Che cosa è il fronte unico
Categorie: PCd'I, Third International, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
Per intenderci
Rispondiamo proprio all’articolo dell’«Avanti!» intitolato «La nostra intesa». Intendiamoci una buona volta con i dirigenti del Partito Socialista. E per intenderci parliamo chiaro e preciso, non con espressioni vaghe e inafferrabili quali quelle che sono di prammatica per gli editoriali del giornale socialista. Questo invoca un tono cordiale di polemica: a guisa di esordio vogliamo domandargli perché non chiama come facciamo noi, partiti e giornali col loro nome e ci designa con l’epiteto di «puri»? Vuol fare dell’ironia? O teme di indicare ai proletari il nome e l’indirizzo di quelli che sa comprendere solo sotto la banale luce di concorrenti? Se l’intenzione è ironica e non ha «scopi di prevalenza partigiana», avvertiamo i nostri cortesi contraddittori che per noi qualunque nome è buono per designarci fuorché quello che ci accomunasse e confondesse con loro; e siccome nello stesso articolo si dà dei «puri» anche ai collaborazionisti, e, peggio, alcuni numeri prima un titolone sulla preparazione del congresso, riferendosi alla molto supposta vittoria massimalista, parlava di vittoria del «classismo puro», siamo costretti a declinare una volta per sempre l’onorifico titolo, trovando giunto il momento di lasciare il vanto della purità a chi se ne vale per mancanza di altre benemerenze da sovrapporre alla sua progrediente sterilità.
L’«Avanti!» vuol chiarire perché non condivide i «nostri metodi» di accusare di tradimento i capi proletari di destra. Parrebbe che fosse una quistione di buona creanza. Invece si tratta di diverso criterio … scientifico sulla funzione dei capi. Questi hanno, ci apprende l’«Avanti!», meriti e colpo molto relativi. Noi crediamo che la organizzazione che se ne frega di più di valorizzare i capi è la nostra; che il nostro partito sia quello che contrappone al prestigio tribunizio dei dirigenti il saldo inquadramento di una organizzazione collettiva accentrata e disciplinata al massimo: ma ha una superiore ragione di fine e di metodo; non ha un nome: non ha una posa, non ha una barba. Lasciamo dunque pure da parte i capi e discutiamo dei metodi che le varie organizzazioni con le loro parole e le loro attitudini presentano alle masse, metodi che noi discutiamo e critichiamo, indicandoli come opera di tradimento, da chiunque praticata, e – al di sopra della famosa considerazione morale sulla buona o mala fede – come quella, che affacciata col vanto di salvare le masse, le conduce al disastro.
Dunque l’«Avanti!» può esimersi dal gridare con noi che D’Aragona è un traditore, tanto più che se anche lo facesse, gli ne contesteremmo energicamente il diritto. Ma l’«Avanti!» e il massimalismo socialista hanno il dovere di prendere posizione chiara davanti ai problemi della lotta proletaria, di dare un giudizio – sia pure in termini addolcitissimi: ma un giudizio – non solo sul collaborazionismo parlamentare dei destri, ma sulla loro tattica sindacale del caso per caso, sulla non voluta azione generale di solidarietà per i metallurgici prima, per i lavoratori del novarese e di tante altre zone dopo. Quando questi giudizi non vengono e sono sostituiti da un preludio di chiacchere sulla intransigenza assoluta e l’aspettativa metafisica di un domani di rivoluzione per il quale non si vuole nulla apprestare, noi abbiamo il diritto e il dovere di cercare e di illustrare per i lavoratori la esistenza e le prove della complicità massimalista nel tradimento riformista.
Come? Ma non si deve dunque fare il fronte unico? – dicono quelli del giornale socialista. Il fatto è che essi non sanno e non vogliono capire cosa è il fronte unico. Lo descrivono come l’intesa fra tutti i partiti che sono contro le istituzioni; invocano a sproposito Mosca che pretendono di contrapporre a noi. Ora è bene chiarire. Secondo noi e secondo Mosca il fronte unico non è un blocco politico, non è una risultante uscita dall’impasto dei direttorii di tre o quattro partiti, ma è una situazione concreta che bisogna creare con una tappa indispensabile della riscossa del proletariato si di una chiara piattaforma evidente e realizzabile in un modo concreto e immediato.
Mettiamo i punti sugli i. Il blocco per la rivoluzione istituzionale noi non lo proponiamo a nessuno poiché non abbandoneremo mai quella che è la piattaforma che ha resa necessaria la costituzione del nostro partito e non rinunceremo mai a dimostrare alle masse che gli altri partiti, per i loro programmi e metodi, sono impotenti alla lotta contro le istituzioni capitalistiche politiche ed economiche. Solo le direttive dell’Internazionale Comunista possono dare al proletariato le armi per la lotta rivoluzionaria decisiva e questa non può essere vinta con i metodi che, come quello socialista, repubblicano o libertario sono impotenti a darci la preparazione alle necessarie fasi della lotta che consistono nell’impiego della violenza armata proletaria per rovesciare tutta la macchina statale colla dittatura del proletariato. Allo stesso modo che denunziammo come meccanismo inadatto alla lotta rivoluzionaria il vecchio Partito Socialista, e sosteniamo inefficace un movimento che, come quello dei libertari non vuole ammettere la necessità dell’inquadramento accentrato politico e militare delle masse, così non presenteremo mai al proletariato italiano come capace di efficacia una costituzione d’intesa di socialisti, repubblicani, comunisti, libertari.
Ma noi siamo per l’intesa, per il fronte unico di tutti i lavoratori e di tutte le organizzazioni; lo sosteniamo e lo prepariamo nello spirito vero della tattica dell’Internazionale comunista, perché la situazione creata dall’offensiva borghese lo impone; perché solo dall’azione simultanea di tutti i lavoratori può uscire uno schieramento e una lotta immediata e concreta, a cui crediamo capaci tuttavia quei dirigenti proletari di qualunque colore che non siano veri agenti segreti della borghesia.
Unione dunque di tutti i lavoratori, e unione facilitata dalle intese delle loro organizzazioni che pure si assumono chiari e precisi impegni di azione nei suoi obiettivi e nei suoi metodi. Lasciamo stare le frasi sonanti sulle istituzioni e ci si risponda a tono: Volete lottare con noi contro l’offensiva borghese, contro la riduzione dei salari, contro la reazione fascista, per ridare al proletariato il possesso di posizioni, in cui non sia più dominato dall’avversario e messo nella impossibilità di procedere sulla via rivoluzionaria con quel metodo unitario e preciso che la storia arbitra di tutte le scuole gli insegnerà? Siete d’accordo che per arrivare a questo si deve prima proclamare con una intensa propaganda e poi scatenare, innestandolo a uno svolto della situazione come quello che noi abbiamo indicato e gli altri tutti hanno voluto lasciare passare, lo sciopero generale nazionale?
Noi lo chiediamo ai lavoratori e alle loro organizzazioni, anche se dirette dai partiti che non sono contro le istituzioni, purché siano lavoratori percossi e martoriati dall’offensiva reazionaria. Non si tratta di una alleanza politica contrapposta ai collaborazionisti del Partito Socialista, ma di un’unione effettiva di tutti i lavoratori, anche di quelli che sono per avventura al seguito dei riformisti e dei popolari.
Quando vediamo deformare questo concetto concreto di azione di insieme delle masse sul terreno, scopi e metodi, su cui effettivamente socialisti, anarchici e comunisti possono concordare perché non contrastano con nessuno dei programmi, in una specie di pateracchio senza definizione di scopi, impegni, responsabilità, si avrebbe l’unico compito di riagitare dinnanzi alle masse i fantasmi di un rivoluzionarismo inconsistente che è compito del nostro partito saper superare. E quando vediamo sfuggire alle varie quistioni sulla critica o la lotta contro il disfattismo dell’azione proletaria che si concreta nella tattica dei capi confederali per l’indietreggiamento davanti all’offensiva reazionaria, allora noi esercitiamo il nostro diritto (né si speri che mai vi rinunciamo), spiegando al proletariato che non si tratta di sani intenti di azione, ma solo di un banale ripiego per salvare il Congresso socialista dalla inevitabile débâcle del massimalismo serratiano che al collaborazionismo dei riformisti vuol contrapporre una speculazione volgare sulla parola del fronte unico proletario e nei fatti lo sabota e lo spezza quanto i riformisti medesimi.
L’«Avanti!» ci offre di fare la rivoluzione insieme. È troppo. Ci offra invece di dedicare le sue colonne a combattere la tattica sindacale del caso per caso e dell’accettazione delle riduzioni di salario, a far la propaganda per lo sciopero generale nazionale e a sostenere senza riserve l’armamento delle masse per la lotta contro il fascismo qualunque Governo sia al potere. E allora l’intesa sarà un fatto e chi mancherà ad essa farà i conto col proletariato.