Quali sono gli insegnamenti della tattica del fronte unico
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Relazione del compagno Zinoviev nella prima seduta del C.E. allargato
Compagni, io credo che noi possiamo ora non solo tirare le somme di ciò che è avvenuto ma che dobbiamo anche pensare al futuro. Ma per potere fissare una linea di condotta veramente giusta per il futuro, dobbiamo pur brevemente esaminare gli episodi che sono avvenuti: starei per dire esaminare ancora una volta il primo atto della lotta per il fronte unico.
Che cosa si è guadagnato
Dobbiamo innanzitutto porre la questione: abbiamo guadagnato qualche cosa e, se tale è il caso, in che cosa consiste questo guadagno? Io penso che si può affermare senza esagerazione che la I.C. ha ottenuto notevoli vantaggi già in questo primo atto e questi importanti vantaggi consistono nel fatto che noi comunisti non siamo più per le masse i cosiddetti secessionisti. Ciò è dato di fatto. Certamente i nostri avversari continueranno ancora a scrivere che siamo noi quelli che vogliamo la divisione. Ma per la media degli operai oggi, dopo sei mesi di lotta per il fronte unico noi non siamo più i responsabili della scissione. Già questo è un gran passo avanti. Noi fummo per la scissione agli inizi della lotta dell’Internazionale Comunista. Noi non potevamo fare allora altrimenti; si trattava di spezzare i vecchi partiti socialisti, salvare i migliori elementi rivoluzionari della classe operaia, creare un punto di raccoglimento per i partiti comunisti in ogni paese. Noi dovemmo per un certo tempo agire come secessionisti e nessuno di noi ne ha rimorso. Quei compagni, come in Francia, che deplorano oggi la scissione, dimostrano di non essere che mezzo comunisti. La divisione era storicamente necessaria; essa è stata un gran passo in avanti. Ma oggi che sono passati due o tre anni, che abbiamo dappertutto saldamente creati i nostri partiti, abbiamo nuovi compiti da realizzare, dobbiamo avvicinarci alle masse ed agire in modo che il più modesto operaio ci capisca. Per noi la divisione non fu un fine ma un mezzo per guadagnare le masse, e noi abbiamo ciò in parte ottenuto. Le masse cominciano ad avere differenti opinioni, esse devono ora convincersi che per noi la scissione non fu un fine e che noi siamo coloro che fanno appello all’unione delle masse rivoluzionarie attorno ad una piattaforma e per essa lavorano. Questo abbiamo ottenuto; ciò è certamente una vittoria i cui frutti non si vedono subito come per esempio nelle elezioni. Noi abbiamo durante questa conferenza ottenuto anche vittorie morali; i discorsi p.e. di Radek furono tali. Possiamo fare questa constatazione senza millanteria. Con ciò non vogliamo dire che tutto sia andato bene per noi. Neppur per sogno noi dobbiamo qui esaminare chiaramente gli ammaestramenti; ed il primo è che la tattica del fronte unico fu ed è giusta.
Ma se ora consideriamo la fine del primo atto riconosciamo che il ritmo della nostra lotta per il fronte unico fu forse un po’ troppo accelerato. Ciò non dipese solo da noi ma dal corso della storia, ma ciò dobbiamo oggi esaminare.
La Commissione dei nove è fallita. Fu tutto inutilmente? Molti compagni ne resteranno delusi. Ma anche in questo caso si tratterà di compagni che non comprendono dialetticamente la tattica del fronte unico. Anche i compagni che vogliono vedere nel fronte unico un legame organico e pretesero sempre salvare l’Internazionale Comunista, debbono ammettere ciò. Cos’è il fronte unico? Ecco la domanda. Esso è la lotta per guadagnare le masse al comunismo.
Per il proletariato non per la Russia
Molti compagni dicono e sono quelli di cui si dice in Russia che vedono due miglia sotto terra e ce ne sono di questi nel Partito francese: il fronte unico significa opportunismo. Ma è così che noi noi lo abbiamo visto. La forma si cambierà, ciò che fino ad oggi è stato, non è che un episodio. Abbiamo avuto una commissione dei nove, forse dovremo fare anche tentativi sotto altra forma, ma la tattica del fronte unico come lotta per guadagnare le masse che non sono ancora comuniste, proseguirà, ed in ogni paese assumerà forme speciali. Non si deve neppure dare troppo poco peso alla dichiarazione russa che è stata fatta davanti alla Commissione dei nove. A mio parere essa è stata troppo poco sfruttata per la nostra agitazione. Il Partito russo, dopo esauriente esame della questione, e dopo essersi messo d’accordo con i partiti degli altri paesi, ha fatto questa importantissima dichiarazione.
Il Partito russo è disposto a realizzare il fronte unico anche se le Internazionali due e due e mezzo vengono meno alle loro promesse di sostenere il Governo soviettista. Il Partito russo ha dichiarato in modo esplicito che non faceva di ciò un ultimatum ma che tutto al contrario era disposto a fare su quest’argomento concessioni alle Internazionali due e due e mezzo. Noi dicemmo: Fateci il piacere, non salvate la Russia dei Soviets tanto essa si salverà da se stessa. Il vero proletariato rivoluzionario continuerà come per l’innanzi a sostenere il primo Stato proletario. Anche dopo avere tolte tutte le questioni riguardanti la Russia, esiste a detta del Partito russo ancora margine sufficiente per una lotta comune.
Con questa dichiarazione si vuol dire: i problemi russi sono naturalmente problemi importanti, in certi riguardi problemi ideali, ma il proletariato mondiale traversa un tale periodo della sua storia che è suo dovere stringersi nella lotta per le otto ore, per l’aiuto ai disoccupati, contro l’offensiva del capitale.
Noi dobbiamo ora saper valorizzare queste dichiarazioni per l’agitazione in tutti i paesi.
A Berlino le Internazionali due e due e mezzo hanno ammesso la lotta per le otto ore. Non è questa forse una nostra vittoria morale? Si può oggi forse coerentemente abbinare il punto di vista riformista colle otto ore? Neppure per sogno. Una lotta riformistica per le otto ore è, nell’odierna situazione, del tutto impossibile. Perfino questo programma assai modesto che è stato accettato dalla Conferenza di Berlino è impossibile, nelle odierne condizioni storiche, di difenderlo riformisticamente perché ogni onesto riformista infatti deve pure ammettere che nell’odierno momento ogni richiesta economica ha una ripercussione politica.
Ora compagni cosa avverrà in futuro? Continueremo a lottare per il fronte unico e cosa ne diverrà del menscevismo internazionale? È possibile anche che il menscevismo internazionale poggi a sinistra. Io sono più che convinto che le Internazionali due e due e mezzo saranno costrette dal corso della storia a parlare bolscevico o semi-bolscevico, come fu il caso, in un certo periodo anche dei menscevichi russi. Plekhanov disse una volta che’egli era mezzo leninista. Il fronte unico è la risultante dei rapporti di forza fra borghesia e classe operaia. La Commissione dei nove è spezzata; ma l’attacco del capitale continua; la classe operaia deve difendersi. Questa stato di fatto esiste ci sia o no la Commissione dei nove. Ed appunto per questo dobbiamo proseguire nella nostra lotta per il fronte unico, ed appunto per questo noi assisteremo ad un orientamento verso sinistra da parte delle Internazionali due e due e mezzo. La situazione obbiettiva è che queste due Internazionali sotto la pressione degli avvenimenti dovranno compiere vari spostamenti, ciò che non esclude che in certi momenti esse assumano una posizione del tutto reazionaria come univi e veri salvatori della borghesia. Ciò lo dobbiamo prevedere.
Dal programma minimo al fine ultimo
Il compagno Smeral diceva che tra le richieste minime che uniformano l’azione odierna del Partito ed il fine cui tendiamo ci deve essere un nesso. Io penso che ciò sia giusto. Le richieste parziali ci servono oggi per andare alle masse e per creare il fronte unico. Chi non comprende questo non potrà mai diventare un capo di un grande partito di masse. Ma resta sempre ferma la nostra prospettiva di lotta. Noi abbiamo da un lato le piccole richieste parziali, dall’altro la dittatura. Non ci deve essere forse un nesso tra le une e l’altra? Tra la grigia prosa delle piccole richieste parziali e la poesia della dittatura del proletariato? Questa questione si riaffaccia sempre e noi crediamo di poter dire, compagni, che questo rapporto di continuità esiste.
La massa comincia ora a lottare per delle piccolezze. Essa non è ancora comunista, non è ancora abbastanza preparata per lottare per la dittatura del proletariato, per fare una rivoluzione. Ma vuole anche avere una prospettiva più estesa, vedere un fine che sarà raggiunto in un dato momento, ed io penso che noi in ciò possiamo già porre delle soluzioni che tendono a questo. La richiesta del governo operaio è tale che può benissimo servire di legame tra queste due fasi: le grigie richieste ed il sole della dittatura del proletariato. Questo devono comprenderlo finalmente i nostri compagni, anche i nostri compagni francesi. Se osserviamo la situazione in alcuni paesi, come l’Italia e la Ceco-Slovacchia – di cui verrò poi a parlare più estesamente, – noi vediamo che in essi esiste questa situazione. Noi dobbiamo lottare per le otto ore, contro l’offensiva del capitale, per le piccole richieste parziali. La forza della classe lavoratrice è relativamente così forte che si può e si deve azzardare di porre simili richieste come sostanza del programma politico di un governo operaio.
Fronte unico non significa però per nulla che debba avvenire ciò che avviene in Sassonia; e che è una manifestazione della tattica del fronte unico, ma non coincide col fronte unico.
È una situazione eccezionale che noi abbiamo là; i nostri amici francesi non vogliono capire ciò; essi scorgono in Sassonia ed in Turingia una specie di ministerialismo. Il terzo Congresso ha autorizzato ciò e in Sassonia vi è pure una situazione di eccezione.
Noi dobbiamo quindi cercare con una manifestazione del tutto concreta, il fronte unico.
Credo dunque che possiamo prospettare come uno dei principali ammaestramenti di questa fase, ciò che è già stato detto. Non solo le aspre lotte per le richieste parziali quotidiane, non solo la propaganda per l’instaurazione del la dittatura del proletariato, ma anche richieste intermedie più grandi, come per esempio la parola d’ordine del Governo operaio, quella del controllo della produzione, debbono essere lanciate in quei paesi dove la classe operaia è relativamente abbastanza forte.
Errori e critiche interne
Bisogna anche notare la deficienze che questa fase ci ha mostrato. Federico Adler ci diceva un mese fa quando noi insistevamo per la convocazione della Commissione dei nove: non si tratta di un sabotaggio, ma di mancanza di preparazione organizzativa per l’azione da parte della seconda Internazionale.
Io penso, compagni, che dobbiamo ricercare anche presso di noi la mancanza di preparazione organizzativa per l’azione, e ciò è provato dal fatto che non abbiamo saputo mettere in movimento le masse, non abbiamo saputo mobilizzare realmente tutti i partiti, non abbiamo saputo fare in tutte le fabbriche, aziende, ecc. le nostre lotte di massa, e per di più abbiamo dovuto constatare la tragica realtà che l’Internazionale Comunista non rappresenta una organizzazione unitaria. Questo fatto, per quel ch’io mi sappia è la prima volta che si verifica nella storia dell’Internazionale Comunista. C’erano stati casi in cui alcune personalità avevano tentato, di screditare e rovinare la Internazionale Comunista; ma per la prima volta è accaduto che sebbene una decisione fosse stata presa dalla Internazionale, intieri partiti non hanno fatto ciò che era il dovere comunista. Questo è un ammaestramento molto importante.
Per la disciplina dell’Internazionale Comunista
L’Internazionale Comunista deve essere una organizzazione centralizzata e disciplinata. Ciò è stato finora la nostra gloria, il nostro orgoglio, il nostro onore, di non essere quello che erano le Internazionali due e due e mezzo. Non abbiamo avuto, è vero, in questo periodo alcuna lotta diretta rivoluzionaria. Non si trattava di una grande mancanza di unità. Se noi un’altra volta dovremo prendere un’altra decisione e constatare una tale mancanza di disciplina, allora l’Internazionale Comunista sarà perduta. Dobbiamo dirlo. Non si tratta di una piccolezza, non di uno scherzo, non di una espressione più o meno spiritosa. I compagni francesi ed italiani debbono rendersi conto che quando l’Internazionale Comunista prende una decisione questa o quella Sezione non la possono poi sabotare. Dobbiamo convincerci che in tal modo potrebbe accadere che la Internazionale Comunista dovesse diventare una mera società di propaganda, invece di una organizzazione di lotta come deve essere. Questo è un insegnamento di una grande importanza. La tattica del fronte unico, lo abbiamo già constatato nelle nostre prime tesi, non ci dà solo la possibilità di guadagnare nuove masse, di vedere le proporzioni di forza con le Internazionali due e due mezzo, ma anche la possibilità di vedere nella profondità del nostro proprio partito. Perché io penso che è molto importante dire apertamente ciò che è risultato in questa occasione. Noi abbiamo realmente veduto entro le nostre sezioni, e noi dobbiamo costituire una organizzazione di lotta internazionale. Dobbiamo però anche apertamente dire che in questo riguardo abbiamo fatto delle esperienze non poco tristi.
Compagni! Ricordatevi della nostra riunione di febbraio, nella quale a grande maggioranza – furono contro solo tre partiti che però erano d’accordo in massima – fu approvata la tattica del fronte unico, e che cosa è poi accaduto? Dopo le decisioni prese in febbraio non si trattava più di discussione ma di azione e seppure non era una azione armata era una azione di grandissima importanza politica internazionale che tutta la classe lavoratrice seguiva attentamente ed anche i nostri avversari seguivano con la stessa attenzione. E che cosa ha essa mostrato? Che alcuni partiti in realtà hanno fatto difetto, non si sono associati all’azione ma l’hanno intralciata ed in tal modo hanno offerto argomenti in abbondanza ai nostri avversari. Nel Vorwarts, dai socialisti tedeschi, da quelli inglesi, dappertutto si diceva: «Va bene, ma il vostro Partito francese fa forse lo stesso?». Che potevamo rispondere? Fra di noi del resto possiamo dirlo, è la verità, il Partito francese, sia pure partendo da altro punto di vista ha intralciata la nostra azione. Immaginatevi che se nell’Internazionale Comunista si radica una tale tradizione che si prendano decisioni e poi si faccia tutto il contrario, che cosa accadrà? In che cosa consisterà allora la differenza fra la Internazionale Comunista e le Internazionali due e due e mezzo? Non si tratterà sempre solo del fronte unico, si tratterà di importanti deliberazioni che saranno a carattere decisivo. Noi dobbiamo perciò educare i nostri partiti che nella maggioranza sono ancora giovani partiti al concetto che quando si prendono decisioni internazionali esse debbono avere un valore. Questo ammaestramento non dobbiamo trascurarlo, esso è per noi della massima importanza.
Anche nella Norvegia il Partito si trova nella posizione di essere seguito dalla maggioranza degli operai, certo non la maggioranza della classe operaia, ma degli operai organizzati, e già questo stato di cose ha sviluppato la seguente ideologia: Noi abbiamo la maggioranza. A che scopo il fronte unico?
Così nel seno del Partito si è creata una corrente che è più o meno contro il fronte unico. Il Partito norvegese, come Partito, non ha ostacolata l’azione. Noi non gli possiamo fare lo stesso rimprovero che ai compagni francesi, esso non si è opposto apertamente. Il caso Lian è un caso particolare e vi accenno solo per informarne i compagni. Ma nel Partito norvegese vi è una corrente che dice: «Noi abbiamo già la maggioranza?». Ma che maggioranza avete? Avete forse la maggioranza della classe operaia? Questa non l’avete; voi avete una maggioranza della avanguardia ma non la maggioranza della classe operaia ed il fronte unico è il mezzo per guadagnare la classe operaia. Non si tratta solo di una avanguardia, ma delle grandi masse operaie. E quando avete la maggioranza solo per votare la scheda, ciò non significa che l’avete per lottare per il comunismo. Questa concezione è un errore ancor più grave di quello dei compagni francesi. Anch’essi dicono: Noi abbiamo la maggioranza. Ma quale maggioranza hanno essi? Non è neppure provato che essi abbiano la maggioranza neppure nell’avanguardia politica, perché allora sarebbe impossibile assistere al triste spettacolo che i più volgari apartitici, i fratelli gemelli degli scheidemani hanno avuto la maggioranza nei Sindacati rivoluzionari. Come è accaduto ciò? Voi avete la maggioranza della classe operaia e non di meno i Sindacati rivoluzionari si trovano nelle mani di questi messeri.
Il compagno Frossard ha promesso che dopo Saint Etienne la cosa andrà differentemente. Io spero e m’auguro che avremo questa maggioranza, ma per ora si tratta di un desiderio, non di un dato di fatto. In Russia c’è un proverbio che dice che i giovani polli bisogna contarli alla fine dell’autunno.
Perciò noi aspetteremo finché questi polli sindacalisti correranno dietro a Frossard.
Ma c’è un’altra prova contro i nostri compagni. È accaduto che in Francia alle ultime elezioni per i Consigli generali, il Partito riformista di Renaudel ha nel Nord ottenuto più voti di noi. E poi si viene a dirci di possedere la maggioranza. Questo è un errore ottico da parte dei nostri compagni. Il fronte unico deve servire ad essi per conquistare la maggioranza.
Rilievi sull’Italia
Ora vengo a parlare dell’Italia che parleremo poi di nuovo in seguito. Che cosa ci dimostra la situazione italiana? Esiste una cosiddetta Alleanza del Lavoro. Quando si trattò di crearla il Partito Italiano disse: «Noi non parteciperemo alla sua fondazione perché ciò significherebbe che noi vogliamo il fronte unico nel campo politico».
Oggi l’Alleanza esiste. I riformisti la vogliono ridurre a niente. Le masse operaie invece vogliono in essa trovare un punto di raccoglimento. La prima cosa di cui abbisogniamo è di essere in grado di poter far sentire la nostra voce nell’Alleanza. Ora il nostro Partito Italiano sebbene lo seguano 500.000 membri dei sindacati, non può far sentire la sua voce nell’Alleanza perché al momento opportuno si è straniato. Oggi dobbiamo in Italia condurre una lotta per una rappresentanza nell’Alleanza degli organismi sindacali comunisti. I riformisti naturalmente non la vorranno dare e poi dobbiamo perciò condurre una lotta per ottenere quello che agli inizi si sarebbe potuto ottenere senza lotta. Eravamo stati invitati come Partito politico. Fu risposto: «Come partito politico no». Questo è già di per se stesso teoricamente ridicolo ed impossibile a difendersi.
Come può affermare un marxista che la lotta economica che si sta svolgendo non riguarda i partiti politici? Anzitutto è teoricamente senza senso per un marxista ed anche dal punto di vista politico è umano senza senso. Ora in seguito a questa strategia sbagliata ci troviamo nella situazione che nell’Alleanza non c’è alcun nostro rappresentante. E perché questo? Appunto perché i nostri compagni non hanno visto in modo chiaro la tattica del fronte unico. Essi non l’hanno compresa al momento opportuno e per di più i nostri amici italiani hanno mostrato anche mancanza di disciplina.
La lotta per il fronte unico comincia solo ora
I nostri compagni ci scrivono sempre: Noi ci sentiamo soldati della rivoluzione. Ma poi scrivono venti articoli contro il fronte unico, dicono che è millerandismo, istigano le masse contro la Internazionale Comunista.
Questa non è disciplina; è tutto il contrario. Hanno i compagni francesi veramente una così cattiva opinione di noi che pensano che basti metterci sotto il naso la parola disciplina perché noi si debba sentire: «Che partito disciplinato!». Quando eravamo insieme nel partito con i menscevichi, venti anni fa c’era un partito unito e noi eravamo in minoranza. Abbiamo sempre fatto così, noi dicevamo di restare disciplinati, ma abbiamo sempre sotto sotto cospirato e ne avevamo il diritto. (Interruzione: Questo non l’avete mai scontato! Kreibch: ma lo hanno scontato i menscevichi). Questa è una reminiscenza, dopo quindici o vent’anni si può raccontarlo. Farlo contro L’Internazionale Comunista è un’altra cosa.
Che più? È finito ora il fronte unico? No siamo al principio: la tattica è agli inizi. Noi dovremo praticare eventualmente per molti anni questa tattica prima di ottenere la maggioranza della classe operaia. La forma sarà differente e mi rincresce di non poter dare al compagno Radek la garanzia che egli non dovrà fra qualche tempo ritrovarsi insieme a Vandervelde. Si è contenuto molto educatamente ed anche Bucharin sebbene abbia mostrata molta vivacità. Insomma tutto è ancora possibile in questo disgraziato mondo in cui viviamo. È anche possibile che noi, prima di avere tutti gli operai dalla nostra si debba tornare a forme ormai superate; è anche possibile che la lotta si imposterà differentemente.
Noi abbiamo iniziata la lotta per il fronte unico dall’alto e dal basso. Ora è chiaro che noi dall’alto non potevamo ottenere grandi risultati. Noi non piangeremo per il fatto che la Conferenza dei nove è andata fallita, perché la vera lotta per il fronte unico comincia solo ora in tutte le aziende, le officine e le città. E più le Internazionali due e due mezzo ci copriranno di insulti, con maggiore tranquillità lotteremo per le otto ore, per le piccole richieste, per passare poi alla parola d’ordine del Governo operaio ed alla dittatura del proletariato.
L’inizio della lotta del fronte unico comincerà solo ora nelle fabbriche e nelle officine dove si trovano le masse.
Il secondo ammaestramento è la necessità di una maggiore coesione interna e di lottare per questo fronte unico, non a parole ma a fatti. Certo Partiti come il francese e l’italiano sono membri assolutamente necessari della Internazionale Comunista. Noi dobbiamo fare tutto il possibile per allacciare questi Partiti nel modo più saldo ed intimo alla Internazionale Comunista, ma se ciò fosse possibile solamente al prezzo che noi abbiamo pagato in questa fase, allora sarebbe una tragedia. La Internazionale Comunista non può pagare questo prezzo.
La nostra parola d’ordine deve essere ora la seguente: Attraverso il fronte unico della Internazionale Comunista al fronte unico della classe operaia e attraverso questa alla vittoria contro i social-patrioti e così nello stesso tempo alla vittoria contro la borghesia.