Il fronte unico in Francia Pt.2
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Il problema del fronte unico si presenta appunto perché notevoli frazioni della classe operaia fanno ancora parte delle organizzazioni riformiste oppure le sostengono. La esperienza di queste frazioni della classe operaia non è ancora sufficiente a farle uscire dalle organizzazioni riformiste ed a farle venire a noi. È possibile che il giorno dopo delle azioni di masse che sono ora all’ordine del giorno, un grande cambiamento si operi su questo punto ed è precisamente questo che noi vogliamo. Ma non siamo ancora giunti a ciò. I lavoratori organizzati sono ancora divisi in tre gruppi. Uno di questi gruppi – il gruppo comunista – tende alla rivoluzione sociale e per questo motivo sostiene ogni movimento anche parziale dei lavoratori che sia diretto contro gli sfruttatori e contro lo Stato borghese. Un secondo gruppo – il gruppo riformista – tende a far la pace con la borghesia, ma per non perdere la sua influenza sugli operai esso è costretto, contro la volontà profonda dei capi, a sostenere i movimenti parziali degli sfruttati contro gli sfruttatori. Infine il terzo gruppo – quello centrista – oscilla tra gli altri due e non ha un valore a sé. Le circostanze rendono dunque possibile in tutta una serie di questioni vitali le azioni comuni degli operai i quali fanno parte di queste tre organizzazioni politiche e le azioni delle masse non organizzate che li seguono. Non solo i comunisti non debbono opporsi a queste azioni comuni, ma al contrario essi devono prenderne l’iniziativa appunto perché quanto più grandi sono le masse che vengono attirate nel movimento, tanto più forte diventa la coscienza della loro forza, tanto più esse diventano sicure di sé e capaci di procedere in avanti anche se le parole d’ordine iniziali della lotta sono state modeste. Ciò vuol dire che l’estensione del movimento alle masse accresce il suo carattere rivoluzionario e crea delle condizioni più favorevoli alle parole d’ordine, ai metodi di lotta e in generale alle direttive del Partito comunista.
I riformisti hanno paura dello slancio potenziale rivoluzionario del movimento delle masse: la tribuna parlamentare, gli uffici dei Sindacati, le Corti arbitrali, le anticamere Ministeriali sono le loro arene favorite. Noi invece al di fuori di ogni altra considerazione abbiamo interesse a far uscire i riformisti dai loro ricoveri e porli al fianco nostro ed a fianco delle masse in lotta. Se noi seguiremo una buona tattica non potremo trarne altro che vantaggio. Il comunista il quale dubita od ha paura di fare ciò rassomiglia ad un nuotatore il quale abbia approvato delle tesi sul migliore modo di nuotare, ma non osi gettarsi in acqua.
6. L’unità di fronte presuppone dunque da parte nostra il proposito di accordare rapidamente le nostre azioni, entro certi limiti e sue certe determinate questioni, con le organizzazioni riformiste in quanto esse rappresentano ancora oggi la volontà di importanti frazioni del proletariato in lotta.
Ma non ci siamo noi separati dalle organizzazioni riformiste? Sì, perché noi non siamo d’accordo con esse sulle questioni fondamentali del movimento operaio.
E noi cerchiamo dunque di venire ad un accordo con esse? Sì, ogni volta che la masse che le segue è pronta ad agire d’accordo con la massa che segue noi, ed ogni volta che i riformisti sono più o meno costretti a farsi strumento di questa azione.
Ma non diranno essi che dopo esserci separati noi abbiamo bisogno di loro? Sì: essi potranno dire ciò e può darsi che qualcuno di noi se ne spaventi, ma le grandi masse operaie, anche quelle che non ci seguono e che non comprendono i nostri fini, ma constatano l’esistenza parallela di due o tre organizzazioni operaie, – queste masse trarranno dalla nostra condotta questa conclusione: che malgrado le divisioni noi tendiamo con tutte le nostre forze a facilitare tra le masse l’unità d’azione.
7. La politica del fronte unico tuttavia non contiene in sé delle garanzie per una unità di fatto, in tutte le azioni. Al contrario in molti casi, forse nella maggior parte, l’accordo tra le differenti organizzazioni non si effettuerà che a metà o non si effettuerà neppure. Ma è necessario che le masse in lotta possano sempre convincersi che l’unità d’azione è fallita non a causa della nostra intransigenza formale, ma a causa dell’assenza di una vera volontà di lotta nei riformisti.
Concludendo degli accordi con altre organizzazioni noi ci imponiamo senza dubbio una certa disciplina d’azione, ma questa disciplina non può avere un carattere assoluto. Se i riformisti sabotano la lotta e si oppongono ai propositi delle masse noi ci dobbiamo riservare il diritto di sostenere l’azione fino all’ultimo anche senza i nostri temporanei mezzi alleati, come organizzazione indipendente.
Potrà risultare da ciò un’accanita ripresa delle lotte tra noi e i riformisti. Ma non sarà più una semplice ripetizione delle stesse idee in un cerchio ristretto, si tratterà invece – se la nostra tattica è buona – di una estensione della nostra influenza tra nuovi ceti popolari.
8. Vedere in questa politica un ravvicinamento ai riformisti non può essere altro che il punto di vista di un giornalista il quale crede staccarsi dal riformista quando lo critica senza uscire dalla sala di redazione ed ha paura di affrontarlo davanti alle masse operaie per dare a queste la possibilità di paragonare il comunista ed il riformista nelle eguali condizioni dell’azione di massa. In realtà sotto questo timore, che si pretende sia rivoluzionario, del «ravvicinamento», si nasconde in fondo una passività politica che tende a conservare uno stato di cose in cui tanto i comunisti che i riformisti hanno ciascuno un loro cerchio di influenza, i loro seguaci, la loro stampa, e in cui tutto ciò basta a dare agli uni ed agli altri l’illusione di una lotta politica seria.
9. Noi l’abbiamo rotta coi riformisti e coi centristi per avere la libertà di criticare i tradimenti e l’indecisione dell’opportunismo nel movimento operaio. Qualsiasi accordo adunque che venisse a limitare la nostra libertà di politica e di agitazione sarebbe per noi inaccettabile. Noi parteciperemo al fronte unico ma non possiamo in alcun caso dissolverci in esso. Noi operiamo in esso come una unità indipendente.
È precisamente nell’azione che le grandi masse debbono convincersi che noi lottiamo meglio degli altri, che noi vediamo più chiaramente, che noi siamo più coraggiosi e più decisi. Noi avviciniamo così l’ora del fronte unico rivoluzionario sotto la direzione indiscussa dei comunisti.
2. – Gli aggrupamenti nel movimento operaio francese
10. Se noi vogliamo esaminare la questione del fronte unico nei riguardi della Francia, attenendoci alle tesi formulate sopra – tesi che risultano da tutta la politica dell’Internazionale comunista – noi dobbiamo domandarci se abbiamo in Francia una situazione tale che i comunisti rappresentano dal punto di vista delle azioni pratiche una «quantità trascurabile» o se invece essi hanno con sé la maggioranza degli operai organizzati o finalmente se essi occupano una posizione media, cioè se essi sono forti tanto che la loro partecipazione al movimento di masse abbia un grande valore, ma non abbastanza da concentrare nelle loro mani la direzione indiscussa di esso.