Partito Comunista Internazionale

L’unione sindacale italiana

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Al momento della scissione dei comunisti dal Partito socialista, molti si attendevano un maggiore avvicinamento tra il nuovo partito e il movimento della Unione Sindacale, nato in fondo anch’esso da una secessione di sinistra del Partito socialista; quella dei sindacalisti rivoluzionari, quali formarono la centrale sindacale dissidente dalla Confederazione Generale del lavoro e in seguito, specie durante la guerra, dopo essersi divisi da una larga sfaldatura di interventisti e da molti teorici del loro movimento passati con armi e bagagli alla politica borghese, si avvicinarono strettamente agli anarchici italiani.

Ma notevoli differenze separano la posizione di principio e di metodi di comunisti e sindacalisti-anarchici sia nei riguardi del programma di azione proletaria, sia della critica all’opportunismo riformista.

Non vogliamo certo riandare le differenze teoriche tra i due movimenti, che sono ben note e ben nette, ma piuttosto passare in rassegna i problemi pratici che si pone nell’odierno Congresso la Unione sindacale, movimento che ha molti e gravi difetti, ma racchiude innegabilmente una parte notevole delle energie rivoluzionarie del proletariato italiano.

Anzitutto il Congresso si occuperà della unità sindacale proletaria in Italia; grave problema, sul quale tutti sembrano essere di accordo, ma che in realtà è visto in modo diversissimo da socialisti, sindacalisti e comunisti. I primi sono sfavorevoli ad una unione che metterebbe in troppo serio pericolo la maggioranza che detengono nella Confederazione del lavoro, i secondi sono in fondo pregiudizialmente separatisti. Dal momento che ritengono che il Sindacato è sufficiente organo rivoluzionario, non respingono il concetto della organizzazione sindacale unica, ma vi pongono la pregiudiziale che le direttive di esso debbano essere rivoluzionarie. Sono quindi per la uscita della sinistra da quei sindacati che cadono sotto la dittatura dei funzionari di destra. È un punto di vista che ha la sua logica, ma si chiude in una contraddizione, in quanto contiene il riconoscimento implicito che il Sindacato non è rivoluzionario per se stesso, ma lo è solo a condizione che abbia una direttiva rivoluzionaria datagli da un gruppo dirigente, che finisce coll’essere un movimento politico ed un partito. I comunisti, infine, vedono la massima virtù del Sindacato appunto nella sua qualità di riunione della più grande massa, e credono che la unità non debba essere subordinata a pregiudiziali, ma sia essa stessa la pregiudiziale per il lavoro di penetrazione nel Sindacato del programma rivoluzionario il cui focolare è nel partito politico.

Per queste ragioni, mentre i comunisti non hanno pensato né penseranno mai nemmeno per un momento ad uscire dalla Confederazione del lavoro, e non desisteranno mai dal chiamare in essa le forze sindacali che ne sono fuori, la Unione sindacale subordinerà sempre la propria entrata ad una serie di condizioni che si risolvono in quella di escludere i dirigenti e l’indirizzo attuale. Ma siccome per realizzare questo scopo comune a comunisti e sindacalisti, il mezzo più diretto sarebbe proprio la unificazione, così si stabilisce un circolo vizioso da cui non crediamo che l’attuale congresso saprà uscire.

Riguardo al problema dei rapporti internazionali la situazione della U.S.I. non è semplice. Una tendenza, quella dei sindacalisti rivoluzionari «puri», sostiene l’adesione alla Internazionale sindacale rossa, con la conseguente accettazione degli inviti di questa a lavorare per la unità sindacale. L’altra tendenza, che fa capi agli anarchici, è invece contro la I.S.R. perché la ritiene infeudata alla Internazionale comunista e ai partiti politici. I sindacalisti «puri» dispongono in materia di un argomento che dovrebbe essere decisivo: la incontrastata adesione della U.S.I. fin dal 1919 alla terza Internazionale, ossia addirittura alla Internazionale politica comunista, che comportava ben altro impegno di quello assai vago che chiede la Internazionale sindacale rossa. Gli anarchici borghiani possono bene addurre a loro discolpa il fatto innegabile di avere frainteso tutto il significato della rivoluzione russa e del programma della terza Internazionale, ma questo argomento non dimostra che essi non abbiano compiuto un audace voltafaccia: nel 1920 a Mosca il Borghi, giunto dopo la fine del Congresso della I.C. alla quale se fosse arrivato in tempo avrebbe partecipato con voto deliberativo per la U.S.I. dichiarava di accettare le decisioni del Congresso, che era il Congresso politico comunista, salvo alcune riserve sulla tattica parlamentare, e circa le quistioni italiane asseriva che l’unica difficoltà ad una definitiva intesa tra la Unione sindacale e i comunisti era il fatto che i comunisti italiani erano ancora insieme ai controrivoluzionari della destra del Partito socialista.

Un altro argomento della frazione sindacalista è quello che mentre gli anarchici rimproverano alla Internazionale sindacale di Mosca la pretesa subordinazione alla Internazionale comunista che si riduce in realtà ad un semplice collegamento accettato da sindacalisti estremisti di tutti i paesi, e sostengono che il Sindacato non deve essere assoggettato a partiti politici, costituiscono essi stessi, come è risultato nel Congresso della Unione anarchica italiana nella polemica che ha preceduto il Congresso attuale, e nella accanita lotta per prepararlo e per guadagnarvi la maggioranza, un gruppo politico, un vero partito, che agisce verso la Unione sindacale come tutti i partiti che tendono ad assicurarsi la dirigenza di un organismo sindacale.

Il cavallo di battaglia della tendenza anarchica nel Congresso sarà in ogni modo il tiro a palle infuocate contro il comunismo dittatoriale, la Repubblica dei Soviet, e la Internazionale comunista. È da augurarsi che un giorno gli anarchici constatino come noi comunisti non siamo così spregevoli da lavorare per la borghesia né tanto fessi da farlo senza accorgercene. E lasciamo andare quello che constateranno sul conto proprio.

Ci pare però che, se il Congresso poco potrà conchiudere sui problemi della unificazione sindacale e dei rapporti internazionali, e se non potrà uscire con chiarezza da una discussione sul valore teorico e tattico dei rapporti tra sindacati e movimenti politici (in materia solo i comunisti posseggono, non diciamo la quintessenza della verità, ma una spiegazione soddisfacente e completa che non faccia a calci con la ragionevolezza e con la realtà) potrebbe utilmente prendere posizione sulla quistione della riscossa proletaria contro l’offensiva padronale, ossia sui problemi del fronte unico e dell’Alleanza del lavoro.

I punti di vista del nostro Partito sostenuti in materia, e che saranno ribaditi nel manifesto che apparirà domani sui quotidiani del Partito, sono tali che a nostro credere sindacalisti e anarchici li possono accettare, senza fare nessuna concessione alla ideologia comunista, cosa che noi non domandiamo come non saremmo disposti a concedere verso quelli che ci appaiono gli errori delle altre scuole proletarie. Si tratta di dare una base concreta all’azione di tutto il proletariato, che la conduca verso una grande battaglia di masse e la preservi dal degenerare nella collaborazione di classe. Su questo punto il congresso della U.S.I. potrebbe e dovrebbe dire al proletariato una chiara parola, uscendo dalle vaghe formole della alleanza incolore di cui fin qui si è parlato e la cui sterilità appare a tutti evidente.