All’offensiva padronale gli operai oppongano il fronte unico
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La lotta tra capitale e lavoro è entrata da un anno in una nuova fase. Gli eserciti borghese e proletario, pur continuando a manovrare, si sono scambiati la posizione: quello padronale, dalla difesa è passato all’offesa; quello proletario si è messo quasi ovunque sulla difensiva.
C’è stato un periodo nel dopoguerra in cui il proletariato aveva effettivamente migliorato le sue posizioni.
Miglioramento di breve durata a cui fa riscontro un lungo periodo, in cui l’aumento del costo della vita aveva preceduto e superato l’aumento dei salari.
La situazione eccezionale, obbligando ad una rapida produzione e permettendo ai capitalisti di rifarsi largamente di ogni concessione, il fluttuare stesso del costo della vita, permetteva le domande operaie. La resistenza padronale si era ridotta al minimo, sia per la spinta operaia, sia anche perché si era assicurato il mercato nazionale e l’appoggio del pubblico erario escludendo la concorrenza straniera.
La crisi non ha tardato, anche in Italia a sconvolgere il mercato. Crisi dovuta in parte alla concorrenza estera, contro la quale non bastavano le elevate tariffe doganali, in parte alla minore capacità di acquisto delle nostre popolazioni, allo svalutamento della moneta che ci rendeva difficile l’acquisto delle materie prime all’estero, all’alto costo dei noli marittimi, alla perdita di vasti mercati, in paesi ancora straziati dalla guerra e che avrebbero potuto assorbire i nostri prodotti e nello stesso tempo fornirci, a buon mercato, di materie prime.
La responsabilità di questa situazione è in buona parte dovuta alla cieca politica europea che ha fatto una pace che continua la guerra. L’Intesa, che oggi dimostra di non saper intendersi più, mentre ha rovinato dei mercati già animatissimi (Germania, Austria, Ungheria, ecc.) ha tagliato la Russia dal mondo ed ha gettato la Grecia contro la Turchia e l’Asia Minore.
La crisi era inevitabile; perché se Germania, Austria, Ungheria, Polonia, Grecia, Turchia non possono acquistare, dove manderanno i loro prodotti i paesi dell’Intesa? Se la Russia è bloccata, chi ne esporterà le materie prime di cui un tempo riforniva l’Europa?
La crisi ha portato alla disoccupazione, la disoccupazione alla miseria, la miseria all’indebolimento della compagine proletaria. Il momento buono era quindi arrivato per la borghesia internazionale che ha approfittato della crisi e della conseguente miseria nella classe operaia, per ritoglierle tutti i miglioramenti concessi.
Così siamo arrivati alla reazione che si propone di respingere l’operaio nello stato di miseria di quarant’anni fa, quando lavorava dall’alba al tramonto.
L’avanzata padronale in ogni paese, si propone innanzitutto: l’abolizione delle otto ore; lo scioglimento delle organizzazioni operaie.
In seguito tenderà ad assicurarsi il mercato nazionale con esagerate tariffe doganali ed a conquistare i mercati stranieri con il gioco della politica estera, con i trattati e le imprese coloniali. Le conseguenze di questo modo d’agire non tarderanno a farsi sentire e ci porteranno alla identica situazione che nel 1914 ci ha portato alla conflagrazione mondiale. La nuova guerra è nell’aria; le borghesie dell’Intesa, d’accordo nel fare la pelle all’orso non lo sono più ora che si tratta di dividersela. E sotto questa politica di infame cupidigia, brontola il temporale, che prepara il malcontento dei lavoratori di tutto il mondo.
Come l’avanzata operaia è stata favorita dalla situazione, così l’offensiva padronale prende forza dalla impreparazione proletaria. La più grande disgrazia dei lavoratori è stata la mancanza, nell’immediato dopoguerra, di forti e organizzati partiti rivoluzionari.
La seconda internazionale, prostituitasi alla borghesia guerraiola durante il conflitto, non poteva svolgere opera rivoluzionaria. La terza internazionale era troppo giovane e troppo occupata nella rivoluzione russa.
Lo slancio rivoluzionario del proletariato si è così infranto.
Le troppe illusioni hanno favorito una rapida delusione. La fame ha scompaginato le file, sempre dirette, purtroppo, dai riformisti educati alla politica collaborazionista e piccolo borghese della seconda internazionale. L’azione rivoluzionaria del dopoguerra preparava due vie: la rivoluzione o la reazione. È mancata la prima ed è venuta la seconda.
Non ci possiamo addentrare ora nelle singole responsabilità. Il popolo che vive questa ora dolorosa di regresso e comincia a guardare con gli occhi fermi ed asciutti, sa identificare da solo i responsabili.
Questo nostro articolo non è fatto per deprimere la massa operaia, ma per spronarla, per incoraggiarla, per spingerla alla lotta. Perché noi non crediamo nella sconfitta operaia, perché noi abbiamo ancora fiducia nella sua forza di resistenza, nel suo spirito di sacrificio, nelle sue qualità aggressive.
Il proletariato ha passato momenti ben più tristi, ha sofferto ben altri dolori.
La lotta millenaria contro gli oppressori, contro la miseria, contro la fame, lo hanno temprato saldamente. Se l’offensiva padronale può piegarlo e scompaginarlo momentaneamente, se gli errori o i tradimenti dei capi lo possono per un momento disorientare, egli sa sempre ritrovare la strada che hanno battuto gli schiavi da Spartaco in poi.
Dalla Terza Internazionale è partita ancora una volta la parola d’ordine: Fronte unico. Fronte unico tra tutti quelli che sul terreno della lotta di classe sentono che si può arginare insieme l’avanzata padronale; fronte unico internazionale tra quanti sentono la minaccia che grava sul proletariato e tenta di respingere nell’antica miseria i nove decimi dell’umanità.
Noi ripetiamo la parola d’ordine con scetticismo; perché quegli organismi pseudo rivoluzionari che hanno favorito con la loro nascosta complicità o con una delittuosa inerzia il crearsi della situazione attuale, non potranno e non vorranno levarsi avversari decisi della classe borghese con la quale vogliono collaborare.