al primo caso, manifesto la mia avversione per il fatto che tali proprietari-lavoratori potrebbero immediatamente migliorare la loro posizione, entrando nelle organizzazioni classiste e cointeressando nell’impresa anche il lavoratore ausiliare.
VI.
più avanti, parlando dei piccoli coltivatori, troviamo all’art. 22 la separazione degli attuali proprietari di terre e quelli che conducono in fitto, a mezzadria, ecc., e dice: «Per questi ultimi, il programma immediato consiste nel miglioramento degli attuali patti colonici, di fitto, di mezzadria, ecc.».
perché per questi ultimi?
VII.
È errore fondamentale quello di abbinare nell’azione di classe per l’abbattimento dello Stato borghese, solo operai dell’industria e quelli agricoli (salariati) escludendo dubbiosamente dall’azione rivoluzionaria anche gli affittuari, mezzadri, coloni, ecc. Per concretare e valorizzare anche i piccoli coltivatori nella nostra missione va rilevato soprattutto:
a) che i piccoli produttori a conduzione famigliare con il coordinamento tecnico ed il successivo passaggio alla socializzazione cooperativistica, hanno tutto da guadagnare dallo Stato proletario;
b) essendo queste categorie più numericamente rappresentate nei lavoratori della terra.
Per non farla lunga mi fermerò sulla mezzadria a dire qualche cosa.
VIII.
La tesi parla di miglioramenti e di progressiva diminuzione del prodotto in danaro od in natura dovuto all’attuale proprietario. E con ciò siamo perfettamente d’accordo. Ma c’è qualche cosa di più e precisamente: cosa dice la tesi di fronte al modernizzarsi del contratto di mezzadria tendente alla maggior cointeressenza del lavoratore e perciò collaborativo?
E se l’agitazione giova al lavoratore, ma che però con il miglioramento ottenuto giova ad aumentare l’autorità morale ed il consolidamento del capitale al proprietario?
Ed è appunto qui che bisogna guardare attentamente separando nettamente dall’azione classista la borghesia la quale ha solo un obiettivo: associare capitale e lavoro.
Considerato questo, oltre che alla conquista economica anche a quella anticollaborazionistica deve uniformarsi l’organizzazione del proletariato, e ciò a tutto vantaggio di giovare maggiormente alla maturazione della caduta dello Stato borghese. Generalmente bisognerà sfruttare le agitazioni dei piccoli coltivatori allettandole all’avviamento di corporazioni cooperativistiche (ove queste trovano lo sviluppo naturale) e non saziare lo spirito egoistico a tutto danno delle nostre aspirazioni!
Sui compiti della Sezione agraria del Partito comunista parleremo un’altra volta.
IX.
In questa seconda parte cercherò di dimostrare ciò che la tesi, sulla questione agraria non ha esposto, lasciando in questo modo l’argomento incompleto.
Invece di trattenermi sulla tattica rivoluzionaria, parlerò di quella tecnico-produttiva. La tesi ignora una delle basi fondamentali che dovrebbe contenere un «programma» di infiltramento nella classe agricola, precisamente quello della condotta per la creazione di un’agricoltura comunista.
Possiamo noi comunisti misconoscere o disinteressarci della disposizione antitecnica del terreno, trascurando così la produzione, che per lo Stato proletario vuol dire ricchezza e quindi consolidamento del potere?
Agitando il problema della terra, e sapendo che questo direttamente od indirettamente provoca la crisi nell’industria, perché non osserviamo anche il fattore principale, vale a dire la produzione? Ecco l’essenziale su cui dovrà basarsi il nuovo sistema economico.
Durante le agitazioni agrarie il salario del singolo lavoratore verrà aumentato ed in questo caso il proprietario (trovando diminuito il suo margine di guadagno) cercherà di produrre di più ed allora come impediremo le ripercussioni?
Avendo due facce la questione agraria, e precisamente: quella economica che rientra nei quadri generali della tattica rivoluzionaria, del partito; e l’altra, quella tecnica, che è il movente principale, l’asse della produzione; noi dobbiamo affrontare anche tecnicamente il problema.
Il lavoro (posseduto dal contadino) che è il mezzo indispensabile per aumentare, mantenere o diminuire la produzione agraria, ora, come e con quale criterio viene osservata tale nostra potenzialità?
C’è di più!
Molte cose impellenti sono connesse alla questione in parola ed è perciò opera buona il coordinamento, il classificare ed assegnare loro il posto adatto nell’immensa questione.
Ne citerò qualcuno.
C’è l’atteggiamento del concetto polverizzatore della proprietà, della produzione?
A quest’organismo che fu sfruttato fino al dispetto dal partito popolare, questa concezione medioevale conservata all’olio di merluzzo dagli organizzanti il paradiso terrestre in terra, bisognerà opporsi energicamente.
X.
Anche la piccola proprietà, che ha affidato le sue sorti di vita o di morte alle ricchezze o all’impoverimento nazionale, ha bisogno della nostra tutela nel suo ordinamento complesso. Questa, ad esempio, crea il profitto solo quando abbisogna di mano d’opera salariata. La piccola proprietà (a conduzione famigliare) che è sottomessa a tutti i gravami dello Stato, che non è attrezzata razionalmente e che moltissime volte è male condotta, vive in cattive acque ed ha bisogno dell’ossigeno purificatore che è la lotta di classe.
XI.
Una preoccupazione seria dovrà darci, non la sovrapopolazione, ma lo spopolamento delle campagne. Questo è un vero spauracchio del disquilibrio del sistema produttivo. Al problema agrario vanno aggiunti questi: doganale, protezionista, importazionista, ecc., ecc., che coinvolgono, che assorbono o che affluiscono dalla produzione nazionale.
Credete che si possa trascurare la istruzione tecnica del contadino?
XII.
Oltre a queste cose programmatica e che servono per il momento agli intellettuali del partito, i contadini chiederanno meno programmi, meno tesi e più opere fattive per il loro appoggio.
Ed allora veniamo al solido!
Tralasciare una soluzione praticamente eminente per affrontare una tecnica prematura e dannosa.
Dalla reazione, i patti colonici non sono più rispettati, gli uffici di collocamento funzionano sotto la imposizione padronale, la disoccupazione avvilisce e getta nella più crudele miseria i lavoratori dei campi. Cosa dobbiamo fare per questi martoriati vedovi dell’organizzazione rossa?
C’è la proposta del Comitato sindacale comunista (Verona). I contadini non possono più attendere. Ed ecco occupazioni di terre in Romagna, resistenze mirabilissime dei «bianchi» nel Cremonese, dovunque manifestazioni di entusiastico riorganizzamento. Gettiamo pure a larghe mani il buon seme della tesi sulla questione agraria nel terreno fertile del contadino d’Italia, per mettere in un prossimo avvenire il frutto sano e bello del comunismo.
GIOVANNI MINUT