Sulla questione agraria Pt.2
Categorie: Agrarian Question
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VERSO IL NOSTRO CONGRESSO
Siamo grati al compagno Minut, che con le sue benevoli osservazioni e critiche ci offre l’occasione di chiarire alcuni dei concetti contenuti – e necessariamente in modo sintetico – nelle «Tesi» sulla questione agraria.
Essendo già lungo l’articolo del M. e non brevi dovendo essere per necessità le risposte, a risparmio di spazio e di tempo abbiamo suddiviso l’articolo in punti, e risponderemo punto per punto.
I. Siamo perfettamente d’accordo nel ritenere che lo Stato proletario non deve favorire il processo di frazionamento della produzione agraria: che diavolo! Solo ci sembra che il comp. M. non abbia bene inteso il punto da lui riferito. Si tratta qui, non di spezzare le grandi tenute a conduzione «sociale» (almeno quanto a tecnica non quanto a rapporti personali), per creare nuove piccole aziende esistenti, cosa assolutamente necessaria sia per ragioni tecnico-economiche, in quantoché lo Stato proletario per un tempo più o meno lungo non potrà disporre di tutti i mezzi tecnici (strumenti e macchine perfezionati, bonifiche, irrigazioni, drenaggi, impianti di grandi stabilimenti per la trasformazione industriale dei prodotti agricoli, zootecnici e forestali, stazioni elettriche, ecc., ecc.), e personali (agronomi, ingegneri, tecnici di ogni specie) necessari per fondere ed organizzare socialmente centinaia di migliaia di piccole e minime aziende; sia per ragioni politiche perché il tentativo di accentrare la produzione, vale a dire di espropriare la grande massa dei contadini senza che questi, per la mancanza delle suesposte premesse tecniche, possano immediatamente convincersi del vantaggio economico della trasformazione, de li farebbe fieri nemici. Senza dubbio lo Stato proletario dovrà proporsi come scopo ultimo della sua politica agraria la sostituzione della conduzione sociale a quella individuale o famigliare e questo compito della dittatura proletaria è abbastanza categoricamente formulato ci pare, nel punto 16 delle «Tesi»; ma non lo si potrà assolvere che nei modi e con le precauzioni e riserve ivi formulati.
II. Questione di formulazione, di nessun interesse pratico che perciò per ora si può metter da parte.
III. Che attitudine si dovrà avere se «la rendita fondiaria (vale a dire, in sostanza, la parte di prodotto del proprio lavoro che il contadino non consuma) si cristallizza in capitale di miglioramento?». Potremmo rispondere che tale questione spetta all’avvenire, e che ciascun giorno ha abbastanza della sua cura. Ma vogliamo dire tuttavia che il caso prospettato dal M. di un’azienda contadinesca che mercé i suoi risparmi esegua lavori di bonifica, irrigazioni, sistemazioni, industrializzazioni, ecc., sarà piuttosto raro anche in regime di dittatura; e che se si verificherà, quella tale azienda così trasformata sarà diventata una grande azienda industrializzata, come tale matura per l’espropriazione, a tenore delle tesi. Va ricordato anche di fronte alla piccola proprietà terriera sarà appunto lo Stato proletario, monopolizzatore della grande industria, delle Banche, ecc., quello che assumerà la veste del grande capitalista (capitalismo di Stato), e come tale prenderà l’iniziativa e la direzione di tutto il processo d’industrializzazione agraria (cf. punto 8 delle Tesi) e a tale iniziativa statale dovranno necessariamente coordinarsi e subordinarsi quelle dei privati.
IV. Ci pare che qui si tratti di questione di parole. Le tesi propongono «all’occorrenza» organizzazioni distinte dalle varie categorie di salariati «facenti capo però ad un’unica maggiore organizzazione locale, che abbia la direzione della lotta comune» (p. 14); il M., vorrebbe invece «un’unica organizzazione, ed in seno a questa, all’uopo, creare speciali categorie per il loro speciale sviluppo o interesse». Che differenza sostanziale vi è? Non è esatto, a nostro avviso, paragonare i salariati agricoli che lavorano a stagione o per determinati lavori speciali, come la mietitura, ecc., presso un contadino, con gli operai della piccola industria. Gli operai industriali hanno sempre davanti a sé uno sfruttatore, piccolo o grande che sia, cioè uno che nel processo produttivo non ha altra funzione che quella di appropriarsi il plusvalore; mentre i salariati che lavorano per un piccolo coltivatore-lavoratore ordinariamente non sono sfruttati da questo, ma bensì insieme con questo, dalla borghesia e dallo Stato capitalistico; e quindi l’attitudine loro e del loro Partito verso il contadino che li assume, per il quale il prodotto della terra rappresenta non rendita né plusvalore, ma ricompensa di lavoro, non può esser la stessa che verso i grandi proprietari feudali e capitalisti.
V. Il M. a quanto pare prospetta il pericolo che tra i proprietari-coltivatori, che la lotta di classe dei salariati dovrà risparmiare, possano trovarsene anche di quelli che, pur lavorando essi stessi, sono tuttavia benestanti, si arricchiscono, diventano sfruttatori. Certo non bisogna nascondersi che il pericolo esiste; ma per evitarlo basta attenersi allo spirito delle tesi, che risparmiano bensì il datore di lavoro contadino-proprietario, ma solo quando e in quanto egli è sfruttato, non quando diventa a sua volta sfruttatore. Se egli è totalmente e prevalentemente tale, rientra nelle categorie di cui ai nn. 24 e 25 delle tesi (medi e grandi proprietari), non avrà posto nelle organizzazioni di lavoratori, e quindi cade anche il timore di M. che in queste ultime possa determinarsi una «cointeressenza» del lavoratore nella impresa. Questa «cointeressenza» potrà sorgere solo fra il lavoratore e il piccolo coltivatore proprietario, vale a dire tra due categorie di lavoratori non sfruttatori, mediante il contratto di compartecipazione: e ne risulterebbe in sostanza un tipo legittimissimo e raccomandabile di associazione di lavoro.
VI. Perché «per questi ultimi»? – È evidente: perché non può proporsi un programma di miglioramento di patti colonici agli altri menzionati nell’art. 22, cioè ai piccoli proprietari!
VII. Ma dove trova il comp. M. che le tesi escludano i mezzadri, coloni, ecc. dalla lotta di classe per l’abbattimento dello Stato borghese? Esse anzi ci sembrano dare a queste categorie di contadini la parte decisiva come alleate del proletariato industriale e agricolo nella lotta per la soppressione del regime capitalista. Infatti esse dicono: «La rivoluzione dei contadini, mediante la soppressione della rendita fondiaria separata dal lavoro, si presenta … come una necessità ineluttabile» (p. 10); «l’aspirazione del contadino italiano al libero possesso della terra non potrà mai essere soddisfatta finché la direzione economica e politica del paese rimarrà nelle mani dei magnati del capitalismo finanziario ed industriale … La lega tra grandi capitalisti e grandi proprietari terrieri si oppone ad un tempo all’emancipazione degli operai dal giogo dell’intraprenditore ed a quella del contadino dal giogo del proprietario di terra: è naturale ed inevitabile che le due classi sfruttate alla lor volta congiungano le proprie forze» (p. 11). Orbene, quali sono i contadini che mediante l’alleanza coi proprietari agricoli e industriali saranno liberati dal giogo dei proprietari signorili, e otterranno il libro possesso della terra, mediante la soppressione della rendita terriera non unita al lavoro, se non precisamente i mezzadri, coloni, fittuari, ecc., vale a dire tutti i semiproprietari.
VIII. Che dicono le tesi «di fronte al modernizzarsi del contratto di mezzadria tendente alla maggiore cointeressenza del lavoratore e perciò collaborativo?». Le tesi non dicono nulla in proposito, perché suppongono che siano ben chiari nella mente di tutti i compagni i più semplici principi del marxismo, secondo i quali non vi è mai «collaborazione» tra classi, aventi interessi fondamentalmente contrastanti; e se si è apparenza di collaborazione, ciò significa soltanto che la classe dominante è riuscita provvisoriamente a soffocare la resistenza dell’altro. Se esiste quella tendenza «collaborazionista», essa esiste presso i proprietari, ma non presso i mezzadri, coloni, ecc., ecc., che «tendono» bensì ad aumentare la produzione, ma anche a tenerla tutta per sé, senza spartirla più o meno col padrone.
Non intendiamo poi come l’«agitazione» da noi proposta, che mira al «miglioramento degli attuali patti colonici, di fitto, di mezzadria, ecc., alla progressiva riduzione della parte di prodotto ora dovuta in denaro o in natura al proprietario signorile fino alla completa soppressione di tale parte, vale a dire all’espropriazione dell’antico proprietario» possa mai giovare «ad aumentare l’autorità morale ed il consolidamento del capitale al proprietario» come teme il M.
IX. Le tesi non ignorano «la condotta da tenere per la creazione di un’agricoltura comunista», ma sanno anche che tale creazione è impossibile al momento dell’instaurazione della dittatura proletaria, per la mancanza delle necessarie premesse tecniche (p. 5). Allo Stato proletario spetterà appunto di compiere quel lungo e complesso lavoro di trasformazione tecnica, di industrializzazione dell’agricoltura che possa permettere di passare gradualmente all’«agricoltura comunista», cioè alla socializzazione della medesima. E il programma di tale trasformazione, essendo strettamente collegato alla peculiarità delle condizioni generali che si darà in ciascun paese all’atto dell’assunzione del potere, ai rapporti di forza che risulteranno nazionalmente e internazionalmente tra le classi, ecc., non può esser determinato sin d’ora. Ora si tratta soltanto di fare la radunata delle masse per condurle alla conquista del potere; ciò che si dovrà fare dopo, si può ora accennare soltanto nelle linee generali e ciò è fatto nelle tesi, ma non nei particolari.
E non ci sembra d’aver trascurato la questione dell’aumento della produzione: per non allungare, rimandiamo semplicemente ai punti 1 e 16 delle tesi.
X. Il M. ci rimprovera di non dare anche ai piccoli proprietari lo «ossigeno purificatore della lotta di classe». A noi veramente sembra d’averlo loro dato: solo non bisogna dimenticare che per il piccolo proprietario l’avversario di classe non è rappresentato da uno sfruttatore individuale, ma dall’organizzazione complessiva degli sfruttatori, dallo Stato capitalista; e quindi la lotta di classe del piccolo proprietario rurale è tipicamente lotta contro lo Stato, che lo sfrutta per conto della classe dominante con le imposte, con la protezione doganale alle industrie pesanti, col favoritismo all’alta finanza, con la politica estera imperialista, ecc. Ed è appunto sul terreno della lotta contro questa forma di sfruttamento che noi intendiamo organizzare sotto la direzione del P.C. anche i piccoli proprietari. Ciò risulta chiaro da quanto è detto nei punti 10 e 21 delle tesi.
XI. Questione doganale, protezionismo, politica delle importazioni: ci riferiamo in massima a quanto è detto nel punto precedente. Finché dura il regime capitalista, noi combatteremo tutte queste manifestazioni del capitalismo imperialista combattendo il capitalismo stesso e cercando di abbatterlo dalle fondamenta; e le questioni indicate dal comp. M. saranno tra quelle che ci serviranno nella nostra opera di agitazione e di organizzazione dei piccoli proprietari e semiproprietari. Se poi il Congresso crederà di determinare in maniera precisa l’indirizzo da dare a tale agitazione – cosa che noi invece riteniamo più adatta alla competenza della istituenda Sezione agraria – per conto nostro non troveremo difficoltà.
XIII. Che cosa dobbiamo fare per i contadini martoriati dalla reazione? Il comp. M. concederà che qui non si tratta di un problema che investe la politica generale del Partito, sul quale i relatori sulla questione agraria non avevano né potevano avere mandato. Noi abbiamo detto del resto che cosa bisogna fare per mettere la classe contadina sfruttata in condizione oggi di difesa e domani di offesa contro gli sfruttatori qualunque forma assuma l’azione di questi ultimi: conquistare con uomini nostri al nostro programma le organizzazioni dei contadini, crearle dove non esistono, dar loro un centro nazionale di combattimento, armarle (n. 25). Noi abbiamo detto: «la lotta delle organizzazioni rivoluzionarie dei contadini come primo, generale e comune obiettivo dovrà proporsi il disarmo dei signori e dei loro segugi … garantito dal proprio armamento». Ci pare d’essere stati abbastanza chiari al riguardo. E a questo obiettivo naturalmente dovrà tendersi con la tattica generale stabilita dal Partito: fronte unico di tutti i lavoratori, azione diretta, sciopero generale.
Abbiamo la ferma convinzione che con le nostre proposte, se non riusciremo a «mietere in un prossimo avvenire il comunismo, nelle campagne», secondo la troppo rosea speranza del comp. Minuti, potremo però attrarre a noi la gran massa dei contadini sfruttati, alleandoli al proletariato nella lotta contro il capitalismo finanziario imperialista, per l’abbattimento del potere politico degli operai e dei contadini, primo e decisivo passo sulla lunga e difficile via che conduce al comunismo.
g.s.