Partito Comunista Internazionale

Sulla questione agraria

Categorie: Agrarian Question

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I campi modello

Il compagno Judicello ha esposto alcune obiezioni alle tesi agrarie che dovranno essere discusse al nostro imminente congresso nazionale.

Vogliamo anzitutto dissipare un equivoco in cui ci pare sia caduto il comp. Judicello. Quando nei punti 6 e 16 delle tesi delle nostre tesi, ai quali egli si riferisce, si stabilisce che si dovranno immediatamente socializzare le aziende agrarie che al momento della assunzione del potere presenteranno le necessarie condizioni tecniche, non s’intende affatto che tali socializzazioni si faranno allo scopo di avere dei campi modello. Certo, le aziende agrarie socializzate potranno servire anche a tale scopo, ma in via secondaria: esse sorgeranno dove sarà tecnicamente possibile, principalmente per sottrarre i rispettivi lavoratori dallo sfruttamento del proprietario privato, e per servire, in quanto sarà permesso dalla loro estensione e capacità produttiva, a sottrarre almeno in parte lo Stato proletario dalla dipendenza verso i privati produttori agricoli. L’idea, che ci pare veder trasparire dalle considerazioni non eccessivamente chiare del comp. J., di costituire campi modello a se stanti, come scopo a se stessi, e senza rapporto con le condizioni generali di tutto l’ambiente agrario, ci sembra del tutto falsa. Essa richiama a un tempo i compicelli sperimentali di caccelliana quanto non lacrimata memoria, dall’altro gli altrettanto pietosi esperimenti di costituzione di poderi modello annessi alle scuole e cattedre ambulanti d’agricoltura. Deriva dal concetto, o meglio pregiudizio, scientificamente assurdo, che l’inferiorità della tecnica agricola di tanta parte d’Italia (soprattutto del Mezzogiorno in senso largo, cioè tutte le zone agricole d’Italia a coltivazione primitiva o quasi, non industrializzata), provenga prevalentemente dall’ignoranza del contadino meridionale, e che in buona parte la si potrebbe eliminare diffondendo tra i contadini arretrati l’istruzione agraria, appunto con le cattedre ambulanti o no, con conferenze, con campi modello, ecc. Ora, il vero è che la famosa ignoranza del contadino meridionale (e anche non meridionale) non è prevalentemente causa, ma effetto dell’inferiorità tecnica. Istituite quanti campi modello volete in paesi dove manchino le condizioni generali per un’agricoltura progredita, vale a dire capitali abbondanti, strade, irrigazione, condizioni possibili di vita civile e specialmente igienica, ecc. ed essi resteranno sterili costruzioni artificiali, dalle quali il contadino, che non è gonzo e vede benissimo ch’egli non ha tutto ciò che occorre per tener su al semolino tali parti fuori stagione, ordinariamente non potrà imparare altro se non la maniera di spendere inutilmente i denari pubblici.

Trasformare tutta l’agricoltura

La propedeutica agraria dello Stato proletario sarà fatta mediante l’azione, non mediante la scuola. Esso, per ragioni di esistenza, cioè per soddisfare i bisogni delle masse proletarie che costituiranno la sua base sociale e che la costituiranno appunto in vista di tale sua funzione, dovrà urgentemente, sotto pena d’andar travolto dalla controrivoluzione, fare ogni sforzo per aumentare a più presto la produttività nella terra; e quindi dovrà impiegare nella terra, e non già nell’industria pesante come a fini speculativi fa il capitalismo, il meglio delle sue forze economiche, dei suoi capitali, della sua mano d’opera, dei suoi tecnici, ecc. Quindi, appena lo Stato proletario avrà raggiunto un certo grado di solidità interna e si sicurezza esterna, esso, per ragioni inerenti alla sua natura di Stato della classe proletaria, inizierà sistematicamente la trasformazione in grande stile della tecnica agraria nelle regioni ora coltivate estensivamente, soprattutto mediante la creazione del maggior numero possibile di centrali elettriche. Creda pure il comp. Judicello che questa politica agraria, tendente a trasformare metodicamente e gradualmente tutta l’agricoltura meridionale e non meridionale, avrà sulla massa contadina ben altra efficacia che non qualsivoglia campo modello creato artificialmente in ambiente ancor primitivo. Se, come lo stesso J. riconosce, nell’Italia meridionale e insulare mancano le aziende agricole immediatamente socializzabili, è inutile ricorrere all’espediente di tentare ugualmente la socializzazione sotto la specie dei campi modello. L’esperimento fallirebbe; e, come purtroppo avvenne in Russia, e specialmente in Ucraina, e in vista di esso si sottraessero considerevoli porzioni di terra alla «fame» dei contadini – che J. ammette – non si farebbe che preparare il terreno dei vari Denikin di marca italica.

In questa preoccupazione del J. e degli altri compagni a nome dei quali egli parla, rappresentando quindi una corrente determinatasi nel Congresso interprovinciale di Messina-Catania, si sente il riflesso di uno stato d’animo, che è comune anche ad altri più o men vasti strati di compagni in tutta Italia. Infatti, vi sono non pochi compagni che non riescono a persuadersi come il Partito comunista, il partito del proletariato e della socializzazione rivoluzionaria dei mezzi di produzione, eccettui dall’espropriazione e dalla socializzazione una sfera economica così vasta ed importante come l’agricoltura. Questo dubbio non si è ancora manifestato chiaramente sulla nostra stampa – ed è male –; ma è apparso abbastanza nettamente in qualche Congresso provinciale, p.e., quello della Venezia Giulia.

I rapporti fra operai e contadini

Mi riservo di trattare di proposito questa questione prima del Congresso, nella speranza che intanto qualche compagno voglia esporre apertamente le eventuali obiezioni contro questo, che è il punto decisivo dell’impostazione data nelle tesi alla soluzione del problema agrario sia nel periodo di richiamo delle masse per la lotta, sia poi nel periodo di trapasso dal capitalismo al socialismo, nel periodo cioè della dittatura proletaria. Intanto voglio subito rispondere all’obiezione del comp. Judicello, mossa evidentemente anch’essa dall’accennata preoccupazione circa il pericolo che «un’interpretazione inconsulta» delle tesi possa condurre ad acuire il «dualismo tra operai e contadini», provocare un conflitto tra di essi.

Premesso che naturalmente qualsiasi programma, per quanto eccellente, se interpretato «inconsultamente» dà pessimi risultati, non esito a riconoscere che quella dei rapporti tra operai e contadini-proprietari o semi-proprietari, è forse la quistione più delicata sia per quanto si riferisce agli immediati problemi di organizzazione, sia nei riflessi dell’equilibrio delle forze sociali nella dittatura proletaria. Il Partito e i suoi organizzatori non saranno mai abbastanza circospetti e nello stesso tempo risoluti in questo campo, se vogliamo riuscire ad attrarre a noi contemporaneamente le masse lavoratrici dell’industria e quelle dell’agricoltura.

È innegabile infatti l’esistenza, in vasti strati meno illuminati del proletariato industriale, di una certa antipatia verso il contadino senza distinzione, al quale volentieri si addebita l’alto costo dei viveri. E d’altra parte non è meno forte l’inclinazione dei contadini a vedere nelle «eccessive pretese» degli operai, nelle loro agitazioni per aumenti di salario, la causa del rinvilio del denaro e dell’alto costo dei prodotti di fabbrica. È l’eterna storia dei capponi di Renzo, sulla quale, cioè sullo scarso senso di classe delle classi lavoratrici, la borghesia fonda in buona parte il suo dominio.

Ora, l’operaio industriale deve essere da noi bene illuminato su questo fatto: che il guadagno che il contadino-lavoratore ricava dalla vendita dei prodotti della terra da lui lavorata, non è per nulla assimilabile al profitto del capitalista o alla rendita del signore terriero. È semplicemente la rimunerazione del lavoro, che il contadino riceve in natura sotto forma dei prodotti della terra lavorata, anziché riceverlo in denaro come l’operaio; e che come è ingiusto il contadino quando rimprovera l’operaio di lottare per ottenere maggiore salario, altrettanto è ingiusto l’operaio quando fa carico al contadino di fare altrettanto cercando di vendere al maggior prezzo possibile i suoi prodotti. La causa comune del caro prezzo sia dei prodotti agricoli che di quelli di fabbrica non è già l’avidità di maggior prezzo dei contadini o quella di maggior salario degli operai, ma bensì lo sfruttamento capitalista, che si esercita direttamente sotto forma di espressione di plusvalore sugli operai, e indirettamente, mediante i canoni di fitto, le obbligazioni di mezzadria, colonia, le imposte, il protezionismo alle industrie, ecc., ecc., sui contadini. Certo, la circostanza che il contadino-proprietario o semi-proprietario, anziché da un padrone, deve farsi pagare il suo lavoro, vendendo i prodotti, dal consumatore, e quindi anche dall’operaio, contribuisce potentemente a quel tale «dualismo»: ma a ciò si può rimediare con un largo sistema di cooperative sia di vendita che di consumo, che sotto questo aspetto renderebbero servizi veramente preziosi alla causa proletaria.

I rapporti fra salariati e piccoli proprietario

Più grave ancora è la questione dei rapporti tra i contadini-proprietari e semi-proprietari e i salariati che essi impiegano. In questo caso – naturalmente si suppone che si tratti di contadini che partecipino essi stessi personalmente al lavoro – si ha una vera e propria associazione di lavoro, un lavoro associato e cooperativo sui generis. Il conflitto di interessi nasce dal fatto che l’attribuzione del prodotto del lavoro comune, cioè la ricompensa di tale lavoro, avviene in maniera diversa per ciascuno dei due associati: infatti il salariato ha ordinariamente una quota fissa, per lo più in denari, indipendente dalla quantità totale di prodotto ottenuta; il contadino ha tutto il resto del prodotto netto reale. Evidentemente, in tali condizioni, il contadino tende ad aumentar la sua ricompensa, aumentando il prodotto totale, senza risparmiar fatica sua né dell’associato a salario, mentre quest’ultimo, non interessato al risultato totale, tende a risparmiare il proprio lavoro, che, rimanendo inalterato il salario, è solo il modo ch’egli ha di accrescere il compenso del lavoro effettivamente prestato. Si può eliminare tale conflitto di interessi, che certamente costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del nostro movimento nella campagna? Noi crediamo di sì, ed abbiamo indicato nelle tesi quella che riteniamo la via giusta per giungere a tale risultato; quella cioè di sviluppare quell’associazione primitiva e per così dire inconscia che v’è in ogni rapporto contadino-coltivatore e salariato in una vera, organica e cosciente cooperazione, sostituendo al salario un sistema di compartecipazione del lavoratore alla ripartizione del prodotto totale della terra proporzionata al lavoro effettivamente prestato, ciò che lo interesserebbe all’aumento della produzione, favorendo l’incremento di essa ed eliminando la causa principale dei contrasti tra le due categorie dei contadini e dei salariati agricoli, ugualmente sfruttate e ugualmente interessate a coalizzarsi.

Il pericolo del sabotaggio dei contadini

Quanto alla questione del sabotaggio che i contadini potrebbero esercitare «in momenti critici» mediante il monopolio dei prodotti, osserviamo che l’esperienza dell’Ungheria, della Baviera, della Russia, e quella dell’economia di guerra degli Stati borghesi, perfettamente di accordo con la ragione e con la scienza economica, dimostra esaurientemente che non è con «mezzi coercitivi» che si può vincere il monopolio dei prodotti da parte dei contadini, e quindi l’eventuale loro sabotaggio della dittatura proletaria. Quand’anche, come in Russia, lo Stato proletario sia abbastanza forte da attuare senza pericolo per la propria esistenza quei «mezzi coercitivi» (vale a dire le requisizioni), non potrà mai impedire con tali mezzi che i contadini ricorrano alla forma più esiziale di sabotaggio: quello della produzione, limitandosi a produrre solo quel tanto che occorre al loro diretto consumo. Il monopolio contadinesco della produzione delle derrate è un fatto economico, che si può superare soltanto sul terreno economico, non su quello della violenza politico-militare (sebbene anche questa in casi e pericoli eccezionali non vada certamente esclusa). L’unico modo per rendere lo Stato proletario indipendente dal monopolio contadinesco è la socializzazione della agricoltura. Ma siccome abbiamo visto che di tale socializzazione non si può parlare per l’immensa maggioranza delle aziende agrarie nel primo periodo della dittatura proletaria, fino a quando questa non abbia attuato il suo grande compito di trasformazione tecnica nella campagna, così è inutile illudersi circa la possibilità di emanciparsi subito dal monopolio contadinesco. La cosa è dolorosa, ma non cessa perciò di essere reale: e noi non dobbiamo chiudere gli occhi alla realtà, anche se essa non risponde ai nostri desideri.

L’unica via per evitare che oggi i contadini si gettino dall’altra parte della barricata, e che domani sabotino la dittatura del proletariato, è quella di rispettare, per quanto è possibile, i loro interessi, e di interessarli all’instaurazione e al mantenimento della dittatura stessa: ecco la ragione del trattamento di relativo favore, che qualcuno potrà trovare eccessivo, che nelle tesi è fatto a quelle categorie di contadini che non possono considerarsi come sfruttatrici.

Quanto ai «magazzini di prodotti da distribuire agli operai che non lavorano la terra», e che si dovrebbero «formare mediante queste aziende», cioè, se intendo bene, mediante i prodotti dei famosi «campi modello», mi pare che il comp. J. non abbia idee chiare in proposito. I «campi modello» debbono servire per ammaestramento dei contadini – come parrebbe dal modo come li presenta da principio – e debbono assumere tale estensione da poter diventare base del rifornimento dei non contadini? In quest’ultimo caso, dovrebbe procedersi appunto a quella socializzazione sistematica della terra, di cui ho dimostrato l’impossibilità tecnica e l’errore politico. Ma tant’è, questa benedetta utopia della socializzazione integrale si ostina sempre a rispuntar fuori …

G.S.