Giornate di laboriose e utili discussioni al Congresso del Partito
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Il dibattito sulle tesi per la questione agraria
ROBERTO nel dichiarare aperta la seduta pomeridiana nota che alcuni compagni intervengono alle sedute osservando poco la puntualità degli orari e li esorta a non cadere in seguito in questo atto di … indisciplina.
SPORTELLI, segretario della Commissione agraria, legge il verbale delle discussioni svoltesi in seno alla Commissione.
Finita la lunga lettura, ROBERTO ricorda ai compagni congressisti che le discussioni svoltesi nelle commissioni debbono aver sgombrato il terreno da tutte le questioni di dettaglio, cosicché gli oratori dovranno intrattenersi sulle questioni generali, per non protrarre troppo oziosamente la discussione.
Il relatore
SANNA, relatore, inizia il suo dire ricordando ai compagni che la questione agraria, come ogni altra questione, è affrontata dal Partito comunista con serietà di intenti e concretezza di modi assolutamente sconosciuti ad altri partito cosiddetti proletari.
Entra immediatamente in merito alla questione, e riferendosi ai dibattiti svoltisi in seno della Commissione, espone il punto fondamentale dal quale sono partiti i relatori nel compilare le loro tesi ed il diverso opposto atteggiamento di una minoranza della Commissione.
Di fronte al problema dell’atteggiamento del Partito comunista di fronte alle masse agrarie, i relatori hanno completamente messo da parte ogni possibile illusione riguardante la immediata totale socializzazione della terra subito dopo la conquista del potere da parte del proletariato. Perché questo possa accadere è necessaria la preesistenza di condizioni tecniche in realtà assolutamente mancanti. A tal proposito chiarisce il concetto di grande azienda dissipando le incertezze di coloro che credono, ad esempio, essere grande azienda un latifondo coltivato con i mezzi più primitivi e rudimentali.
Spiega che i relatori accettando la opportunità, o meglio la necessità di non ostacolare lo sviluppo delle piccole aziende agrarie, non potevano ignorare che il conduttore della piccola azienda è legato allo stato proletario che gli concede nei limiti opportuni, il possesso e non la proprietà della terra; ed anche che il possesso è regolato da norme che rendono vane tutte le preoccupazioni di coloro che temono possa il conduttore della piccola azienda trasformarsi in proprietario.
Ma per la socializzazione della terra non mancano soltanto – nella più gran parte dei casi – le preliminari condizioni tecniche; mancano anche le premesse spirituali. Finché la massa dei coltivatori non sente il bisogno della socializzazione sarebbe impossibile generalizzare l’organizzazione della produzione in forma cooperativa.
Per questi motivi i relatori, pur essendo, né potrebbe essere altrimenti, convinti della necessità e della possibilità di socializzare il maggior numero di aziende possibili, hanno escluso nelle loro tesi che tale possibilità possa essere «imposta» anche là dove oggi si è lontanissimi dall’esistenza di ogni condizione preliminare sia tecnica che spirituale.
Qui l’oratore comincia ad elencare e discutere le obiezioni mossa tale tesi.
Si è obiettato: facendo concessioni ai piccoli proprietari, voi correte il rischio di rallentare lo spirito rivoluzionario del proletariato agricolo.
L’obiezione non è del tutto infondata, ma è esagerata nella sua portata. I comunisti hanno bisogno dei contadini, intendendosi per contadino colui che lavora terra propria. Ma non è possibile stringere alleanze senza reciproche concessioni. Sia pure con dolore i comunisti debbono fare concessioni ai contadini e ai conduttori di piccole aziende, ben inteso, salvaguardandosi dal pericolo proveniente da ogni esagerazione.
Altra obiezione, opposta alla prima, ma assai meno fondata, è stata quella che han mosso alcuni compagni convinti che dalle tesi risultasse una eccessiva compressione della classe dei contadini e dei piccoli proprietari, per avvantaggiare i salariati. È logico e giusto che una diversità di trattamento ci sia, perché tutto lo sforzo dei comunisti consiste nel tendere a sollevare le sorti del proletariato sia agricolo che industriale, perché in esso sono riposte le maggiori e più combattive forze della rivoluzione proletaria.
Ma è certo che il problema dei rapporti fra salariati e piccoli coltivatori autonomi debba profondamente interessare i comunisti; i quali debbono preoccuparsi di eliminare i conflitti fra gli uni e gli altri. Questo compito è arduo, ma non impossibile. Non esiste fra le due categorie il conflitto che è fra chi lavora e chi non lavora, e si attribuisce il profitto di chi lavora. Salariati e piccoli coltivatori autonomi sono lavoratori. Se esistono contrasti fra loro, essi non sono contrasti fra classi opposte; ma potrebbe piuttosto parlarsi di concorrenza fra lavoratori.
A questo proposito l’oratore ricorda che nel periodo di massima effervescenza rivoluzionaria del dopo guerra, mezzadri e giornalieri si trovavano d’accordo nella lotta contro i proprietari; i mezzadri aumentavano il salario dei giornalieri, ed insieme pretendevano migliori condizioni dai proprietari. Invece il Partito socialista approvò nel suo Congresso di Bologna ed attuò su vasta scala una tattica agraria tendente alla proletarizzazione dei piccoli proprietari, per trasformarli in braccianti: questa tendenza risultò attrito fra mezzadri e braccianti.
Il relatore dichiara a questo punto che egli deliberatamente non si rafferma sulla trattazione generale del problema agrario, perché senza dubbio tutti i compagni congressisti hanno letto e studiato le tesi. Mentre in rilievo la necessità per il Partito comunista di occuparsi attivamente e concretamente della questione agraria. Nota che finora il Partito comunista d’Italia è stato costretto ad occuparsi quasi esclusivamente del proletariato industriale; ma senza dubbio si provvederà alle inevitabili lacune fino esistenti, ed è fin superfluo accennare all’enorme importanza che per il Partito comunista ha la propaganda attiva e fattiva nelle campagne. L’oratore cita una frase di Rosa Luxemburg: «Noi siamo al principio dei principii» per affermare che se molto c’è da fare, con ogni energia bisogna darsi al lavoro.
L’oratore accenna poi alle modificazioni delle tesi, modificazioni quasi tutte non molto notevoli, proposte dai compagni durante le discussioni in sede di commissione.
Il compagno Srebernich aveva in verità proposto una radicale potatura delle tesi. Egli avrebbe voluto sopprimere molti e larghi brani, allo scopo di non far apparire che i comunisti son convinti della impossibilità di procedere, immediatamente dopo la conquista del potere, alla totale socializzazione della terra. Il compagno Srebernich, riferendosi all’affermazione di Marx circa l’impossibilità di addivenire alla socializzazione delle industrie, prima di socializzare la terra, ne concludeva in modo radicalmente opposto a quello dei relatori. Il compagno Sanna fa notare al compagno Srebernich che Marx nell’esprimersi in tal modo non intendeva riferirsi alla fase immediatamente successiva alla conquista del potere politico da parte della classe proletaria, ma intendeva parlare di una fase di gran lunga posteriore: di quella cioè in cui il programma comunista potrà essere totalmente realizzato.
Altra proposta di modifica alle tesi è stata avanzata dal compagno Franceschi; il quale preoccupandosi degli avanzi di «comunismo primitivo», riguardanti i diritti in talune zone esistenti di uso collettivo di boschi, pascoli, ecc., proponeva che nelle tesi si facesse cenno di ciò e che anzi di affermasse essere intendimento dei comunisti il dare incremento a queste primitive forme di comunismo. I relatori hanno accettato di riconoscere il perpetuarsi di questi diritti, ma non hanno creduto opportuno far loro la seconda parte delle proposte del Franceschi. Cosicché è stato aggiunto alla tesi 9 il seguente periodo:
«Le aziende collettive e gli usi collettivi già esistenti saranno conservati subordinatamente alle necessità tecniche».
Dal compagno Scaffidi è stato proposto che della Sezione Agraria del Partito comunista facciano parte rappresentanti delle singole zone agrarie e che in ogni zona agraria sia costituita una Sezione regionale della Centrale Agraria del Partito comunista. Ad evitare inutile burocratizzazione, i relatori hanno accettato invece che la Sezione Agraria si faccia promotrice di Comitati locali eletti dai compagni del luogo; e ciò anche per incrementare la spinta dal basso che, provenendo dalle masse, e convergendo verso la dirigenza del movimento comunista, dia freschezza e spontaneità al nostro movimento.
Il relatore accenna poi ad alcune proposte di scarsa importanza che sono state respinte; e ne spiega dettagliatamente il perché.
Il compagno Sanna conclude la sua schematica ma lucida esposizione ricordando ancora una volta al Congresso che i relatori nella compilazione delle tesi non si sono sforzati di trovare l’impossibile, cioè la ricetta per ottenere immediatamente la socializzazione della terra, ma si sono preoccupati di ricercare sul terreno della realtà la via migliore per far sì che il proletariato industriale nella sua lotta per la conquista e la conservazione del potere politico abbia favorevoli, o il meno possibile ostili, tutte le categorie di lavoratori della terra. (Applausi prolungati).
Una relazione di minoranza
SCAFFIDI, relatore per la minoranza, comincia col ricordare i concetti cui si sono attenuti i relatori nel compilare le tesi agrarie. L’oratore dichiara di aver provato vivo dolore nel leggere le tesi, perché gli è sembrato che i relatori si siano troppo allontanati dal programma comunista, che in tema agrario dovrebbe perseguire esclusivamente l’immediata socializzazione della terra.
L’oratore vede un grave pericolo nel fatto che ai contadini si concede l’uso ed il libero possesso della terra, perché i contadini saranno irresistibilmente portati a desiderare e pretendere di diventar proprietari della loro terra, perpetuando così persino il diritto di ereditarietà.
Altro pericolo l’oratore vede nella diversità di condizioni fra i lavoratori delle grandi aziende agrarie ed i piccoli proprietari: questo fatto condurrebbe, egli dice, al determinarsi di una lotta fra lavoratori.
Trattando della questione del latifondo, l’oratore dichiara che egli non sa spiegarsi come mai lo Stato proletario dovrebbe addivenire al frazionamento della terra in tante piccole parti, mentre invece si potrebbe coltivare la terra mettendo in comune gli strumenti e la forza lavoro.
Traendo esempio dalla sua Sicilia l’oratore conclude insistendo sulla sua tesi circa la necessità della conduzione cooperativa della terra, laddove non sarà possibile organizzare l’immediata socializzazione.
TASCA accetta completamente le conclusioni dei relatori. S’intratterrà su alcune questioni di dettaglio che pure hanno la loro grande importanza. Riferendosi a quanto poco prima ha detto il compagno Scaffidi, ma non accettandone le vedute, nota che il sistema cooperativo potrà favorire la laboriosa opera di penetrazione dei comunisti nelle campagne.
Si sofferma lungamente a confrontare la situazione agraria in Russia con quella italiana, deducendone che in Italia lo Stato proletario incontrerà assai minori resistenze nella campagna di quelle che sono state costretti ad affrontare i compagni di Russia; per il fatto che in Italia la rottura del fronte economico fra città e campagna è quasi impossibile, perché fittissima è la rete di rapporti economici e spirituali che legano la campagna alla città. A questo proposito si sofferma a considerare la psicologia e la posizione economica dei contadini piemontesi, che l’oratore ha potuto esaminare molto d’appresso.
A questo proposito l’oratore dimostra che il problema agrario nel primo periodo della dittatura proletaria non tanto si presenta come un problema di produzione, ma piuttosto come un problema di distribuzione. Un troppo brusco turbamento o soluzione di continuità nei rapporti di scambio fra campagna e città porrebbe necessariamente i contadini contro la città, perché essi si vedrebbero costretti a dare i prodotti della terra, senza avere in contraccambio tutto ciò che loro abbisogna e che solo la produzione industriale può loro dare. Sarà quindi necessario che il proletariato industriale si impossessi rapidamente e completamente del delicato congegno della distribuzione.
L’oratore tratteggia la necessità di formulare un programma completo di politica agraria, per cointeressare i contadini sul terreno favorevole della lotta quotidiana, al movimento comunista.
Dimostra la necessità e l’utilità della industrializzazione agraria in Italia. Egli crede che la prima fase della industrializzazione agraria non tanto consisterà nello sviluppo delle grandi aziende per la lavorazione collettiva e moderna della terra, quanto nel diffondersi e nell’ampliarsi delle industrie per la lavorazione dei prodotti della terra (caseifici, pastifici, ecc.).
SANNA nota che il compagno Tasca parlando della rassicurante interdipendenza tra città e campagna, poteva riferirsi – ed egli stesso in parte lo ha detto – al Piemonte, alla Lombardia e ad altre zone assai progredite dell’Italia settentrionale. Ma nell’Italia centrale e meridionale, purtroppo, tali favorevoli condizioni non esistono. I comunisti, se non vogliono prepararsi delusioni, debbono attendersi d’incontrare gravi ostilità da parte delle classe contadine.
Circa lo sviluppo delle cooperative agrarie nota che se nelle tesi l’argomento non è stato troppo approfondito ciò dipende dal fatto che i relatori si sono preoccupati soprattutto della tattica che il Partito comunista deve seguire oggi di fronte al problema agrario, senza approfondirsi troppo nell’esame del problema agrario quale si presenterà ai futuri dirigenti dello Stato proletario.
TASCA – Ma io parlavo anche di oggi!
SANNA – E nelle tesi si accenna ampiamente allo sviluppo delle cooperative agrarie.
Circa la necessità di formulare un programma completo di polizia agraria, ricorda che nelle tesi i fondamenti di esso sono già contenuti; ma il compito di scendere nei dettagli spetterà a coloro che nel Partito comunista cureranno lo sviluppo della propaganda agraria.
Rispondendo alla osservazione di Scaffidi nota che i piccoli proprietari non saranno temibili, perché essi rappresentano, pur essendo numerosi, una forza trascurabile di fronte al complesso e saldo congegno dello Stato proletario.
TROMBATORE accenna alla questione del latifondo, preoccupandosi della possibilità che il suo spezzettamento possa determinare la costituzione di tanti piccoli proprietari.
Si preoccupa della necessità di ricostituire le leghe contadini nelle zone battute dal fascismo. Annunzia al Congresso che i compagni di Roma lavorano con molta energia per dare al Partito comunista solide basi nella campagna.
La votazione
RAMAZZOTTI propone che le tesi siano approvate a mezzo di appello nominale.
Messa ai voti la proposta è approvata.
ROBERTO mette quindi ai voti i due ordini del giorno pervenutigli, dei quali dà lettura. Il primo presentato dal GERMANETTO e MORTARE suona così:
«Il Congresso approva le tesi agrarie presentate ed illustrate dai relatori e passa all’ordine del giorno».
Il secondo ordine del giorno presentato dal compagno SCAFFIDI a nome nella minoranza suona così:
«La commissione per la questione agraria, considerato che comunismo significa comunizzazione dei mezzi di lavoro; che a tale comunizzazione si ritarderà (se pur giammai si potrà ad essa pervenire) dando ai contadini in uso e libero possesso la terra che essi coltivano attualmente o che potranno coltivare perché essi tenderebbero a diventare proprietari, facendo così perdurare i sistemi borghesi di eredatarietà, ecc.; che si verrebbero a distogliere i contadini che attualmente lavorano in aziende agrarie a tipo industriale, dal continuare in questo lavoro, poiché esigevano anch’essi di avere una terra in uso e libero possesso, che volendo – sia pure in un secondo momento – indurre i contadini, che hanno avuto la terra in libero uso e possesso, a costituire aziende a conduzione collettiva ponendoli in condizione di inferiorità di fronte a quelli che il lavoro collettivo della terra avranno liberamente accettato, la qual cosa porterebbe contro lo Stato non indifferenti forze contadine; che accettando le conclusioni sulla questione agraria presentate dal C.C. non una società comunista si verrebbe a costituire, ma una società piccolo-borghese; delibera di proporre al Congresso che il P.C. nella propaganda e in tutti i suoi atti, si attenga alle finalità della immediata ed integrale socializzazione della terra. – Scaffidi.
SESSA chiede se si voterà per delegati o per rappresentati.
AZZARIO ricorda che il regolamento del Congresso lascia libertà ai congressisti di decidere in merito.
RAMAZZOTTI propone che si voti per rappresentati.
FERRARI si associa.
ROBERTO mette ai voti la proposta Ramazzotti.
La proposta è approvata.
Si procede quindi all’appello nominale.
Le tesi agrarie sono approvate dal Congresso alla quasi unanimità, con 980 voti contrari.
Le modifiche allo Statuto
Appena termina la votazione sulle tesi agrarie, si passa alla discussione dello statuto del Partito comunista.
BELLONE riferisce in merito alle modifiche dello statuto. La Commissione si è trovata in massima d’accordo con le riforme apportate dalla precedente Commissione di studio, riforme suggerite dalla esperienza di un anno di vita di partito. La prima modificazione sostanziale riguarda la istituzione del Gruppo laddove non si può formare, per mancanza del numero regolamentare di compagni, la Sezione. Il gruppo sarà formato di almeno cinque compagni i quali eleggono un fiduciario che fa capo alla Sezione più vicina. Altra riforma riguarda la scelta di candidati alle cariche pubbliche i cui nomi verranno scelti dai Comitati federali riuniti in quelle circoscrizioni che comprendono più Federazioni, e dal Comitato federale laddove v’è una sola Federazione. Il Comitato Esecutivo delle Sezioni viene portato da tre a cinque membri. Bellone aggiunge che si è sentita la necessità di non limitare la giurisdizione delle Federazioni ai confini provinciali, ma di dover costituire delle zone. Però non avendo tutte le Federazioni inviato a tempo le opportune indicazioni, la Commissione ha stabilito di chiamare i delegati delle singole zone per procedere prima che il Congresso si sciolga alla costituzione delle nuove zone.
Sulle su esposte modifiche prendono la parola: PRESUTTI, ARACCO, GRIECO il quale rende noto che oltre a quelle annunziate, che sono le principali, vi sono altre modificazioni.
In seguito si procede alla lettura degli articoli modificati. Parlano FERRARI e SARTORI.
CORNELI a nome della Federazione di Ancona – Ascoli Piceno propone che il Comitato Centrale venga formato di rappresentanti di tutte le regioni e ciò per un maggior collegamento ed una migliore conoscenza delle situazioni locali. Contro questa proposta prendono parola POZZOLI e D’AGOSTINO e si decide, su proposta Presutti, di tener conto di questa disposizione nei limiti della possibilità.
FERRARIS crede di trovare una incompatibilità fra le qualità di deputato e quella di membro del Comitato Centrale e propone che chi ricopre una delle due cariche sia escluso dall’altra.
Ma dopo l’opposizione di parecchi congressisti Ferraris non insiste nella sua proposta.
Dopo di che le modifiche allo statuto vengono completamente approvate ed il Congresso viene rimandato a domani alle ore 10.
L’azione del Partito nei Sindacati
La relazione Ferrari
La seduta antimeridiana di oggi viene aperta alle 10 dal presidente BELLONI il quale comunica che verranno discusse le tesi sull’azione del Partito comunista nei Sindacati, in base alle conclusioni della Commissione apposita.
Alcuni compagni vogliono spiegare il motivo della loro assenza al momento del voto sulle tesi agrarie.
ROBERTO li invita a dare queste spiegazioni per iscritto alla Presidenza.
IVALDI chiede che prima delle tesi sull’azione sindacale si discutano quelle sulla tattica generale del Partito.
Dopo spiegazione del PRESIDENTE la proposta Ivaldi, messa ai voti, non viene approvata.
Ha la parola il compagno on. Enrico FERRARI, relatore della Commissione. Egli incomincia col dire che avrebbe preferito che la discussione sindacale fosse preceduta da quella sulla tattica generale, dato i punti di interferenza e poiché alcuni problemi considerati nelle tesi sindacali dovranno senza dubbio venire riesaminati a proposito della tattica. Invita il Congresso a tener presente questa cosa.
Fatta questa premessa egli dichiara che la Commissione lo ha incaricato di fare una relazione generale sopra l’esito dei suoi lavori, ma aggiunge che la sua relazione dovrà essere integrata da successive dichiarazioni dei relatori Gramsci e Tasca su argomenti di indole particolare.
La Commissione ha approvato il corpo delle tesi sindacali, ritenendo che il principio a cui esse sono informate è rispondente ai principi generali del Partito e alle necessità della situazione attuale. Il relatore si soffermerà sopra i punti intorno ai quali è sorta controversia.
La conquista delle minoranze
La più importante controversia è sorta per una affermazione contenuta nella tesi ottava, dove si dice che i comunisti non possono partecipare come minoranza se non agli organismi i quali non abbiano compiti esecutivi. Gli stessi relatori hanno proposto una modifica nella quale si dice che i comunisti «se minoranze accettano cariche negli organismi ovunque ciò sia un diritto consacrato dagli statuti sindacali e sia per decisione delle masse organizzate, quando però l’azione di tali minoranze possa poggiare sull’apparato specifico di controllo del Partito sul movimento sindacale».
Il relatore spiega che lo spirito di questo emendamento è che d’ora in avanti i comunisti non solo concedono la rappresentanza alle minoranze, ma chiedono essi stessi di essere rappresentati come minoranza in tutti gli organismi sindacali sia deliberativi che esecutivi, e così pure nelle Commissioni interne di fabbrica. L’emendamento è stato approvato dalla maggioranza della Commissione, ma vi è stata una minoranza dissenziente.
La discussione è stata particolarmente vivace per quello che riguarda le Commissioni interne di fabbrica.
La maggioranza nell’approvare il nuovo principio ha creduto di interpretare ed applicare opportunamente alla situazione dei Sindacati la tattica generale del nostro Partito, secondo la quale i comunisti debbono prendere attiva parte alla vita di tutti gli organismi proletari per portare in essi la loro parola d’ordine e per farvi opera di critica e di controllo.
La minoranza oppositrice invece ha sostenuto che il partecipare insieme con gli avversari all’azione degli organismi di carattere esecutivo, si risolverebbe in un danno perché coinvolgerebbe in modo pericoloso la responsabilità del nostro Part. di fronte alle masse. Questa minoranza ha nominato un suo relatore il quale esporrà direttamente al Congresso i motivi del dissenso.
Il compagno Ferrari si sofferma a parlare ancora delle condizioni alle quali deve ad ogni modo essere subordinata la partecipazione dei comunisti, come minoranza, agli organismi direttivi sindacali e spiega che la intenzione di coloro che hanno presentato l’emendamento e di coloro che lo hanno approvato è di fare della rappresentanza delle minoranze una questione di principio da agitarsi di fronte alle masse per chiedere che essa venga riconosciuta come un diritto e sancita negli statuti degli organismi sindacali.
Soltanto quando abbia avuto luogo questo riconoscimento di un diritto, e quindi soltanto là dove la rappresentanza delle minoranze sia garantita da precise norme statutarie i comunisti dovranno combattere per ottenerla. D’altra parte è necessario che le nostre minoranze rappresentino effettivamente un movimento di masse le quali seguano organicamente le nostre direttive.
Per l’unità sindacale
È stato pure discusso in sede di Commissione un altro argomento, e cioè quale deve essere la base organizzativa dell’unità sindacale nell’attuale situazione italiana. Il problema era stato risolto dal nostro Partito fin dal primo momento della sua costituzione riconoscendo come base della unità sindacale la Confederazione del lavoro. Ad un certo punto però si era manifestata una corrente la quale credeva che invece della Confederazione si potesse rivolgere l’attenzione all’Unione Sindacale, organismo che nonostante lo scarso numero dei suoi aderenti aveva saputo cattivarsi la simpatia delle masse, con la famosa sua adesione alla Internazionale di Mosca. Dopo gli ultimi deliberati del Congresso dell’Unione Sindacale ogni dubbio in proposito è scomparso, essendo apparso chiaramente a tutti che l’Unione Sindacale non può più essere considerata come un organismo che si proponga di inquadrare il proletariato sulla base della lotta di classe, ma è semplicemente una conventicola personale. Resta quindi fermo che per il Partito comunista base dell’unità organizzativa del proletariato italiano è la Confederazione generale del lavoro.
Naturalmente, prosegue a dire il relatore, alle tesi sono state proposte qua e là delle aggiunte e delle modificazioni. Così dopo la tesi decima, dove appunto è contenuta l’affermazione che la Confederazione del lavoro è da noi considerata come base dell’unità organizzativa del proletariato italiano si è creduto bene di aggiungere alcuni punti nuovi dedicati all’esame della situazione che si è creata in seguito alla costituzione dell’«Alleanza del Lavoro» e si è dato incarico al compagno Gramsci di formulare questi nuovi punti. Egli stesso riferirà in merito ampiamente al Congresso. La Commissione per l’esame delle tesi sindacali si è manifestata dell’opinione che l’«Alleanza del Lavoro» deve essere considerata come un organismo il quale se oggi è sorto unicamente a difesa delle conquiste già realizzate dal proletariato, potrà forse domani diventare strumento di azione e di conquista rivoluzionaria.
Discutendosi della tesi 19 si è esaminata ancora una volta la situazione interna dell’Unione Sindacale Italiana in relazione con l’atteggiamento dei comunisti che ancora ne fanno parte. Dopo l’ultimo Congresso di questa organizzazione non si può più parlare nei riguardi dell’Unione Sindacale di una benevola attesa dei comunisti. Gli inscritti al nostro Partito i quali sono nelle sue file saranno quindi tenuti d’ora in poi ad iniziare in essa l’opera di costituzione dei Gruppi limitando però questa opera a quelle Sezioni nelle quali non esiste una rappresentanza della corrente, manifestatasi nel recente Congresso di Roma, che sostiene la necessità di fare aderire tutto l’organismo alla Internazionale dei Sindacati Rossi. Dove una rappresentanza di questa corrente esiste i comunisti debbono collaborare con essa contribuendo a farle ottenere la maggioranza.
Un altro problema del quale ci si è occupati è quello della parola d’ordine che deve essere lanciata ai comunisti che sono organizzati nelle file dell’Unione Italiana del Lavoro. In alcuni luoghi questa organizzazione non ha alcun seguito tra le masse, altrove invece essa possiede delle Camere del Lavoro e delle Leghe alle quali aderiscono dei proletari. Il relatore ricorda a questo proposito la situazione di Roma, di Forlì, di Cesena, di Parma e così via. La Commissione ha discusso a lungo se i comunisti debbono uscire dalle file dell’Unione Italiana del Lavoro ed ha tenuto conto soprattutto delle difficoltà che ostacolano una simile uscita, decidendo infine di permettere ai comunisti la permanenza nell’Unione del lavoro purché essi inizino nelle sue file la costituzione dei nostri Gruppi. Altre modificazioni sostanziali alle tesi non sono state fatte.
Una lunga discussione si è svolta intorno al problema della burocrazia sindacale. Tutti i compagni i quali partecipano al nostro movimento attraverso l’organizzazione sindacale si sono convinti che la forza dei nostri avversari si concentra nella casta dei funzionari. Essi in pari tempo sono preoccupati di far sì che la costituzione di una simile casta di funzionari non possa aver luogo tra le nostre file perché ciò vorrebbe dire una degenerazione del nostro movimento che noi vogliamo sia mantenuto sul terreno dell’azione di massa.
Esposti questi punti particolari il compagno Ferrari informa il Congresso che le discussioni della Commissione sindacale sono state improntate tutte alla più grande cordialità e che la Commissione stessa approverà le tesi nel modo come essa gliele presenta, compirà azione efficace in quanto darà al nostro movimento le direttive per uno sviluppo conforme con i principi del Partito e dell’Internazionale Comunista. Egli invita quindi il Congresso ad approvare le tesi come sono state emendate.
L’emendamento all’art. 8
BELLONI – Ha la parola il compagno Tasca.
TASCA dice che i congressisti non dovranno lagnarsi se la discussione delle tesi sull’azione del Partito nei Sindacati occuperà una parte notevole nei lavori del Congresso. Tutti infatti debbono essere convinti che l’attività sindacale ha per noi una importanza grandissima, può anzi essere considerata come il centro del nostro movimento, e tanto più importante sta per diventare in seguito alla costituzione dell’«Alleanza del Lavoro». Premesso ciò egli viene a trattare il modo particolare dell’emendamento apportato alla tesi 8° relativa alla partecipazione dei comunisti come minoranza negli organismi direttivi sindacali. Ricorda che l’emendamento è stato proposto dagli stessi relatori e che, in conseguenza di ciò il Congresso sarà chiamato a votare su di esso anziché sulla tesi originaria.
I relatori sono stati indotti a modificare il loro primitivo punto di vista da ragioni di ordine pratico, le quali saranno intuitive da tutti i compagni che vivono nel movimento sindacale.
Anzitutto l’originaria distinzione tra organismi deliberativi ed organi di carattere esecutivo si prestava all’equivoco. La distinzione non si può in pratica fare sempre, con sicurezza e con precisione, né se si prende come criterio distintivo quello dei compiti dei singoli organismi, e nemmeno se ci si riferisce al modo della loro elezione. Avviene infatti di frequente che siano proprio gli organi esecutivi – ad esempio le Commissioni Esecutive della Camera del Lavoro – quelli che vengono eletti direttamente dalle masse con suffragio universale, mentre invece si procede alla costituzione degli organismi deliberativi con un sistema di voto indiretto. L’emendamento introdotto alla tesi ottava servirà quindi, se non altro, a fornire un criterio pratico di azione che originariamente non esisteva.
In linea di principio si deve affermare che i comunisti hanno il dovere di partecipare sempre alle minoranze. Si presenta l’obiezione delle responsabilità che in tal modo ci si addossa di fronte alla massa, ma le responsabilità esistono sempre per tutti coloro che prendono parte ad una lotta ed in conseguenza della lotta stessa. Pensare che l’astenersi dall’entrare negli organismi che dirigono l’azione possa servire ad alleggerire il peso delle responsabilità è cosa vana.
S’intende che nelle minoranze non si deve entrare per benigna concessione degli avversari, ma si deve pretendere che venga riconosciuto il nostro diritto. Ciò porta come conseguenza di riconoscere agli avversari un diritto uguale. La minoranza poi deve essere conquistata lottando tra le masse con lista propria in modo da acquistare la certezza che i compagni i quali entrano a far parte degli organismi direttivi rappresentano un movimento organicamente inquadrato sulle nostre direttive.
Oltre la questione delle responsabilità si è fatta quella dell’incapacità e della insufficienza delle minoranze a tenere il loro posto e ad esplicare l’azione loro senza recare danno al Partito. A questo pericolo si può rimediare soltanto costruendo un apparato di controllo il quale possa ad ogni momento intervenire per dirigere l’azione delle minoranze. È questo il compito specifico del Comitato centrale sindacale.
Esposti in tal modo gli argomenti a sostegno dell’emendamento presentato dai relatori all’articolo 8, il compagno Tasca aggiunge che l’approvare in linea di principio la partecipazione agli organi direttivi sindacali anche come minoranza non implica affatto in linea contingente che detta partecipazione debba essere effettuata in ogni caso. Spetterà ai nostri organismi di decidere volta per volta se occorra o meno lottare per la conquista delle minoranze tenendo conto delle condizioni del movimento, della esistenza degli uomini capaci di dirigerlo e della esistenza del necessario apparato di controllo. Il Partito comunista deve proporsi la conquista di un diritto generico che gli permetta di metter piede in qualsiasi organismo sindacale, ogni volta che egli creda opportuno ed ogni volta che sia in grado di farlo efficacemente. Il diritto generico di rappresentanza delle minoranze sarà sfruttato a seconda delle opportunità e delle necessità.
Concludendo questa parte della sua esposizione, l’oratore invita il Congresso ad approvare la proposta che gli vien fatta dalla Commissione, la quale è convinta che essa corrisponde alle reali condizioni sindacali dell’Italia.
Il problema dei disoccupati
TASCA si occupa quindi del problema della disoccupazione, anzi – egli dice – del problema dei disoccupati. Questo problema ha per noi una importanza grandissima. I comunisti debbono in ogni luogo ed energicamente prendere l’iniziativa di un movimento per la difesa dei disoccupati, ma soprattutto impegnare una vigorosa azione per la difesa dei loro diritti sindacali. I diritti sindacali dei disoccupati sono il patrimonio più sacro che essi abbiano ed i comunisti debbono in tutte le assemblee ed in tutte le occasioni difenderlo con le unghie e con i denti. Ciò deve essere fatto non solo per ragioni di opportunità del nostro movimento; ma anche perché la perdita dei diritti sindacali dei disoccupati sarebbe grave e pericolosa per tutta la vita sindacale la quale, se il problema dei disoccupati cessasse di gravare su di essa, perderebbe i caratteri che la debbono distinguere in questo momento. I comunisti imposteranno a questo proposito un’azione di carattere nazionale e tutti i compagni che sono nelle organizzazioni dovranno intensificare l’opera loro a sostegno di quella del Comitato Centrale Sindacale.
Un’altra questione della quale il compagno Tasca ritiene necessario occuparsi è quella del contegno che i comunisti debbono tenere nelle agitazioni di carattere particolare. Debbono essi cedere, e quando ed in che modo? Il problema è di grandissima importanza poiché su di esso sono basate tutte le critiche che i socialisti fanno contro di noi nella speranza di mettere in rilievo un contrasto fra le nostre direttive massimalistiche ed il contegno che si è imposto dalle necessità contingenti. La soluzione del problema sta in ciò: che i comunisti non si facciano iniziatori di nessuna azione di carattere particolare senza prima aver presentato alle masse la situazione generale come noi la vediamo, in modo da dare ad esse la sensazione precisa dei limiti dell’azione loro e della precisa possibilità di sviluppo di ogni movimento.
La cooperazione
Da ultimo il compagno Tasca si occupa del problema della cooperazione del quale egli ha parlato anche nella seduta di ieri discutendosi delle tesi agrarie. Per quello che più strettamente ha attinenza con il movimento di carattere sindacale egli sostiene che nel campo della cooperazione di produzione bisogna combattere acerbamente ogni forma di corporativismo chiedendo che gli avventizi e la mano d’opera non qualificata abbiano gli stessi diritti di tutti gli altri cooperatori, e cercando di evitare ogni altra degenerazione. Quanto alla cooperazione di consumo egli è di opinione che essa deve essere curata non tanto per i risultati a cui può condurre, e che sono insignificanti di fronte agli sforzi che richiede, quanto piuttosto perché la cooperazione di consumo offre la possibilità di preparare un vasto inquadramento di masse proletarie non ancora mature per altre forme di organizzazione. In questo modo la cooperazione di consumo viene ad assumere un carattere quasi sindacale, ma anche qui si deve aspramente lottare contro ogni degenerazione corporativa.
A conclusione della relazione fatta, Tasca presenta una mozione la quale contiene l’esposizione delle direttive pratiche che i comunisti debbono seguire nel movimento sindacale cooperativo.
Direttive pratiche per l’azione sindacale
Ecco il testo della mozione:
Il Congresso del P.C.I. approvando le tesi sulla tattica sindacale, fa presente al nuovo Comitato centrale sindacale i seguenti criteri pratici in relazione ad alcuni punti delle tesi stesse.
1. È necessario che il Partito e i suoi organi centrali e periferici curino in modo particolare l’adempimento da parte dei comunisti dei doveri sindacali; e ciò anche data l’importanza che l’azione sindacale, come terreno di realizzazione del fronte unico, acquista in questo periodo;
2. Il Comitato centrale sindacale dovrà iniziare una campagna nazionale perché gli statuti delle Camere del lavoro siano modificati in modo che gli organi responsabili del movimento siano eletti per suffragio generale e diretto da parte degli organizzati e con sistema maggioritario; e che le elezioni siano sempre precedute da un sufficiente periodo di discussioni preparatore;
3. Si esprime la fiducia che le deficienze del «fronte unico» potranno essere corrette con la creazione dei Comitati locali che, superata l’attuale fase dovranno essere eletti direttamente dalle masse organizzate e potranno così realizzare in modo concreto ed efficace la fusione delle forze della classe lavoratrice;
4. Il comitato centrale sindacale dovrà proporre ai Comitati locali della «Alleanza del Lavoro» opportune forme di consultazione di tutta la massa lavoratrice di ogni località e uguale consultazione di tutta la maestranza di ogni fabbrica da parte delle rispettive Commissioni interne;
5. Nella previsione che l’«Alleanza del Lavoro» debba servire almeno a creare l’unità organizzativa sindacale in Italia, conviene attendere l’ulteriore sviluppo dell’atteggiamento degli organismi aderenti per decidere dell’uscita dei comunisti dalle organizzazioni non confederali;
6. Il Comitato centrale sindacale dovrà promuovere nel seno dei Sindacati e delle Camere del lavoro interpellanze da parte dei gruppi comunisti per chiedere la convocazione delle masse organizzate perché si pronunzino sull’atteggiamento dei dirigenti confederali, i quali, arbitrandosi ad interpreti di tutti gli organizzati, assumono atteggiamenti politici che non sono stati in alcun modo autorizzati dalla maggioranza degli aderenti;
7. I comunisti dirigenti le organizzazioni o che costituiscono la maggioranza delle Commissioni interne devono convocare frequentemente gli organizzati per esporre loro la situazione reale che si presenta e gli atteggiamenti che ne derivano, e, appunto perché convinti dei limiti che ogni azione parziale ha in sé, non ne devono intraprendere alcuna senza aver loro prospettato in modo preciso detti limiti, senza che ciò possa mai però essere addotto come pretesto per sottrarsi al dovere di lottare ovunque ciò sia appena possibile o necessario;
8. Il Comitato centrale sindacale deve promuovere una campagna perché sia conservata alle Camere del lavoro l’autonomia necessaria per l’efficace assistenza ai movimenti locali,l osservando che ciò, nonché non contrastare alla disciplina e al coordinamento dell’azione, è invece la loro base, non essendo concepibile l’una e l’altro se la struttura confederale non risponde alle esigenze pratiche e vitali del movimento sindacale;
9. Il Congresso del Partito addita agli organizzati comunisti l’urgenza di prendere nelle organizzazioni cui appartengono l’iniziativa per la difesa e l’assistenza ai disoccupati, cui deve essere fornita prima di tutto la possibilità di continuare a partecipare alla vita delle organizzazioni, e in tal senso il Comitato centrale comunista deve spiegare un’azione energica per ottenere che i disoccupati, scaduti dall’organizzazione perché disoccupati, abbiano la tessera e con essa conservino integralmente tutti i diritti sindacali;
10. Il Congresso afferma la necessitò di uno stretto collegamento tra il movimento sindacale e quello cooperativo:
a) nel campo della produzione, perché le cooperative non creino gruppi di privilegiati a danno di operai non qualificati od avventizi;
b) nel campo del consumo, perché le cooperative diventino essenzialmente forme di inquadramento di larghi strati di proletari e semi proletari, nei quali però, in relazione all’accentramento tecnico della cooperazione di consumo nelle città capoluogo di provincia o di zona, gli operai industriali abbiano una posizione prevalente.
L’«Alleanza del Lavoro»
Finita la lettura di questa mozione SARTOR chiede che prima di iniziare la discussione generale vengano esposti i principii ai quali saranno informate le tesi aggiunte per esporre il punto di vista dei comunisti sulla «Alleanza del Lavoro».
È accettato.
Ha la parola in proposito il compagno ANTONIO GRAMSCI, del Comitato centrale e relatore al Congresso sulla questione sindacale.
Egli premette che la costituzione della «Alleanza del Lavoro» ha modificato in gran parte la situazione sindacale italiana. Perciò era necessario introdurre nelle tesi dei nuovi punti programmatici. Essi verranno contenuti in tre tesi che seguiranno a quella che attualmente porta il n. 10 e saranno inspirate ai seguenti principii.
La costituzione dell’«Alleanza del Lavoro» è un tentativo di risolvere in forma puramente burocratica il problema dell’unità di azione del movimento sindacale italiano. Da un po’ di tempo, in seguito all’esito disgraziato delle ultime agitazioni e alla pratica impossibilità di impostarne altre con speranza di vittoria, le masse organizzate chiedevano che il problema dell’unità dell’azione sindacale venisse impostato e risolto. I capi delle organizzazioni, hanno proposto e attuato, con l’«Alleanza del Lavoro» una forma di unità puramente burocratica, per liberarsi di fronte alle masse della responsabilità che pesa su di essi. Domani questi capi diranno alle masse: «vedete, abbiamo fatto l’unità, abbiamo fatto l’«Alleanza del Lavoro», e nemmeno questo non è servito a nulla».
In un primo tempo sembrava si delineasse la tendenza a costituire una specie di Partito del lavoro, con l’adesione allo stesso titolo e ad un organismo unico di organizzazioni politiche e di organizzazioni sindacali. Non è esagerato affermare che questo tentativo è fallito in seguito alla critica e all’azione della minoranza comunista che si cerca in tutti i modi di immunizzare. L’unità è stata attuata ora sopra un terreno sindacale, ma in forma esclusivamente burocratica.
Ricordata la formazione organica della «Alleanza del Lavoro» il compagno Gramsci dice che l’atteggiamento del Partito comunista deve essere mosso attualmente da un duplice ordine di considerazioni.
In primo luogo si presenta questo problema: possiamo noi affermare che nell’«Alleanza del Lavoro» esista la base per risolvere la questione della unità organizzativa del proletariato italiano? La cosa non si può escludere e vi sono in proposito degli indizi assai interessanti. Sulla Umanità Nova sono apparsi due articoli, uno di Angelo Faggi e uno di Luigi Fabbri, nei quali si esprimono opinioni che sembrano favorevoli a questa tesi. È certo che sul momento attuale le piccole organizzazioni sindacali che fino a ieri si sono mantenute sul terreno della concorrenza, alla Confederazione Generale del Lavoro, vedono che la loro concorrenza ha davanti sempre minori probabilità di successo. Non si può escludere la eventualità di un accordo. Armando Borghi afferma di essere più vicino ad Aragno che ai comunisti e forse hanno già avuto luogo degli approcci personali. Sono sintomi di un mutamento di posizioni che domani potrebbe sboccare in una situazione nuova, situazione nella quale la base organizzativa dell’unità sindacale del proletariato italiano potrebbe cessare di essere la Confederazione generale e diventare l’«Alleanza del Lavoro» stessa.
In secondo luogo i comunisti debbono prospettarsi il modo come l’attuale unità burocratica possa essere il punto di partenza di un processo di sviluppo con carattere rivoluzionario. Se la situazione politica si inasprirà e lo Stato italiano tornerà ad essere nelle condizioni di sfacelo del 1919 potrebbe darsi che la tattica dei Comitati unitari come l’Alleanza del Lavoro, ma eletti direttamente dal proletariato divenisse più opportuna di quella dei Consigli di fabbrica, tanto più per la impossibilità in cui ora ci si trova di condurre una propaganda per i Consigli e per le delusioni che la tattica dei Consigli ha provocato in più di un caso. Il Partito comunista ha già chiesto che localmente Comitati della «Alleanza del Lavoro» abbiano una formazione più larga e più a contatto con le masse. Non è escluso che si presenti il problema di fare aderire a questi comitati anche la massa disorganizzata. È vero che oggi il numero degli organizzati è in diminuzione, ma ciò avviene anche perché la massa ha perduto la fiducia nella forma di organizzazione per quote e per assemblee, mentre per una organizzazione a tipo elettivo si ridesterebbe l’interesse delle masse. Se ne ha un esempio nel fatto della attiva partecipazione che le masse prendono alla nomina di Consigli direttivi delle organizzazioni elettive che esistono anche attualmente come le Casse di disoccupazione, le mutue, ecc.
Se si determinerà una situazione in cui si presenti opportuna la propaganda per la elettività dei Comitati dell’«Alleanza del Lavoro», questi verranno ad essere una formazione di tipo quasi sovietista e in seno a questa organizzazione potrebbero essere unificate le tendenze attualmente esistenti in forma embrionale in seno alla classe operaia.
Le tesi sull’«Alleanza del Lavoro» esporranno queste idee direttive fondamentali. Non si ritiene però necessario mutare sin d’ora il contenuto della tesi 10° in cui si afferma che base dell’unità organizzativa del proletariato italiano è ritenuta dai comunisti la C.G.L. perché non si tratta per ora che di tendenze non ancora chiarificate.
Così pure inalterata si ritiene debba essere mantenuta la posizione dei nostri compagni in seno alle organizzazioni sindacale, anche se la prossimo congresso di Parigi l’U.S.I. deciderà il distacco definitivo dall’Internazionale dei Sindacati Rossi.
Il relatore della minoranza
Finita questa esposizione di Gramsci il PRESIDENTE apre la discussione.
FERRARIS espone il punto di vista della minoranza che non accetta l’emendamento alla tesi 8°.
Ritiene che per quanto riguarda le affermazioni di principio questo punto sarà influenzato da quelle che potranno essere le decisioni sulla tattica generale del Partito, ma vi sono delle considerazioni di ordine pratico che inducono a respingere la partecipazione delle nostre minoranze agli organi sindacali che hanno funzioni esecutive e alle Commissioni interne di fabbrica. A questi organi spetta il compito di trattare tutte le vertenze tra capitale e lavoro e su di essi ricade ogni responsabilità, tanto più che questi stessi organi esecutivi non convocano i Consigli generali – organi deliberativi – se non per scaricare su di essi la responsabilità loro. Date queste condizioni debbono i comunisti addossare a sé, come minoranza, sia di fronte alle masse che agli avversari, la responsabilità di eseguire azioni che da altri vengono impostate e dirette. A ciò si aggiunge il fatto che i socialisti in tutti gli organi sindacali cercano oggi di fare opera di transazione onde il contrasto con noi sarebbe continuo e gli stessi organismi esecutivi sarebbero messi nella impossibilità di funzionare. Meglio è rimanere al di fuori e proseguire la nostra opera di critica attraverso il sistema dei gruppi, accettando responsabilità direttive solo quando si abbia la maggioranza.
A sostegno dell’opinione sua il compagno ricorda la propria esperienza sindacale.
Esprime il timore che il rimanere con i socialisti negli organismi esecutivi ci costringerà a diminuire il tono della polemica contro di essi e da ultimo afferma che se si parteciperà alle elezioni per la conquista delle minoranze con lista aperta, gli avversari si adopereranno in modo da far riuscire gli elementi meno sicuri cosicché ci sfuggirà anche il controllo su di essi. Si riserva di presentare, a nome nella minoranza manifestatasi in seno alla commissione, un o.d.g.
BELLONI – Il compagno Peluso vi leggerà alcune considerazioni che il compagno Boettcher desidera esporre al congresso sulla situazione sindacale tedesca.
Le condizioni del movimento sindacale tedesco
PELUSO legge la relazione che segue.
Il centro di gravità della propaganda politica dei comunisti tedeschi è nei sindacati.
Questo è il nostro compito più difficile e più necessario. Più difficile perché dobbiamo superare mille difficoltà causate dalla tradizione che gravano i sindacati tedeschi. Dalla loro nascita ha imperato il riformismo nei sindacati tedeschi.
Già prima della guerra i sindacati imposero il partito socialista sotto il loro influsso riformista come ce lo dimostrano i mille esempi di scioperi di masse, le manifestazioni del primo maggio, ecc.
bisogna rammentare qui la lunga lotta che Rosa Luxemburg sostenne contro il comitato direttivo dei sindacati tedeschi.
La prassi collaborazionista di questi capi sindacali culminò alcuni giorni prima della rivoluzione, in novembre 1918, coll’unione cogli imprenditori.
Malgrado questa tattica disfattista dei capi sindacali enormi masse di operai affluirono nei sindacati dopo la rivoluzione perché essi vedevano nel sindacato precipuamente la loro organizzazione di classe.
I sindacati tedeschi noverano ora in Germania 9 milioni circa di soci, oltre la Confederazione vi sono pure i sindacati cristiani e le Unioni nazionali. Ma in queste due ultime organizzazioni vi sono soltanto delle minoranze.
La tattica del P.C.T. nella questione sindacale, dopo la rivoluzione, è stata alquanto tentennante. Sul principio col dare la parola d’ordine «Usciamo dai Sindacati!». Per organizzazione i fuoriusciti si fondarono le Unioni. Simultaneamente gli anarchici si diedero interamente alla formazione di gruppi rivoluzionari di fabbrica – che però ebbero poco esito. Le masse malgrado la politica riformista dei capi sindacali rimasero nei sindacati di Amsterdam.
Le organizzazioni dei sindacalisti sono deboli in Germania e nella lotta pratica del proletariato tedesco esse non portarono gran peso.
Le decisioni del secondo congresso hanno eliminato tutti i tentennamenti del P.C. nella questione sindacale.
Una volta riconosciuto che, per realizzazione della rivoluzione, i sindacati saranno un fattore d’importanza vitale, i Comunisti iniziarono la lotta metodica per rivoluzionare i sindacati.
Prima ancora della fusione del partito indipendente col Partito comunista anche gli indipendenti condussero la lotta contro l’impaludamento riformistico dei sindacati. E così in una serie di grossi sindacati gli indipendenti arrivarono a conquistarne la direzione. Come il sindacato dei metallurgici alla testa del quale fu eletto l’indipendente Dismann e quello dei calzolai diretto da Timan.
Ma dopo il Congresso scissionista di Halle gli indipendenti iniziarono essi pure una orientazione riformistica, che trovò la sua espressione nel sostegno del governo di coalizione socialista-borghese, e subì un completo fallimento a causa dell’abbandono della sua prima attitudine sulla quistione sindacale.
I capi sindacali sono ormai rimorchiati dai sindacati gialli di Amsterdam. Essi collaborano cogli imprenditori e fanno della politica riformistica. Essi hanno abbandonato l’opposizione ad Amsterdam per formare con loro il fronte unico contro i comunisti.
L’opposizione contro il tradimento dei capi sindacali tedeschi guadagna sempre più terreno sia nel Partito socialista come pure nel campo degli indipendenti.
Gli operai che sono organizzati nel partito politico hanno formato delle frazioni in tutti i sindacati. Moltissime frazioni di società indipendenti lavorano insieme colle frazioni comuniste contro i riformisti. Spesso contro i loro capi del partito indipendente.
La politica dei capi causa una sempre crescente effervescenza nelle masse.
La confederazione è ormai non soltanto che un organo nelle mani del governo tedesco. Ciò l’ha dimostrato ampiamente l’ultimo sciopero generale dei ferrovieri. Già il secondo giorno dello sciopero il Consiglio direttivo dei sindacati tedeschi lanciò un manifesto per ordine del governo. Questo manifesto chiedeva la cessazione dello sciopero passando sulle spalle dei ferrovieri. Esso ordinava il crumiraggio agli operai. Inutile dire che un simile tradimento causò una grande agitazione fra le classe lavoratrici.
E la conseguenza è stata un accrescimento enorme del nostro influsso, che aumenta quotidianamente.
Quando la pressione delle masse sul Consiglio direttivo dei sindacati tedeschi è particolarmente forte, questi stabilisce un programma radicale di rivendicazioni minimali e invita gli operai ad entrare in lotta per la loro conquista.
Sin’ora in questo modo i sindacati tedeschi hanno nel corso di un anno, richiesto 28 rivendicazioni proletarie. Nemmeno una è stata realizzata poiché i capi non fanno niente per conquistarle.
I lavoratori riconoscono, che queste rivendicazioni non sono poste che per ingannarli e perdono a poco a poco ogni fiducia nei mandarini.
Per rompere l’influenza dei comunisti i capi sindacali applicano contro di loro il metodo dell’espulsione dei capi comunisti dal sindacato.
Ma questo metodo non riesce ad ottenere il suo scopo cioè che le nostre masse abbandonino i sindacati, poiché quando uno dei nostri organizzatori o funzionario viene espulso, dieci altri comunisti si fanno innanzi per prendere il suo posto.
Così utile come il lavoro nei sindacati è in Germania il lavoro nei consigli di fabbrica.
I consigli di fabbrica sono nella maggioranza gli organi degli imprenditori. Pochissimi d’essi hanno un punto di vista stabile contro l’imprenditore.
I capi sindacali vogliono fare dei consigli di fabbrica degli organi tecnici. I comunisti lavorano a trasformarli in organi politici per fare la rivoluzione sociale.
Le prospettive che il Partito comunista tedesco ha per la conquista dei sindacati e dei consigli di fabbrica sono buonissime, poiché passano da un successo all’altro.
In molte sezioni locali dei sindacati i comunisti hanno la maggioranza. Le elezioni che hanno luogo in questi momenti mostrano sempre più chiaramente che i lavoratori seguono le direttive comuniste. I comunisti partecipano non solamente nelle sezioni locali, ma pure nei consigli direttivi quale minoranza.
Il terreno per il nostro lavoro sindacale è molto difficile. La conquista dei sindacati non sarà cosa facile. Al momento decisivo i capi sindacali di Amsterdam non indietreggeranno per fare la scissione.
L’attività dei comunisti nei sindacati è però così energica e intensiva, che i tentativi di scissione falliranno.
La discussione generale e la votazione
FLECCHIA parla contro l’emendamento all’art. 8 ribadendo con foga gli argomenti esposti da Ferraris.
GIBERTI della Federazione di Modena è per l’emendamento purché la nuova tattica venga applicata solo in caso che essa si presenti necessaria ed opportuna.
TROMBATORE dice che si deve continuare a considerare la C.G.L. come base dell’unità organizzatrice del proletariato italiano.
Voci – Nessuno ha sostenuto il contrario.
GRAMSCI – Abbiamo solo prospettato una possibilità.
SARTOR è favorevole all’emendamento e ne spiega i motivi egli pure alla sua esperienza sindacale. Risponde a Ferraris che la partecipazione agli organi esecutivi con i socialisti non farà che approfondire il dissidio, con esse s’inasprirà la polemica perché vi sarà un continuo reciproco rinfacciarsi delle responsabilità. Solo entrando a far parte degli organi direttivi si può combattere i socialisti i quali quando ci vedono vicini alla conquista della maggioranza non convocano più le assemblee generali. Quanto a concedere anche ai socialisti le minoranze non ha preoccupazioni purché i compagni nostri sappiano essere più attivi.
REPOSSI velocemente ricorda l’amara esperienza sindacale degli ultimi tempi per sostenere che bisogna chiedere, in linea di principio, di entrare negli organi direttivi. Gli avversari non temono di calpestare ogni norma statutaria per opporsi all’incalzare del nostro attacco. Dove sono maggioranza negano a noi la minoranza, dove sono minoranza pretendono di essere rappresentati.
I dirigenti confederali si servono contro di noi dell’affermazione che noi neghiamo il posto alla minoranza. Bisogna spezzare nelle loro mani questa arma polemica e in pari tempo conquistarci un mezzo efficacissimo di controllo sulla loro attività.
L’autorizzazione a entrare nelle minoranze è del resto stata chiesta da molti luoghi e ciò vuol dire che la proposta che viene sottoposta alla approvazione del Congresso risponde a un bisogno reale.
Quanto al timore espresso da Ferraris che gli avversari possano influire sulla scelta dei nostri rappresentanti nelle minoranze, il pericolo si evita facilmente presentando soltanto i compagni che si vuole che riescano.
AZZARIO considerato il punto cui è giunta la discussione e rilevato che il contrasto si è limitato ad un punto solo presenta a conclusione il seguente o.d.g.:
Il Congresso, di fronte alla diversa soluzione della tesi sulla partecipazione delle minoranze comuniste negli organismi sindacali esecutivi, tenuti presenti i criteri pratici già entrati in azione circa il fronte unico sindacale e l’Alleanza del Lavoro, mentre approva le tesi sindacali così come proposte dalla Commissione costituita, dà mandato ad una Commissione costituita dai presidenti delle Comm. sulla tattica e sindacale per una formula risolutiva.
BELLONI – Metto in votazione l’o.d.g. Azzario, la cui approvazione significherà approvazione del corpo delle tesi sindacali e l’invio dell’emendamento all’art. 8 ad apposita commissione.
L’ordine del giorno Azzario è approvato.
La seduta è tolta alle ore 13.