Sempre sulla questione agraria
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Una critica radicale
Giorni sono, discutendo su queste colonne alcune osservazioni del compagno Judicello sulle tesi agrarie, rilevavo come esse partivano da uno stato d’animo, comune a non pochi compagni, per lo meno d’incertezza, se non addirittura di negazione, di fronte al modo con cui io e il compagno Graziadei, seguendo i principi stabiliti dai Congressi internazionali, abbiamo cercato di risolvere il problema dell’attitudine del P.C. di fronte alle rivendicazioni delle varie categorie di lavoratori rurali: modo che ne resta caratterizzato specialmente dall’abbandono della funeste utopia della socializzazione integrale della terra e del riconoscimenti della necessità di conservare la piccola proprietà terriera, fino a tanto che lo sviluppo dello Stato proletario non avrà creato le premesse materiali e tecniche della socializzazione. Esprimevo anche il rincrescimento che questo stato d’animo, se traspariva abbastanza chiaramente da alcuni rilievi ed osservazioni, non si fosse però mostrato risolutamente, a bandiera spiegata, almeno sulla stampa, in modo da permettere una discussione di principio.
Debbo ora in parte rettificare: una critica «radicale» delle tesi agrarie era effettivamente comparsa, a firma di Ruggero Ruggeri sul «Sindacato Rosso», anno II, n. 3, che io però ho potuto vedere solo in questi ultimi giorni.
In realtà neanche queste «Osservazioni» costituiscono base per una discussione di principio perché l’autore di esse si affretta a premettere che «in linea di principio condivide intieramente il pensiero della Terza Internazionale sul complessivo problema dei contadini». Ma anche un fatto che esse, negando la più importante ed essenziale conseguenza logica delle tesi agrarie di Mosca, vengono indirettamente, ma non meno nettamente, a negare anche queste ultime, nonostante la diplomatica premessa. Vediamo dunque.
1. Battuta esegetica
Al R. non piace la nostra espressione di «rendita fondiaria separata dal lavoro». Egli la interpreta come se con essa implicitamente si ammettesse la possibilità di «una rendita unita, o meglio, dipendente dal lavoro, il che non è»; vale a dire la interpreta come se essa avesse voluto dire «rendita fondiaria quando è separata, ecc.», mentre in realtà dice soltanto «rendita che è separata dal lavoro». Come si vede, è una semplice questione di grammatica, su cui non è davvero il caso di approfondirsi troppo. L’espressione da noi adoperata sarebbe perfettamente corretta anche se fosse esatta la definizione che R. dà della rendita, che secondo lui è «il provento che ricava il proprietario di terre indipendentemente da qualsiasi attività produttiva impiegata sul fondo». Orbene, questa definizione, non è soltanto è molto … grossa, ma anche falsa. Ecco, infatti, come la rendita è definita da Marx: «La Concurrence rivelant le prix de marchè, le produit du meilleur terrain sera payè tout aussj cher que celui du terrain inferieur. C’est l’exeédant du prix des produits du meileur terrain sur les frais de leur production qui constitue la rente» (Misère de la philosophie, ed. Giard 1896, p. 220). Ora, questa eccedenza si ha tanto nel caso che il terreno migliore sia posseduto da un signore che non vi impieghi «qualsiasi attività produttiva», quanto se esso appartiene allo stesso contadino che lo lavora. Per cui, può esservi anche rendita unita al lavoro.
2. Una contraddizione ed una inesattezza
Il R. si scaglia contro il nostro assunto (paragr. 14 delle tesi) che occorra fomrulare distinto programma d’azione e all’occorrenza creare anche organizzazioni distinte delle varie (tre) categorie di salariati agricoli a seconda delle diverse condizioni dell’azienda in cui sono impiegati. Ora, se seriamente, e non solo per diplomazia, si ammettono le tesi agrarie di Mosca, è evidente che il programma, almeno quello finale, deve essere diverso per ciascuna di queste categorie; e cioè la socializzazione per i salariati delle grandi aziende agricole progredite e industrializzate, la ripartizione individuale o cooperativa per le grandi tenute a condizione primitiva, l’accordo col datore di lavoro per le piccole aziende a conduzione famigliare diretta, esenti da esportazione. Quanto al programma immediato, lo stesso R., con singolare contraddizione, ammette che la differente condizione dei datori di lavoro possa «indurre i salariati a pretendere rimunerazioni diverse». Ma questa dei salari, delle tariffe di rimunerazione del lavoro, non è forse il punto più importante del programma di lotta di tutti i salariati? E se si ammette una diversità in questo punto, come si fa a negare che nel formulare il programma d’azione per i salariati occorra tener conto della diversità di condizioni delle singole categorie?
E se si ammette, come di fatto si ammette, diversità di programma, si deve ammettere anche la possibilità, all’occorrenza, noi diciamo, di badi bene, non di regola, di diversità di organizzazione. L’obbiezione del R., che il salariato agricolo passando spesso per tutte e tre le categorie in breve tempo, in un mese, dovrebbe ogni volta cambiare programma (di questo non è più il caso di parlare) ed organizzazione, parte da un’inesattezza di fatto, e da non avere ben capito lo spirito della nostra proposta. Questa divide i salariati in tre categorie a seconda della natura dell’azienda in cui lavorano: grande azienda agrario-industriale, grande tenuta primitiva, piccola azienda contadinesca. Ora, perché il pericolo accennato da R. esistesse realmente, occorrerebbe che tutti e tre questi tipi d’azione coesistessero in uno stesso territorio, il che non è. Generalmente, infatti, a seconda delle regioni prevale, in Italia, l’uno o l’altro tipo di azienda, e quindi l’uno o l’altro tipo di salariato; e il lavoratore agricolo, rimanendo nella stessa zona, per lo più passerà da un’azienda a un’altra dello stesso tipo, non ad aziende di tipo diverso. Mutando località, può avvenire più spesso che muti anche il tipo dell’azienda in cui si colloca: ma in questo caso egli anche indipendentemente da ciò, mutando località, deve passare ad un’altra organizzazione.
3. Il punto centrale: lotta dei contadini o alleanza?
Il Ruggeri riconosce «la necessità di attirare a noi questa importantissima categoria di lavoratori (della terra), e non solo i braccianti, gli avventizi, i giornalieri, chè questi vengono spontaneamente al nostro fianco, ma anche i cosiddetti piccoli coltivatori».
Orbene, come intende egli attirare a noi i piccoli coltivatori (piccoli proprietari, coloni, mezzadri, fittuari, ecc.)?
Proclamando che costoro sono tutti ugualmente sfruttati del salariato!
Se questa concezione fosse esatta, e tuttavia si ritenesse opportuno un accordo del P.C., del partito proletario, con tali elementi, ciò significherebbe volere l’accordo degli sfruttati con gli sfruttatori, la impossibile alleanza tra classe dominata e classe dominante.
Il vero è che questa concezione che il R. – e non lui solo – ha del piccolo coltivatore, se risponde all’antica ideologia socialdemocratica che tanti insuccessi procurò in passato al movimento agricolo in Romagna, è affatto errata. Sfruttamento si ha quando il datore di lavoro si appropria i prodotti che non egli, ma un altro ha creati. È questo il rapporto che ordinariamente corre tra il piccolo coltivatore-lavoratore, proprietario o semiproprietario, e il salariato da lui assunto? Vediamo. Anzitutto il contadino, lui e la sua famiglia, lavorano anch’essi la terra propria o quella tolta in fitto: e non solo la lavorano quanto il salariato, ma chiunque ha veduto l’uno e l’altro al lavoro, può attestare – e ciò d’altronde è ovvio e naturale – che il lavoro del contadino «indipendente» è ben altrimenti continuativo, intenso, rabbioso quasi di quello del salariato. Il contadino lavora la sua terra di giorno, tutto il giorno, e spesso anche di notte, senza conoscere limitazioni d’orario, né 8 ore, né turni, né riposi festivi: e lavora senza nessun risparmio delle proprie forze e di quelle dei suoi famigliari. Può dirsi, dopo ciò, che i prodotti che egli ricava dalla terra siano risultato di sfruttamento del lavoro dei salariarti, ch’egli adibisce per lo più soltanto perché la natura speciale dell’agricoltura richiede che mentre per i lavori ordinari il contadino basti da sé, per lavori di stagione, che non si possono rimandare, abbia bisogno di lavoro ausiliare (p. e. durante la mietitura, ecc.)? O non piuttosto il prodotto della terra coltivata è per il contadino la ricompensa del proprio lavoro, come tale è il salario per il salariato?
Dunque, contadino e salariato agricolo sono entrambi lavoratori, allo stesso titolo, e l’uno non sfrutta l’altro. Non è rapporto di sfruttamento quello che corre tra di loro, ma rapporto, sebbene inconscio e purtroppo non di rado ottenebrato e sconvolto da pregiudizi e da ignoranza loro o di cattivi pastori, di cooperazione. Non vi è tra loro, come dice il R. contrasto «pieno ed assoluto», ma bensì incertezza e controversia circa la ripartizione del prodotto ottenuto dal lavoro in comune. Il salariato ha la sua parte in misura fissa in antecedenza, per lo più in denaro, talvolta anche, almeno in parte, in natura; il contadino la ha sempre in natura, ma non in misura fissa e si cura, e se può avvenire che un buon raccolto gli faccia ottenere una parte proporzionalmente maggiore di quella del suo collaboratore a salario, può però anche avvenire – e non di rado avviene – tutto il contrario. Ciò posto, non l’aiuto ai salariati in tutti i casi e senza eccezione contro i piccoli coltivatori perché sfruttati gli uni e sfruttatori gli altri, come sostiene il R. – maniera veramente singolare di attirarsi i piccoli coltivatori! – è il compito del P.C., ma quello di trovare la via migliore per risolvere un contrasto che non è affatto di natura essenziale, che è piuttosto quantitativo che qualitativo. Noi abbiamo indicato nelle tesi il sistema del contratto di compartecipazione proporzionale al prodotto, da sostituirsi a quello di salario. Potrebbe anche impiegarsi utilmente a tale scopo la «gleiende Lohnskala»; e altre forme razionali di contratto potrà suggerire via via l’esperienza.
Ma se alleanza vi dev’essere – e dev’esservi per ragioni politiche ed economiche – non ci si venga a dire che uno degli alleati, il salariato, abbia sempre e senza restrizioni il diritto di assalire l’altro! Questa sarebbe l’alleanza del mulo con la sella: e i contadini, che non affatto dei gonzi, capirebbero subito il significato di una tale «alleanza», e ce lo mostrerebbero passando alla controrivoluzione.
4. Due «ingenuità»
Una è quella, secondo il nostro criterio, di ritener possibile che i salariati rinunzino a lottare contro il piccolo proprietario-lavoratore per associarsi invece a questo nella lotta contro il Governo. Intanto, noi non abbiamo detto che questo fronte unico debba essere rivolto soltanto contro il Governo, ma anche, e in prima linea, contro i rappresentanti locali della borghesia parassitaria, contro i signori terrieri e i loro segugi annidati nelle amministrazioni locali per angariare tanto i proletari quanto i piccoli proprietari e addossare loro tutte le spese e i tributi locali, per usurpare gli uni e agli altri le terre e altre rendite comunali, ecc.; contro gli usurai di villaggio, contro le sanguisughe del piccolo commercio locale; e anche, naturalmente, contro il pretore che non fa mai giustizia ai poveri contro il maresciallo dei carabinieri che se la prende sempre coi poveri; ecc., ecc. Ed è un campo abbastanza vasto, e che, specialmente nel Mezzogiorno, tocca troppo da vicino la vita di ogni giorno, gli interessi immediati tanto del piccolo proprietario come del giornaliero, perché non sia possibile tentare di coalizzare su questo terreno di lotta i due elementi. Certo sarebbe più che ingenuo tentarlo con organizzatori che avessero al riguardo dei piccoli proprietari la mentalità del Ruggeri.
L’altra ingenuità sarebbe quella di credere possibile risolvere mediante arbitrato (si badi, dell’organizzazione locale di cui entrambe le parti contendenti sono inscritte) le controversie su cui piccoli proprietari-lavoratori e salariati non si siano messi d’accordo. Intanto, se tale arbitrato fallisse, non si farebbe altro che tornare allo stesso punto, da cui il R. vorrebbe partire sempre ed in ogni caso: la lotta. E l’organizzazione locale, e quindi il P.C. di cui essa segue le direttive, avrebbero sempre il merito e il prestigio d’aver tentato l’accordo tra due categorie di lavoratori non sfruttatori, anziché spingerne senz’altro una alla lotta. È poi sicuro il R. che tale azione di arbitrato fallirebbe sempre? Non abbiamo visto, nel 1919 e 1920, in Romagna, cioè nel paese in cui più aspre erano state le lotte tra piccoli coltivatori e bracciati, stabilirsi sotto la direzione del Partito socialista, allora ancora in parte rivoluzionario, il fronte unico tra loro?
Noi siamo invece profondamente persuasi che organizzazioni rurali ben guidate da capi che non abbiano pregiudizi e che abbiano capito lo spirito della tattica stabilita dall’Internazionale comunista verso i contadini, dirette da una Partito comunista ben disciplinato, in possesso di idee chiare e di precise direttive d’azione, possa raggiungere quell’accordo, quell’alleanza vera e onesta tra proletari e contadini, senza cui la rivoluzione proletaria difficilmente potrà entrare nel campo della realtà pratica, e se vi entra, assolutamente non potrà durarvi.
Questa convinzione è alimentata dalla coscienza, che il sempre più intensificato sfruttamento cui la casta capitalistica dominante dovrà tentare di sottoporre tutti coloro che lavorano, nel suo disperato sforzo di prolungare la propria agonia, farà stringere attorno alla bandiera comunista tutte le categorie oppresse, senza distinzione, convogliandole verso il fatale sbocco della rivoluzione socialista.
GIOVANNI SANNA
Tesi agraria e piccola proprietà
Ci piace rilevare come nella tesi agraria predisposta dai compagni Sanna e Graziadei, per il prossimo Congresso Nazionale è messa in buona luce l’importanza del movimento agrario nella politica generale del Partito: era una necessità specie dopo gli ammonimenti venutici dalla Russia e dalla Ungheria.
Preoccuparsi maggiormente della campagna e dei contadini: ecco uno dei capisaldi della politica del nostro Partito; non va dimenticato infatti che, se è vero che nelle città è accentrato il potere, è altrettanto vero che nelle campagne è fondamentalmente distesa l’economia, che è poi la sostanza della politica.
È pertanto opportuna e consigliabile la istituzione della Sezione Agraria nel seno dell’Esecutivo del Partito come propongono i relatori: Sezione che deve non solo provvedere alla propaganda e organizzazione, ma dare anche la coltura tecnica.
L’istruzione tecnico-agricola, non solo ci occorre per una preparazione generale di partito agli eventi dell’avvenire, ma per tutti i piccoli proprietari, per gli affittuari, i mezzadri, ecc., che sono essi stessi coltivatori e dirigono le loro aziende.
Va fissato subito il concetto che i piccoli proprietari, e sono milioni in Italia, se guadagnati al Comunismo, apporterebbero sottraendolo in più alla influenza dei controrivoluzionari, un elemento formidabile di patrimonio terriero disposto a seguire le sorti del nuovo regime e assieme un contingente notevolissimo di energie provate e predisposte psicologicamente e mentalmente, alla direzione tecnico-economica di aziende agrarie. Questo in contrapposto ai salariati agricoli che sono, è vero, degli elementi rivoluzionari di primo ordine, ma, appunto perché salariati e spessissimo specializzati, di difficile adattabilità a funzioni diverse dalla consuetudine, e quasi sempre poco adatti a dirigere la produzione di un’azienda.
Abbiamo richiamato subito un confronto fra piccoli proprietari e salariati perché è appunto nella diversa valutazione e diversa destinazione assegnata agli uni e agli altri dai relatori che troviamo una grave lacuna o deficienza della tesi.
A volere elencare anzi e riassumere le deficienze vere e proprie che noi rileviamo nella tesi agraria, possiamo segnare i seguenti punti: 1 – il non riaffermare, in un’occasione così solenne, che l’agricoltura ha una posizione preminente, in economia, di fronte alle industrie dato che queste effettivamente si alimentano e dipendono da quella (è istruttiva al riguardo anche l’attuale lotta degli industriali per indurre gli agrari a minori pretese sui prezzi delle loro materie prima); 2 – il mettere i piccoli proprietari al di sotto dei salariati e prospettare la piccola proprietà come destinata, di massima, ad essere assorbita dalla grande azienda. In tutta la tesi vi è come diffuso un preconcetto verso la piccola proprietà, vi è come disseminata l’idea di doverla sopportare e sospingere ad essere assorbita (Art. 15: «Lo stato proletario farà ai salariati agricoli condizioni tali di lavoro, di rimunerazione, di previdenza e tutela sociale che la loro situazione risulti superiore a quella del piccolo contadino autonomo, il quale così più facilmente si indurrà a passare anch’egli in tale categoria»); 3 – la distinzione troppo recisa e netta, quasi non vi siano interdipendenze sostanziali, tra grande e piccola proprietà; 4 – il non riconoscere e valorizzare gli elementi di economia agricola comunista già esistenti e consolidati nella psicologia delle masse contadine, specie montanare.
Le nostre obbiezioni basano, come si vede, su questi due elementi: l’importanza della piccola proprietà e diciamo meglio della piccola azienda e l’importanza degli elementi tradizionalmente comunisti della campagna. Lasciando per ora questo ultimo argomento che merita trattazione speciale, ci soffermeremo più che tutto sulla questione della piccola proprietà.
Giova rilevare anzitutto le caratteristiche della tecnica della produzione agricola in confronto dell’industria.
Nell’agricoltura entra in piccola proporzione l’elemento mano d’opera mentre gli elementi naturali (come terreno, concimi, acqua, calore, ecc.) vi hanno influenza dominante. Al contrario nell’industria propriamente detta entrano in parte quasi infinitesima gli elementi naturali e quasi tutto è mano d’opera e materia prima da lavorare. Di qui il carattere di estensività e di libertà di sviluppo delle produzioni agricole contro il carattere di raccoglimento, di intensitività e di sovrapposizione degli organi di produzione dell’industria (vedi l’ordinamento degli stabilimenti); quindi anche, nella agricoltura, la maggior difficoltà di collegamento e di dominio delle funzioni particolari e il bisogno di frazionamento in tante unità produttive.
Ne viene di conseguenza che, mentre in linea di massima e giustamente, la bottega del piccolo artigiano può essere classificata un non senso economico, la piccola azienda agricola, specie se dispersa nella pianura o sui dirupi della montagna, deve essere riconosciuta, in massima, come una necessità tecnica e quindi anche un elemento produttivo di primo ordine.
Questo, come diciamo, in linea di massima; e veniamo alle considerazioni particolari.
Un elemento che è spesso dimenticato nello studio dell’economia agraria è quello della interdipendenza tra la grande e la piccola azienda agricola.
La grande azienda agricola ha sempre aggregata a sé poca mano d’opera fissa e continuativa mentre ha poi i periodi di grande impiego di avventizi (zappature di cereali, mondatura risi, raccolte in genere); in questi casi assorbe, dai dintorni, gli operai agricoli che di solito sono poi piccoli proprietari (o mezzadri). Questi alla loro volta hanno stretto bisogno della grande azienda: per la monta taurina per es., per l’incubazione dei bachi, per l’irrigazione, per la segatura legnami, la macina d’olio, per la selezione delle sementi, ecc. All’infuori quindi e al di sopra della stessa volontà dei singoli c’è l’esigenza delle cose: il piccolo proprietario paga ma ricorre alla grande azienda; il grande proprietario paga, ma ricerca forze del piccolo coltivatore.
Ci sono poi dei rapporti speciali che non hanno minor importanza: il grosso proprietario che ha grandi coltivazioni di gelsi, da ai piccoli proprietari il seme dei bachi e la foglia per ricavare, unendo le molte forze dei piccoli, maggiore prodotto dai suoi terreni; dà talvolta il bestiame alla guadagna, pascolando così, coi capitali propri anche sulle disponibilità foraggere dei piccoli proprietari.
E i rapporti fra piccole e grandi aziende sono molteplici e più importanti di quanto comunemente si crede.
Ci siamo fin qui riferiti alle aziende agricole di pianura che hanno una loro propria fisionomia, sono prevalentemente industrializzate, con produzioni a ciclo breve (cereali, canapa, foraggi annuali, ecc.) e prevalentemente a conduzione e proprietà individuale. In montagna, dove le grandi aziende sono prevalentemente a base di produzione a ciclo lento e continuo (boschi e pascoli), con scarsissimo bisogno di mano d’opera, che sono nella maggior parte dei casi a conduzione e di proprietà collettiva (Comuni, Consorzi, Società), l’interdipendenza fra la grande e piccola azienda diventa una vera integrazione e compensazione, in natura, dei reciproci servizi.
Tale compensazione vi è spesso disciplinata da regolamenti, ma spesso anche è lasciata alla discrezione degli utenti il che non impedisce, e non sono rari i casi, che le cose procedano senza inconvenienti e senza danno all’economia produttiva. Intanto si ha risparmio notevole nelle spese di direzione, di sorveglianza, di scritturazione, ecc.
È in questo campo che è visibilissima la possibilità, la necessità anche di coesistenza della piccola e grande azienda della piccola e grande proprietà.
Intanto non v’è chi possa mettere in dubbio che là dove sono dislivelli, discontinuità e delimitazioni naturali del terreno non si debbano stabilire e far vivere delle piccole aziende. Ma dove bisogna fissare bene l’attenzione è nel fatto che, tanto in pianura che in montagna le grandi e le piccole aziende si integrano e si aiutano a vicenda. Ora, ammesso questo principio di funzionamento tecnico, bisogna praticamente intendere che anche in regime comunista si dovranno stabilire aziende grandi – grandi quanto la tecnica agraria premetta secondi i singoli casi – e ai margini ed a completamento di esse, tutte quelle piccole aziende che contribuiscano a sfruttare maggiormente il complesso della superficie terriera come pure per soddisfare il bisogno di collocamento delle famiglie.
La piccola proprietà, che così spesso e grossolanamente si condanna, ha poi degli elementi di reddito e di tornaconto misconosciuti, ma non pertanto di grande portata ed è per questo che colla stessa unità di terreno, essa riesce a dare, se bene organizzata, maggiore prodotto e maggiore utilità pratica che non la grande proprietà.
Si potrà essere contrari fin che si vuole, ma i fatti sono questi: che essa rende possibile l’utilizzazione di tutti i ritagli di tempo e anche delle forze minime della famiglia e triplica la produzione colle successioni delle colture senza mai lasciar scoperto il terreno, colle intense concimazioni, le irrigazioni e perfino la sovrapposizione delle coltivazioni (arboree ed erbacee nello stesso tempo e nello spazio di terreno).
Questo nel fatto e come elementi palesi a tutti, mentre l’elemento fondamentale dell’economia di tutta la piccola azienda è costituita dal fatto della permanenza del piccolo coltivatore sul suo pezzo di terreno. Permanenza che vale e significa: evitare un dislocamento notevole di mano d’opera come avviene giornalmente nelle grandi aziende; evitare il trasporto di attrezzi e materie; permettere la consumazione sul posto di gran parte dei prodotti e quindi evitare il trasporto al centro di prodotti e di materie concimati dal centro alla periferia.
È abbastanza noto il segreto del tornaconto degli allevatori di pecore nei latifondi e nelle lunghe emigrazioni: il piccolo animale trasforma l’erba che bruca direttamente in lana ed in carne. La piccola proprietà è un po’ come la pecora e prepara alla mensa del coltivatore l’alimento col minimo di dispendio possibile.
La grossolana guerra mossa fin qui, anche nel vecchio Partito socialista, alla piccola azienda e piccola proprietà non ha mani tenuto conto degli elementi più sopra ricordati e per i quali è evidente che la piccola proprietà dà un minimo peso ai servizi dei pubblici trasporti, di manipolazioni e scambi per cui, in definitivo, sulla bilancia della pubblica economia, essa non è seconda alla grande azienda.
Ha un lato veramente detestabile e rovinoso la piccola proprietà ed è quello di favorire nell’individuo la tendenza ad appartarsi a vivere indipendentemente e bastare a sé medesimo, svincolandosi, con l’avvicinare la produzione al consumo, dal giogo del prezzo del mercato: crea la diffidenza verso i confinanti e così approfondisce sempre più le radici dell’egoismo; intanto i muri, le reti, le siepi, i sentieri si moltiplicano a dismisura con grave impiego e perdita di capitale e con danno alla stessa materiale produzione del terreno; costringe così anche la psicologia del piccolo coltivatore ad arretrare verso concezioni economiche e morali da medioevo. Tutto ciò è verissimo ma ciò è pure destinato a sparire come per incanto per cui le grandi tenute non saranno più in mano allo speculatore privato, ma allo Stato o al Comune o alla Cooperativa; per cui tutti i vecchi pesi alla piccola proprietà (come fitti, livelli, ipoteche, ecc.), cesseranno; per cui la grande azienda sarà obbligata a mettersi in rapporto colla piccola e per cui i benefici dei pubblici servizi (energia elettrica, strade, teleferiche, scuole e servizi medici, ecc) dovranno estendersi intensamente dovunque. Cesserà naturalmente, anche il giogo ferreo del prezzo del mercato per vendite per le compere.
Sarà quella una vera liberazione che, permettendo la visione di una vita migliore, predisporrà anche l’animo dei piccoli coltivatori a nuovi adattamenti che saranno necessari per il riordino della piccola proprietà.
E passiamo alla questione della proprietà propriamente detta, cioè della libera disponibilità dei terreni.
Premettiamo che né in Russia, né nei nostri programmi di Partito è insegnato ed affermato che famiglia, casa e piccolo corredo patrimoniale di famiglia debbano essere aboliti. Nel manifesto stesso di Marx e di Engels è lamentato ed elevato ad accusa il dissolvimento e la corruzione che lo sfruttamento industriale esercita sulla famiglia; ora vale la pena di riaffermare una volta ancora che il piccolo bene di famiglia dovrà sussistere, come dovranno sussistere casa e famiglia e formare dovunque, specie nell’ambito agricolo, le fondamentali cellule sociali ed economiche.
Ma nell’ambiente dell’azienda familiare, e nel caso nostro della famiglia contadina vanno riconosciuti e distinti due elementi: vita della famiglia e gestione dell’azienda agricola.
Questa ultima è la parte che nella piccola proprietà ha obblighi di carattere generale e pubblico e quindi dovrà ammettere anche una certa ingerenza della legge.
Tale ingerenza però dovrà limitarsi più ci si allontana dai centri per portarsi verso le distese campestri o verso i dirupi delle montagne. Colà i piccoli proprietari sono le vere forze pioniere, sono i Robinson Crosuè che vanno a costituire le prime cellule delle future aziende agricole, grandi o piccole non si sa ancora; sono i benemeriti dell’appoderamento fondamentale e vanno premiati e incoraggiati con la libertà assoluta di poter disporre dei terreni che possiedono. Questa libertà è, in effetti, la proprietà del concetto attuale e corrente. In regime comunista i terreni dei piccoli coltivatori, all’infuori del riscatto o modificazioni imposte dalle più grandi linee tecniche delle aziende avvenire, dovranno essere lasciati liberi dai balzelli in compenso dell’attaccamento e permanenza di forze produttive su di essi; di essi terreni che non sono ancora, e forse anche non saranno mai, adatti alla gestione industrializzata e collettiva.
Sul tema della piccola proprietà crediamo di poter facilmente concludere: che essa, in regime comunista, andrà bensì corretta e disciplinata, ma ritenuta come branca indispensabile della nuova economia agricola; che, nonché difficile, sarebbe un errore grave volerla distruggere o anche solo menomare; per ragioni di tecnica produttiva in quanto interpreta pienamente il carattere di estensività della agricoltura e relativo discentramento e fissazione delle forze; per ragioni sociali in quanto, non potendosi influire sul numero degli abitanti di un paese è pur giocoforza costringere la natura ad accoglierli tutti e tutti nutrice sovraccaricando il meno possibile di servizi pubblici di dislocamento e trasporto; per ragioni di elevazione anche morte della famiglia che nei grandi concentramenti delle città e dei quartieri annessi alle grandi aziende è terribilmente corrosa e pregiudicata.
La guerra europea ha precipitato la rivoluzione russa ed ha preparato nella psicologia umana un substrato rivoluzionario che può darci in brevissimo delle sorprese e dei movimenti impensabili; d’altronde bisogna riconoscere che l’ambiente agricolo (specie nella psicologia degli individui) è meno predisposto e pronto che quello industriale per un integrale mutamento e nuova radicale sistemazione.
Abbiamo l’obbligo di essere pratici e di tenere in gran conto degli esperimenti altrui. L’ultimo Congresso Panrusso ammettendo che «i terreni non possono in alcun modo venire comprati e venduti» esplicitamente dichiara: «non dobbiamo credere che le Comuni agricole già create in numerosi villaggi, costituiscano l’unica base del nuovo sviluppo agrario. Ai contadini deve essere accordata una certa libertà di scelta fra le varie forme che possono essere adottate: Comune agricola, azienda particolare, cooperativa fra contadini». Nel concetto dell’azienda particolare e nella cooperativa fra contadini, entra, secondo il nostro modo di vedere, la sostanza della nostra piccola proprietà.
G. FRANCESCHI