Partito Comunista Internazionale

La tattica Sindacale approvata al Congresso Comunista

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Ho già riassunto – prima del Congresso del Partito Comunista – le tesi sulla tattica sindacale. Il problema sindacale ha trovato nei comunisti degli assertori convinti che ne comprendono tutta l’importanza per il fine rivoluzionario e per la difesa quotidiana della classe proletaria.

Salvo qualche punto – riveduto per adattarlo agli ultimi avvenimenti (Congresso dell’U.S.I., Alleanza del Lavoro, ecc.) le tesi sono state approvate dopo discussioni appassionate avvenute specialmente in seno alla Commissione.

Il punto di contrasto portato dalla Commissione nell’assemblea generale è stato circa l’accettazione o meno, negli organi dirigenti dei sindacati, del principio delle minoranze. Il Congresso ha deciso l’accettazione, persuaso che una maggiore partecipazione delle minoranze alla vita dell’organizzazione e specialmente ci dia il modo di controllare meglio il funzionarismo confederale che oggi – come una piovra dalle cento braccia – avviluppa e domina tutto l’organismo sindacale facendone, di uno svelto organo di battaglia, un passivo meccanismo burocratico.

Ai pochi compagni che vedono un pericolo nella nostra entrata nei C.D. – a noi pure è sembrato nel passato e l’esperienza ci ha insegnato il contrario – possiamo rispondere che questo si deve fare subordinatamente alla possibilità di avere un organismo – Comitato Sindacale Comunista – che diriga ed inquadri l’attività delle minoranze stesse e dei compagni che diano affidamento di sapere e di potere lavorare attivamente ed efficacemente sulle nostre direttive.

La partecipazione delle minoranze – nostre ed avversarie nei sindacati comunisti – eleverà anche il tono della polemica. Di fronte poi alle tendenze sgretolatrici dei capi confederalisti ed alle loro manovre per giuocare le masse ai loro fini personali e politici, è possibile alle minoranze avere armi più valide per combatterli; è più facile impedire le rappresaglie che in molte località si verificano contro gli organizzati comunisti; è possibile una difesa efficace dei disoccupati che i riformisti tendono a mettere fuori dalle organizzazioni.

Sul trattamento fatto dalla C.G. del L. ad organizzazioni comuniste, ho avuto occasione di sentirne delle carine dai compagni delle diverse zone d’Italia.

Fatti che dimostrano il livore di questa gente che sente crescere intorno il disprezzo e la diffidenza delle masse e che tutto tenta, il sopruso e l’imbroglio, per conservare il proprio dominio.

Questa tattica può a volte portarci degli svantaggi, ma nella maggior parte dei casi favorirà la nostra causa che è quella del proletariato rivoluzionario.

Un altro problema ha discusso il Congresso Comunista: L’unità della classe operaia.

Ognuno sa – e ne conosce l’enorme danno – che le organizzazioni sindacali sono numerose: Confederazione Generale del Lavoro – Unione Sindacale – Unione Italiana del Lavoro – Sindacato ferrovieri – Federazione dei Lavoratori del mare – Organizzazioni popolari – Camere del Lavoro e Sindacati autonomi locali. Queste divisioni disperdono e diminuiscono la forza operaia e il P.C.I. ha fatto ogni sforzo per creare le basi dell’unità proletaria.

Fronte unico, hanno detto i comunisti che nel campo sindacale sono decisamente unitari. Ovunque noi abbiamo ripetuto la nostra parola d’ordine che la massa ha raccolto obbligando i capi a formare l’Alleanza del Lavoro. Qual è oggi, noi non abbiamo alcuna fiducia di questo organismo che rappresenta l’accordo burocratico dei capi. Crediamo sicuramente che un valore diverso abbia per l’avvenire e – se i funzionari delle diverse organizzazioni non lo silureranno – serva da base dell’unità proletaria italiana. Con questa speranza noi saremo disciplinati all’A. del L. anche se nessun comunista ci rappresenterà nel Comitato Nazionale.

Il movimento sindacale comunista è all’inizio del suo sviluppo e risente fortemente della mancanza di mezzi ed anche di numerosi uomini completamente preparati a dirigerlo. Le nostre parole d’ordine penetrano sempre più nella massa e la portano verso di noi. Possiamo ancora commettere degli errori, lamentare delle deficenze, ma la nostra strada è certa. A mezzo dei nostri gruppi noi permeeremo di comunismo tutti gli organismi operai e li conquisteremo alla lotta rivoluzionaria. E metteremo a nudo le vergogne degli opportunisti.

Alla fine della discussione il Congresso del P.C.I. ha approvato questa mozione:

Il Congresso del P.C.I., approvando la tesi sulla tattica sindacale, fa presente al nuovo Comitato centrale sindacale i seguenti criteri pratici in relazione ad alcuni punti delle tesi stesse:

1. È necessario che il Partito e i suoi organi centrali e periferici curino in modo particolare l’adempimento da parte dei comunisti dei doveri sindacali; e ciò anche data l’importanza che l’azione sindacale come terreno di realizzazione del fronte unico, acquista in questo periodo;

2. Il Comitato centrale sindacale dovrà iniziare una campagna nazionale perché gli statuti delle Camere del Lavoro siano modificati in modo che gli organi responsabili del movimento siano eletti per suffragio generale e diretto da parte degli organizzati e con sistema maggioritario; e che le elezioni siano sempre precedute da un sufficiente periodo di discussioni preparatorie;

3. Si esprime la fiducia che le deficienze del «fronte unico» potranno essere corrette con la creazione dei Comitati locali che, superata l’attuale fase, dovranno essere eletti direttamente dalle masse organizzate e potranno così realizzare in modo concreto ed efficace la fusione delle forze della classe lavoratrice;

4. Il Comitato Centrale sindacale dovrà proporre ai Comitati locali della «Alleanza del Lavoro» opportune forme di consultazione di tutta la massa lavoratrice di ogni località e uguale consultazione di tutta la maestranza di ogni fabbrica da parte delle rispettive Commissioni Interne;

5. Nella previsione che l’«Alleanza del Lavoro» debba servire almeno a creare l’unità organizzativa sindacale in Italia, conviene attendere l’ulteriore sviluppo dell’atteggiamento degli organismi aderenti per decidere dell’uscita dei comunisti dalle organizzazioni non confederate;

6. Il Comitato Centrale sindacale dovrà promuovere nel seno dei Sindacati e delle Camere del Lavoro, interpellanze da parte dei gruppi comunisti per chiedere la convocazione delle masse organizzate perché si pronunzino sull’atteggiamento dei dirigenti confederati, i quali, arbitrandosi ad interpreti di tutti gli organizzati, assumono atteggiamenti politici che non sono stati in alcun modo autorizzati dalla maggioranza degli aderenti;

7. I comunisti dirigenti le organizzazioni o che costituiscono la maggioranza delle Commissioni Interne devono convocare frequentemente gli organizzati per esporre loro la situazione reale che si presenta e gli atteggiamenti che ne derivano, e, appunto perché convinti dei limiti che ogni azione parziale ha in sé, non ne devono intraprendere alcuna senza aver consultato le masse interessate e senza aver loro prospettato in modo preciso detti limiti, senza che ciò possa mai però essere addotto come pretesto per sottrarsi al dovere di lottare ovunque ciò sia appena possibile o necessario;

8. Il Comitato Centrale sindacale deve promuovere una campagna perché sia conservato alle Camere del Lavoro l’autonomia necessaria per l’efficace assistenza ai movimenti locali, osservando che ciò, nonché non contrastare alla disciplina e al coordinamento dell’azione, è invece la loro base, non essendo concepibile l’una o l’altro se la struttura confederale non risponde alle esigenze pratiche e vitali del movimento sindacale;

9. Il Congresso del Partito addita agli organizzati comunisti l’urgenza di prendere nelle organizzazioni cui appartengono l’iniziativa per la difesa e l’assistenza ai disoccupati, cui deve essere fornita prima di tutto la possibilità di continuare a partecipare alla vita delle organizzazioni, e in tal senso il Comitato Centrale comunista deve spiegare un’azione energica per ottenere che i disoccupati, abbiano la tessera e con essa conservino integralmente tutti i diritti sindacali;

10. Il Congresso afferma la necessità di uno stretto collegamento tra il movimento sindacale e quello cooperativo:

a) nel campo della produzione, perché le Cooperative non creino gruppi di privilegiati a danno di operai non qualificati od avventizi;

b) nel campo del consumo, perché le Cooperative diventino essenzialmente forme di inquadramento di larghi strati di proletari e semi-proletari, nei quali però, in relazione all’accentramento tecnico della cooperazione di consumo nelle città capoluogo di provincia o di zona, gli operai industriali abbiano una posizione prevalente.