Ancora sulla questione agraria
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VERSO IL NOSTRO CONGRESSO
II.
Sulla questione dell’organizzazione dei contadini non siamo nemmeno del tutto d’accordo coi relatori.
Noi crediamo che sia un errore tattico deplorevole il consigliare d’iscrivere in unica lega i piccoli proprietari coltivatori che hanno tanta terra quanta basta per i loro bisogni e i coloni e mezzadri, come si indica nel punto 23 delle tesi sotto il titolo di «Organizzazione dei piccoli coltivatori».
Pensiamo che i coloni, i mezzadri e tutti coloro che assumono terreno in fitto sono o possono divenire un elemento più rivoluzionario di quello che non siano – e per il pregiudizio sciocco di considerarsi borghesi e per l’aspirazione a divenirlo – i piccoli proprietari di cui sopra.
Infatti tirate le somme risulta che noi ai primi daremmo la terra, libera da ogni angheria, a cui aspirano e che ancora non hanno conquistato; offriamo l’abolizione d’ogni tributo, d’ogni debito, mentre ai secondi soltanto gli ultimi vantaggi accennati e il pacifico possesso della terra che, fin da ora, è a loro disposizione.
A ciò si aggiunga che nei piccoli proprietari, i quali non soffrono lo sfruttamento diretto, il quetismo ha maggior presa.
A chi pensa che il quetismo di questi ultimi si possa vincere mettendoli a contatto coi rivoluzionari osserviamo che è più facile avvenga il contrario.
Si aggiunga ancora che i patti colonici influiscono grandemente sulla quotazione dei salari; che ogni piccolo proprietario ha sempre, per ragioni contingenti al mestiere, ai bisogni personali e della famiglia, ecc., necessità di pochi o molti salariati; che i salariati sono molto spesso coloro che non posseggono terra propria e la prendono a patti e si scorgerà come nel giro ampio delle interferenze di interessi fra una categoria e l’altra, molto spesso, le due categorie di contadini considerate correrebbero il pericolo di trovarsi in stridente ed insanabile contrasto che scinderebbe la lega cooperativa danneggiando l’organizzazione e il risultato delle agitazioni.
È appunto perciò che crediamo occorra chiarire il punto 23 delle tesi e in esso, dopo le parole «di prodotti» aggiungere «per coloro che coltivano la terra propria; la lega di miglioramento per i coloni, mezzadri, fittuari, ecc., i quali però faranno bene a far parte della cooperativa di cui sopra».
È logico, di conseguenza, trovare il posto in cui affermare che i piccoli proprietari non debbono far parte mai delle leghe di miglioramento.
Consideriamo poi che alcune categorie di contadini lavorano pezzi di terra propria che non è affatto sufficiente ai loro bisogni e quindi o diventano fittuari o, in certe epoche dell’anno diventano braccianti, partendo sempre dal punto di vista che è opportuno stabilire tassativamente le funzioni di ogni branca dell’organizzazione per la necessaria divisione del lavoro, siamo indotti a combattere il punto 19 proposto dai relatori e a contrapporgli il seguente: «I contadini che lavorano terra propria e tuttavia hanno bisogno di integrare le loro entrate con salario si iscriveranno nella lega salariati.
Coloro che preferiscono procurarsi altro lavoro assumendo in fitto terreni si iscriveranno alla lega coloni e mezzadri.
In casi contingenti ed eccezionali deciderà la locale organizzazione».
La chiarezza di esso ci dispensa dallo illustrarne maggiormente la necessità di adottarlo.
Infine crediamo che la tesi non si occupi affatto delle cellule prime da cui nascono le organizzazioni sindacali: intendiamo parlare dei primi gruppi che appunto perché poco numerosi non possono dividersi in leghe diverse.
E pensando a questi, il nostro pensiero va ai piccoli centri popolati di poche decine di elementi effettivamente organizzabili.
A noi sembra opportuno che questa minuscola organizzazione, nel suo programma di realizzazioni immediate, tenga conto delle epoche in cui si verifica ora la questione salariale, ora la questione delle ore di lavoro, ora la modifica o lo stabilirsi dei patti colonici, ecc., e nelle agitazioni impegni, se del caso, tutti i suoi aderenti.
A nostro giudizio occorrerebbe colmare quest’altra lacuna con un punto apposito.
III.
Altro rilievo si può fare sulla questione agraria che bisogna guardare anche dal lato della pastorizia a cui la tesi non accenna affatto, preoccupata com’è della gestione della terra.
L’Italia ha un discreto patrimonio zootecnico costituito da aziende pastorizie: occorre pensare al suo miglioramento e al suo accrescimento per l’utile di tutta la collettività.
Anche in questo campo la socializzazione di queste aziende deve seguire, a nostro giudizio, il metodo già fissato per la gestione delle aziende agrarie.
L’animale posseduto dal piccolo proprietario fa parte integrante degli strumenti di lavoro e non è quindi socializzabile; sono socializzabili però le grandi aziende che il governo proletario potrebbe gestire per mezzo dei suoi soviet.
Sorge qui una questione importante: Quali terreni lasceranno a disposizione per l’uso?
È chiaro che non basta il solo terreno non coltivabile, tanto più che per il pascolo occorrono terreni aventi esposizioni diverse.
Ne nasce come conseguenza una limitazione delle zone assegnabili in uso ai contadini, o almeno la necessità di piani di coltivazione che facciano coincidere i periodi di riposo dei terreni con le esigenze pastorizie.
Il problema ora prospettato è, secondo noi, di tanta importanza da essere considerato con attenzione, e appunto per ciò meritevole di una discussione ampia da cui possano venir fuori criteri direttivi sicuri ed utili.
A noi basta di averlo accennato nella speranza che il cenno serva di sprone alla discussione.
IUDICELLO FRANCESCO
Risposta del relatore
I. – La pastorizia
Le ultime osservazioni del comp. Judicello ci trovano in parte consenzienti, in parte no.
Una di quelle in cui consentiamo che sia utile introdurre nelle tesi maggiore specificazione è quella riguardante la pastorizia. Per noi, economicamente e socialmente parlando, quest’ultima rappresenta semplicemente una branca dell’utilizzazione della terra come mezzo di produzione – ma consente il J. che nonostante i suoi rilievi continui ad adoperare questa designazione della terra perfettamente marxista – e quindi era implicito che anche ad essa andassero applicate le norme stabilite per la agricoltura in genere: cosa del resto in cui consente il comp. J. E allora? Si tratterà tutt’al più di introdurre nelle tesi la menzione specifica, accanto a quella di aziende agricole, di aziende zootecniche (e anche forestali, ecc.).
quanto al problema di lasciare terra utile alla pastorizia, va da sé che il potere proletario dovrà proporselo e risolverlo: tanto più che si può prevedere che esso cercherà di dare maggior sviluppo dell’attuale all’allevamento del bestiame e industrie connesse, specialmente nel Mezzogiorno. Il sistema proposto da J. di «far coincidere i periodi di riposo dei terreni con le esigenze della pastorizia», in quanto sarà praticamente attuabile, sarà uno dei mezzi di risolvere il problema; altri ne suggerirà la situazione concreta. Ma non dimentichiamo che le tesi non possono essere, mentre ancora dura – e come! – il dominio borghese, un programma completo di gestione della terra. A ciò provvederà il futuro Commissariato del popolo per l’agricoltura, regolandosi, oltre che sui principii generali posti dalle tesi, sulla situazione reale al momento dell’assunzione del potere, e sui rapporti interni ed esterni di forza del proletariato con la classe avversaria.
II. – L’organizzazione dei piccoli coltivatori
Il comp. Judicello trova addirittura che sia un «errore deplorevole» quello di raccogliere in un’unica organizzazione tanto i piccoli proprietari-coltivatori quanto i semi-proprietari (coloni, fittuari, mezzadri, ecc.). la ragione principale, anzi l’unica, vorrebbe che i primi fossero bensì organizzati in cooperative, ma i semi-proprietari in «leghe di miglioramento». La ragione principale che il J. reca a sostegno di questo suo criterio è che il «quietismo» coi piccoli proprietari potrà paralizzare l’attuale o potenziale slancio rivoluzionario dei semi-proprietari, determinato principalmente dal desiderio di liberare la loro terra e se stessi dalla dipendenza verso il padrone, quando gli uni e gli altri agissero in una stessa organizzazione.
Ora, se la tendenza «quietista» dei piccoli proprietari è in linea generale innegabile, non bisogna però esagerarla, e tanto meno supporla eterna. Il piccolo proprietario ha mostrato finora poche simpatie per le agitazioni proletarie; è vero, ma bisogna anche ricordare il funesto errore socialdemocratico (vedi deliberazioni del Congresso del P.S.I. del 1897 a Bologna) secondo cui, essendo la piccola proprietà destinata a sparire, il partito proletario non doveva far altro che accelerare tale scomparsa e la conseguente proletarizzazione dei piccoli proprietari terrieri. Si capisce che a un tale programma i piccoli proprietari – finché una completa trasformazione dei rapporti tecnici, economici e sociali non li abbia portati spontaneamente sul terreno del comunismo – abbiano fatto poco buon viso, e abbiano guardato con sfiducia a chi se ne faceva banditore, se pur consentivano nelle rimanenti sue rivendicazioni contro lo sfruttamento capitalistico-feudale.
Ma attualmente il piccolo proprietario è tutt’altro che soddisfatto della sua condizione. I fantastici guadagni del periodo di guerra e dell’immediato dopo guerra in parte sono cessati, in parte più che neutralizzati dal crescente peso delle imposte, che per una quantità di ragioni colpiscono più inesorabilmente e duramente appunto questa categoria, e dal costo dei prodotti di fabbrica mantenuto artificialmente alto dalla trustificazione monopolistica della grande industria e dal protezionismo doganale. La crisi dell’economia capitalistica, dopo avere imperversato nell’industria generando l’immane disoccupazione attuale, colpirà inevitabilmente anche l’agricoltura, e già se ne vedono i primi segni. I prezzi dei prodotti agricoli calano, non v’è più convenienza a coltivare, le imposte e l’alto costo dei trasporti, delle manifatture, di tutto, spazzano sempre più dalla campagna il fittizio benessere del periodo bellico e postbellico. Della crisi, quelli che più duramente degli altri risentiranno, saranno appunto i piccoli contadini-coltivatori. Crede il J. che in tali condizioni essi rimarranno «quieti»? È lecito prevedere tutto il contrario, cioè un crescente malcontento di questi elementi e quindi una loro crescente inclinazione rivoluzionaria. Per cui il pericolo accennato da J. non mi sembra molto reale.
D’altra parte, ora, immediatamente, le nostre organizzazioni e i piccoli produttori agricoli, più che dal problema di toglier la terra ai padroni, saranno preoccupati da quello di ottenere maggior rendimento da quella che hanno già, libera o no. A che pro la terra libera, se quelli che già ce l’hanno non possono venir a capo di nulla? Quello che più importa immediatamente al contadino-proprietario o semi-proprietario, è d’aver a buon mercato gli strumenti di lavoro, i concimi, le scorte, il denaro occorrente a ciò e a tutte le altre spese di coltivazione. E questi fini sono comuni all’una e all’altra categoria di piccoli coltivatori, e formano quindi il terreno adatto per riunirli in una sola organizzazione: infatti anche J. raccomanda ai semi-proprietari (coloni, ecc.) di costituire bensì speciali leghe di miglioramento, ma di inscriversi anche alle cooperative dei piccoli proprietari. O perché queste ultime organizzazioni, che evidentemente, per la loro funzione di resistenza allo sfruttamento della grande industria, ai pesi tributari, ecc., non sono pure e semplici cooperative, ma organizzazioni di carattere misto, non potrebbero assumere anche la funzione di leghe di resistenza e di miglioramento nei rapporti tra fittuari, coloni, ecc., e padroni? La presenza in esse dei piccoli proprietari, non direttamente interessati, ma neanche ostili, non ostacolerebbe affatto l’azione di resistenza a favore dei semi-proprietari, anzi la rafforzerebbe con la solidarietà dell’altra categoria non direttamente impegnata, la quale a sua volta riceverebbe identico aiuto nella resistenza alla pressione tributaria.
III. – I semiproletari agricoli
Alla nostra proposta, contenuta nel p. 13 delle tesi, di lasciar liberi i semi-proprietari di inscriversi all’organizzazione dei salariati o a quella dei piccoli coltivatori, lo J. contrappone quella di obbligare chiunque oltre che terra propria coltivi anche terra altrui a salario ad inscriversi nella lega dei salariati. In pratica, ciò equivarrebbe a spesso rendere impossibile l’esistenza delle organizzazioni di piccoli coltivatori, giacché molto spesso questi per una parte del loro tempo lavorano anche terreni non loro, a salario, sia in denaro, sia in natura, sia sotto forma di scambio di opere. Inoltre, se un piccolo coltivatore (proprietario o semi-proprietario) si sente più interessato al guadagno che gli dà la terra coltivata per proprio conto, anziché a quello che ritrae lavorando a salario, perché imporgli quest’obbligo? Gratta … e ricompare sempre la tesi socialista della prevalenza, anche nella campagna, degli interessi e della politica sociale del salariato.
IV. – I nuclei embrionali
Certamente, finché le organizzazioni locali si comporranno soltanto di poche decine d’individui – e allora non posso esser altro che nuclei di propaganda, senza possibilità d’azione pratica qualsiasi sul terreno delle lotte economiche – sarebbe assurdo dividerle in gruppi distinti. Ciò è elementare … e appunto perciò non figura nelle tesi, le quali sono soltanto l’esposizione di criteri generali, mentre al … regolamento penserà, a suo tempo, la sezione agraria.
G.S.