Intorno alla tattica
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Il problema centrale nell’attuale fase dello sviluppo storico, al quale si connettono tutti gli altri maggiori o minori problemi, sia nel campo della politica generale, che in quello del movimento proletario, è sostituito dalla questione dell’andata al potere dei socialdemocratici, della costituzione di un Governo socialdemocratico.
Onde non solo tutta l’attività critica e polemica del P.C. verte intorno a questo problema, ma anche tutta la sua prassi; ogni sua iniziativa nel campo dell’azione di massa non può prescindere da considerazioni inerenti a quel problema dominante, la soluzione teorica del quale deve essere anzi il punto di partenza di qualsiasi azione. Quindi anche ogni tentativo di critica all’atteggiamento teorico ed all’azione pratica del P.C. dovrà, a sua volte, muovere dall’esame della posizione che questo assume di fronte alla questione del Governo socialdemocratico. Sarebbe certo superfluo e ridicolo voler comunque criticare in questo riguardo, la posizione di principio del nostro partito, che in questo punto è indubbiamente al disopra del ben minimo sospetto di eterodossia.
Quello invece che, a mio avviso, si presta alla critica è il suo atteggiamento tattico, o meglio l’angolo visuale sotto cui viene considerato lo svolgersi degli avvenimenti che tendono a quello sbocco, il criterio generale con cui viene concepito il divenire storico nella fase attuale.
L’atteggiamento critico della Direzione del Partito, secondo esso, si riflette nelle tesi sulla tattica e nei vari articoli, specialmente in quelli del compagno Bordiga, s’ispirano, sempre secondo il giudizio dello scrivente, ad una concezione piuttosto meccanica che storica. Lo svolgersi degli avvenimenti che deve metter capo alla formazione di un Governo socialdemocratico è concepito non già come un processo dialettico, come un contrasto di elementi antagonistici profondi ed elementari, che si conciliano temporaneamente in una sintesi, ma piuttosto come un gioco combinato in precedenza, come una commedia bella e fatta, la cui soluzione finale è posta fin dal principio, ma non lasciata intravedere allo spettatore (il proletariato), per il timore che esso, non trovandola di suo gusto, interrompa lo spettacolo con manifestazioni di protesta e non permetta che lo si porti a termine.
I partiti politici, all’infuori del Partito comunista, non sono considerati come esponenti di forze antagonistiche, che perseguono più o meno consapevolmente finalità proprie, e che soltanto per una legge immanente allo sviluppo storico convergono in un punto di arrivo comune, ma come gli attori di una commedia i quali recitano una parte, che è stata loro assegnata dal direttore (la borghesia). Il socialista massimalista deve fare l’intransigente perché il suo amico riformista non perda il seguito della folla, il riformista fa all’amore con la democrazia popolare per unirsi con essa, infine, in un matrimonio legale, grazie alle arti ruffianesche del nittiano ed alle minacce e botte del fascista. Nessuno agisce spontaneamente e tende verso un proprio fine, ma si inserisce consapevolmente in un piano che predetermina ogni sua azione.
Secondo questa concezione lo svolgimento storico che trova la sua sintesi nella costituzione del Governo socialdemocratico non è un processo autocreativo, spontaneo ed elementare, ma un fatto dato, sostanzialmente, a priori, ed ogni sviluppo, ogni travaglio viene considerato come gioco scenico, come congegno teatrale.
Questa concezione traspare non solo da ogni articolo dei più autorevoli teorici in materia di tattica, ma si manifesta in tutta la prassi del Partito. Tutta l’attività del Partito è dominata dalla preoccupazione di «non fare il gioco degli altri». Si rimane assenti o si aderisce con riluttanza ad iniziative sorte spontaneamente dalla masse (arditi del popolo) o che tendono ad una azione di massa (Alleanza del lavoro), e ciò, essenzialmente, con la motivazione che tutte queste iniziative tendono più o meno consapevolmente ad un fine, che non può essere quello del Partito comunista, cioè la formazione del Governo socialdemocratico. Ma non si comprende che questo ragionamento conduce logicamente all’inazione assoluta sia che si consideri lo svolgersi degli avvenimenti come un gioco prestabilito, sia che lo si concepisca come un processo autocreativo. Nel primo caso, se non si vuol prendere parte alla commedia come attore non resta altro che rimanere nella posizione di spettatore critico. Nel secondo caso, ove ciò si consideri la formazione del Governo socialdemocratico come risultato di un processo dialettico, come termine necessario, seppure transitorio, di una fase storica, non si può non riconoscere che ogni azione, anche se non direttamente indirizzata a quell’obiettivo, deve fatalmente convergersi, e che quindi, se non si vuole che la propria azione metta capo ad esso, bisogna logicamente astenersi da qualsiasi azione e cadere in una passività contemplativa.
Però se si fa propria questa seconda concezione della realtà, si riconosce d’altra parte che, essendo quel termine, in fondo, non il risultato di un compromesso di trafficanti, di una combinazione parlamentare, ma la sintesi di un contrasto di forze antagonistiche più profonde, un prodotto di lotte di classi, l’azione del P.C. può esplicarsi su un piano perfettamente classista e rivoluzionario, anche se essa si inserisce in un movimento, che in ultima analisi tende ad una soluzione, che non può essere una finalità propria del Partito comunista, ma che ad ogni modo è una, o più precisamente l’ultima grande tappa sulla via della rivoluzione.
Negli ultimi giorni comincia a farsi strada una concezione più realistica dell’attuale momento politico. Nel Comunista del 9 corrente è apparso sotto il titolo «verso sinistra» un editoriale, nel quale il problema del Governo social-democratico viene considerato sotto una nuova visuale. In esso si avverte che la borghesia non può essere disposta a cedere una parte del suo potere quando le sue forze di attacco e di difesa sono in piena efficienza, quando il proletariato è debole e depresso; essa accede a compromessi solo quando una infrangibile resistenza o ripresa offensiva della classe operaia la costringe a piegare verso sinistra.
Quindi il Governo socialdemocratico non si fa grazie agli intrighi di corridoio dei riformisti che speculano sullo stato di debolezza e di demoralizzazione del proletariato, ma grazie alla pressione rivoluzionaria delle masse, riavutesi dal loro abbattimento e ripassate all’azione offensiva. Ciò è del resto confermato dalla storia della rivoluzione in Russia, in Germania ed Austria.
Non vi è dubbio che di fronte ad un Governo socialdemocratico il Partito comunista deve assumere una posizione antitetica. Senonché, oggi, questa antitesi non può essere che teorica, e solo quando ciò che è in via di farsi sarà un fatto, essa potrà essere tradotta in prassi. L’errore che si è commesso rimanendo assenti da un movimento di massa come quello degli arditi del popolo (non intendo la iniziativa romana, ma tutto quel vasto movimento spontaneo che cominciò ad affermarsi in tutte le parti d’Italia) consiste appunto in ciò, che si è anticipato questa antitesi pratica, per aver considerato come un fatto ciò che appena si fa attraverso un processo dialettico.
Se si prosegue per questa via, si corre il rischio di ripetere, a rovescio, quello che fu il peccato mortale del P.S.I. negli anni 1919 e 1920. allora furono i riformisti che arrestarono a metà strada ogni movimento per impedire che esso mettesse capo ad una necessaria soluzione rivoluzionaria. Oggi invece c’è il pericolo che i comunisti arrestino a metà strada ogni movimento per impedire che esso sbocchi nella sua necessaria soluzione socialdemocratica. Al neomaltusianismo riformista di allora farebbe così rincontro un neomaltusianismo rivoluzionario di oggi e di domani.
Ma è da sperare che la prassi prenda mano alla teoria, e che l’incalzare degli eventi costringa il Partito ad uscire dalla sua fortezza di falsi apriorismi e lo sospinga ad intervenire in tutti i movimenti delle masse proletarie anche se questo intervenire significa «fare il giuoco degli altri».
GUSTAVO MERSU’