Le concessioni fatte a Berlino
Categorie: Opportunism, Second International, Third International
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Come i nostri lettori ricorderanno, i risultati della Conferenza tenuta a Berlino, fra i rappresentanti le tre Internazionali, per gettare le basi del «fronte unico», furono sottoposti a vivace critica dal compagno Lenin il quale fece osservare che i comunisti, per evitare un fallimento della Conferenza, avevano fatto troppe concessioni.
Diamo ora nella sua integrità la critica di Lenin. Oltre che permettere di seguire il modo come la tattica del fronte unico si viene sviluppando essa permetterà di comprendere ancora una volta come per i comunisti essa deve risolversi non già nell’abbracciamento coi nemici, ma in un inasprimento della lotta per smascherarli di fronte alle masse.
Immaginate che un rappresentante dei comunisti debba penetrare in un locale dove gli stipendiati della borghesia fanno la propaganda ad una assemblea operaia molto affollata. Immaginate anche che la borghesia voglia farci pagare molto caro il biglietto d’ingresso al locale. Se il prezzo non era stato fissato preventivamente, noi dovremo naturalmente mercanteggiare nell’interesse del bilancio del nostro Partito: e se acconsentiamo a pagare troppo caro, commettiamo indiscutibilmente uno sproposito. Ma conviene pagar caro – almeno fino a quando non avremo imparato a essere dei commercianti abili – piuttosto che rinunziare ad esporre le nostre concezioni dinanzi agli operai, i quali costituiscono ancora un uditorio «riservato» ai riformisti, cioè agli amici più sicuri della borghesia.
Questo paragone mi si è affacciato leggendo nella Pravda un telegramma da Berlino in cui si dava informazione delle condizioni in cui era stato realizzato l’accordo tra i rappresentanti dei tre Esecutivi.
Io sono convinto che i nostri rappresentanti abbiamo avuto torto nel sottoscrivere queste due condizioni:
1. che il potere dei Soviet non applicherà la pena di morte nel processo dei 47 social-rivoluzionari;
2. che il potere dei Soviet autorizzerà la presenza al processo dei rappresentanti delle tre Internazionali.
Si tratta infatti di concessioni politiche fatte dal proletariato rivoluzionario alla borghesia reazionaria. Se qualcuno ne dubita, basta, per far giustizia di un dubbio così ingenuo, porre questa questione:
– il Governo inglese o qualsiasi altro Governo attuale consentirebbe a lasciar assistere i rappresentanti delle tre Internazionali ai processi degli operai irlandesi insorti? Il Governo inglese o qualsiasi altro Governo attuale consentirebbe a impegnarsi a non applicare la pena capitale ai suoi nemici politici?
Se si riflette un po’ su tale quistione, si giunge a comprendere sufficientemente questa semplice verità. Noiassistiamo, nel mondo intiero, ad una lotta tra il proletariato rivoluzionario e la borghesia reazionaria. L’Internazionale comunista, che rappresenta uno dei due campi, se è necessario, fa una concessione politica all’altro campo, alla borghesia reazionaria. Nessuno ignora (eccetto coloro che vogliono dissimulare la verità più evidente) che i social–rivoluzionarihanno tirato sui comunisti, hanno organizzato delle insurrezioni contro i comunisti, hanno costituito di fatto e spesso anche formalmente il fronte unico con la reazione borghese internazionale. Domandiamo però: cosa ci ha concesso in cambio la borghesia internazionale? Possiamo rispondere con una sola parola:
– Nulla.
Questa evidenza può essere mascherata solo con ragionamenti che tendono ad ingannare le masse operaie sulla semplice e chiara verità della lotta delle classi. L’accordo che la delegazione dell’Internazionale Comunista ha firmato a Berlino significa che noi abbiamo, senza nessun compenso, fatto due concessioni politiche alla borghesia internazionale.
I rappresentanti della seconda Internazionale e della Internazionale 2 e mezzo ci hanno, in quest’affare, indotto a fare delle concessioni alla borghesia internazionale, pur rifiutandosi essi stessi ad ottenere o solo a tentare di ottenere la minima concessione politica da parte della borghesia internazionale verso il proletariato rivoluzionario. Questo fatto politico innegabile è stato naturalmente velato da un’abile diplomazia borghese (per molti secoli la borghesia ha insegnato ai suoi rappresentanti di classe tutti i procedimenti diplomatici), ma il fatto non ne viene modificato. Che i rappresentanti delle Internazionali 2 e 2 e mezzo siano legati alla borghesia direttamente o indirettamente, è una quistione di secondaria importanza. Noi non li accusiamo di essere legati direttamente. Ci interessa solo constatare che, sotto la loro pressione, l’Internazionale Comunista ha fatto, senza compenso, delle concessioni politiche alla borghesia internazionale.
Cosa bisogna dedurne? Prima di tutto che i compagni Radek, Bucharin e gli altri rappresentanti l’Internazionale si sono ingannati. Dobbiamo per questo annullare l’accordo che essi hanno firmato? No. Io credo che sarebbe una decisione errata. Noi possiamo soltanto trarre la conclusione che questa volta i diplomatici borghesi sono stati più abili dei nostri e che in una prossima occasione – se i patti non sono specificati in precedenza – noi dobbiamo manovrare e trattare con maggiore abilità. Dobbiamo seguire la regola di non fare delle concessioni politiche alla borghesia internazionale (in qualunque modo e da qualsiasi intermediario essa sia rappresentata), se essa non fa da parte sua delle concessioni politiche più o meno equivalenti alla Russia dei Soviet od a qualsiasi altro contingente del proletariato internazionale in lotta contro il capitale.
Può darsi che i comunisti italiani ed una parte dei comunisti e sindacalisti francesi, avversari del fronte unico, traggano da queste considerazioni delle conclusioni contrarie alla tattica del fronte unico. Essi avranno torto. Se i comunisti hanno pagato troppo caro l’entrata in un locale nel quale hanno la possibilità, anche minima, di parlare a degli operai che fin’ora hanno costituito l’uditorio «riservato» dei riformisti, noi dobbiamo cercare un’altra volta di correggere questo errore. Ma non voler pagar nulla per penetrare entrare in questo locale chiuso, abbastanza ben difeso, sarebbe stato un errore an ora più grave. Lo sbaglio di Radek, di Bucharin e degli altri nostri delegati non è grande; tutt’al più noi corriamo il rischio che i nemici della Russia dei Soviet, incoraggiati dai risultati della conferenza di Berlino, organizzino due o tre attentati, forse con successo, contro dei singoli; poiché ora essi sanno che possono tirare sui comunisti con la possibilità che delle Conferenze come quella di Berlino impediscano poi ai comunisti di tirare su di essi.
Ma in ogni caso una breccia è stata aperta nel recinto chiuso. Radek è riuscito a dimostrare, sia pure solo ad una parte degli operai, che la seconda Internazionale si rifiuta di porre tra le parole d’ordine delle manifestazioni, l’annullamento del trattato di Versailles. Il grande errore dei comunisti italiani e di una parte dei comunisti e dei sindacalisti francesi è di accontentarsi di ciò che essi sanno. Essi sanno che la gente delle Internazionali 2 e 2 e mezzo, come pure Serrati, Paolo Levi e tutti quanti sono gli agenti più abili della borghesia che servono a mantenere la sua influenza. Ma gli operai che lo sanno e lo comprendono sono una minoranza in Italia, in Inghilterra, in America ed in Francia. I comunisti non devono accontentarsi di agire in casa propria, devono imparare a penetrare là dove i rappresentanti della borghesia agiscono sugli operai, senza rinculare di fronte a certi sacrifici, senza temere gli errori inevitabili all’inizio di ogni momento nuovo e difficile. I comunisti che non vogliono comprende ed imparare ciò, non possono sperare nella conquista della maggioranza degli operai ed in ogni caso ritardano tale conquista. E questo è per essi, come per tutti i militanti sinceramente devoti alla rivoluzione operaia, una cosa del tutto imperdonabile.
Rappresentata dai suoi migliori diplomatici, la borghesia, si è mostrata ancora una volta più abile dei negoziatori dell’I.C. Questo è l’insegnamento di Berlino. Noi non lo dimenticheremo, ma ne trarremo le conclusioni necessarie. I rappresentanti delle Internazionali 2 e 2 e mezzo hanno bisogno del fronte unico perché sperano di indebolirci imponendo delle condizioni eccessive; essi contano di entrare gratuitamente nella nostra casa; per mezzo della tattica del fronte unico, essi sperano di convincere i lavoratori della bontà delle ragioni del riformismo e dell’errore del rivoluzionarismo. Noi abbiamo bisogno del fronte unico perché speriamo di convincere i lavoratori del contrario. Gli errori dei nostri rappresentanti li rigetteremo sui militanti o sui partiti che li commettono, e cercheremo di imparare a non ripeterli. Ma in nessun caso faremo ricadere gli errori dei nostri compagni comunisti sulle masse proletarie che in tutto il mondo affrontano l’offensiva capitalista. Per aiutare queste masse a combattere il capitale, per aiutarle a comprendere i due fronti nella politica e nell’economia internazionale, noi abbiamo adottato la tattica del fronte unico e la applicheremo fino alla fine.