Commenti al Convegno Confederale
VERONA, 7.
Nella prima seduta del Convegno la difesa della politica confederale è stata sciorinata da Giuseppe Bianchi, lo scaricatoio di parole scritte e parlate reclutato da qualche anno dai sornioni intriganti del sinedrio confederalista.
Egli ha passato in rivista le benemerenze confederali innanzi ai gravi problemi che oggi travagliano la classe proletaria, contrapponendo alle critiche comuniste con impareggiabile faccia fresca, la dimostrazione, a base di parole vuote, che i dirigenti hanno davvero tutelati gli interessi della massa dinanzi alle minacce di riduzioni salariali, alla disoccupazione, e così via. Ha enumerate come vittorie confederali la nomina della Commissione per l’inchiesta sull’industria – senza nulla dire dell’effetto che avrà la composizione di essa coll’intervento di delegati statali, padronali, e di organizzazioni gialle in maggioranza stragrande, e senza poter indicare che effetto avranno le sue decisioni, che non impegneranno padroni e governo a nulla di concreto, – mentre collo stesso discorso Bianchi la Confederazione si impegna a rispettarle come cosa sacra. Ha parlato della soluzione delle vertenze salariali, senza dire che avverrà dei metallurgici liguri e triestini, accennando con frasi equivoche ad «esperimenti comunisti» nel movimento dei lanieri (mentre solo concepibile esperimento comunista sarebbe la realizzazione di una difesa d’insieme del proletariato su tutto il fronte sindacale e finora abbiamo solo gli esperimenti del metodo confederale delle agitazioni locali lasciate a se stesse). Tanto meno ha chiarito che cosa propone la Confederazione nella immancabile prospettiva di altri attacchi padronali a tutte le categorie operaie, visto che nessuna garanzia da nessuna parte ha avuto in materia.
Il Bianchi ha voluto dimostrare che la Confederazione ha sempre avuta una sua linea programmatica, ricordando la famosa costituente professionale da lui e da qualche altro scriteriato, proposta come diversivo all’orgia di massimalismo e di dittatura proletaria fatta nel 1919 da molti che oggi sono dalla parte dei riformisti. Ma nessuno contesta alla Confederazione di essere sempre stata coerente alla sua linea di collaborazione, di complicità con la borghesia!
Tutte queste obiezioni comuniste al discorso del Bianchi ed alla tesi confederale sono state mirabilmente inquadrate in un discorso pronunziato dal compagno Tasca a nome dei comunisti, che si è imposto all’attenzione ed al rispetto della stessa corrente riformista tanto che i dibattiti del consiglio confederale hanno avuto la loro impostazione sopratutto su questa esposizione del programma d’azione sindacale sostenuti dal partito comunista. La discussione sulla relazione confederale si intermezza, a tratti, su questo indirizzo, preso dal dibattito, causando incidenti e contrasti ogni qualvolta si accenna all’atteggiamento della Confederazione e delle organizzazioni locali nella singole vertenze in corso.
La tattica dei funzionari socialdemocratici è di deviare la discussione dal processo alle loro responsabilità, preferendo essi tentare di smontare con una serie di sofismi il contenuto di reale efficacia delle proposte comuniste. Ma i nostri compagni mentre non danno tregua alle falsificazioni dei confederalisti e li affrontano sul terreno delle vicende dei singoli movimenti degli ultimi giorni, hanno portato d’altra parte nella discussione tutto il contributo di argomenti che sorreggono la nostra tattica e ne dimostrano non solo la possibilità di applicazione reale, ma la inevitabilità per la salvezza della organizzazione.
L’argomentare dei riformisti è quanto mai meschino. Ad essi farebbe molto comodo di respingere i comunisti, da cui si vedono così sistematicamente ed implacabilmente attaccati, sul vago terreno dell’invocazione inconsistente di un mito pseudo rivoluzionario, ed attribuire loro la tattica dell’agire senza pensare alle ulteriori conseguenze. Ma essi hanno a fare con ben altra preparazione e ben altro metodo, e i loro sforzi, per dimostrare di essere i soli difensori sereni ed illuminati degli interessi proletari, falliranno miseramente, in quanto, se una cosa emerge dal dibattito per le masse che da esso attendono una virile parola d’ordine, è che proprio i socialdemocratici dirigenti la Confederazione mancano di ogni coscienza della situazione e di ogni programma di azione, attraverso la seria applicazione del quale il proletariato la possa fronteggiare.
I nostri argomenti, riassunti nella mozione comunista presentata dal compagno Tasca nella sua chiara impostazione, non solo contengono un giudizio completo ed esauriente dell’attuale situazione e dei punti di partenza e di arrivo della offensiva padronale, non solo pongono in evidenza, per la parte critica, la impotenza e il disfattismo contenuti nella tattica propugnata dalla Confederazione ma si completano mirabilmente nella parte positiva in cui si traccia la via dell’azione da intraprendere.
È facile cosa dire: «Volete adunque lo sciopero generale immediato, per solidarietà coi lanieri, visto che tutte le altre vertenze sono risolte – secondo le menzognere vanterie degli organizzatori socialdemocratici – e credete con lo sciopero di trovare una soluzione sindacale del problema dei salari; oppure intendete che questo sciopero da proclamarsi qui debba segnare lo scatenamento della lotta rivoluzionaria? Dite chiaramente le vostre intenzioni». Tali interrogativi non pongono menomamente in imbarazzo i comunisti, e sono già superati dall’esposizione del loro programma.
Anzitutto deve premettersi che le vertenze finora svoltesi non sono affatto state risolte dalla tattica confederale, ma invece sono state compromesse. Gli accordi di cui i confederali menano vanto non sono che abili formule a cui tanto i padroni quanto i funzionari sindacali sanno bene che devono credere solo gli ingenui lavoratori, che effettivamente constatano come ogni giorno essi si vedano oggetto di soprusi e rappresaglie nelle officine – ed anche nelle campagne – mentre l’organizzazione ha rinunziato ai mezzi con i quali poteva e doveva proteggerli. Fin quando sarà possibile frodare i lavoratori colle abili e demagogiche formulazioni di concordati che servono solo ad indorare la pillola? Ed altresì va osservato, pregiudizialmente, come l’aver alla bell’e meglio sistemate talune vertenze isolate, abbia creato un fatto compiuto intenzionalmente destinato a rendere più difficile l’applicazione della tattica dell’azione generale, mirando a pregiudicare ed influenzare le decisioni del Consiglio nazionale.
Ma le vertenze in corso sono ancora tali da dare appiglio, non ad uno sciopero di semplice solidarietà impostato senza più precisa visione, ma all’opera di fusione di tutte le vertenze in una azione comune di tutto il proletariato, da cui si deve attendere, non il terno al lotto della rivoluzione immediata, ma i progressivi e concreti risultati della salvaguardia dell’organizzazione e delle formazioni di lotta del proletariato, dello schieramento iniziale di tutte le forze operaie sul terreno della lotta tra l’offensiva capitalistica e la difesa proletaria, e il progressivo precisarsi della coscienza dei lavoratori che una lotta così ingaggiata non sboccherà nell’obbligare il capitalismo a funzionare in modo da fare ai produttori un trattamento appena tollerabile, ma deve risolversi, secondo quella che è la premessa di tutte le argomentazioni concrete dei comunisti, nell’urto definitivo per il superamento del regime capitalistico.
Proclamare che si impiegherà l’arma dello sciopero generale di tutto il proletariato per arginare l’offensiva capitalistica, prendendo occasione, come già sarebbe dovuto avvenire se fosse più avanzata l’opera di liberazione del proletariato dai traditori socialdemocratici, vuol dire porsi coscientemente su questa via di miglioramento della preparazione materiale e spirituale del proletariato alla lotta rivoluzionaria, mentre i fatti dimostrano con copia enorme di prove che il recedere da questa via o il tergiversare per non impegnarvisi, conduce inevitabilmente non solo al sabotaggio di quella preparazione, che i socialdemocratici apertamente dichiarano inutile, ma altresì alla demolizione del grado di capacità sindacale e politica faticosamente raggiunto dal proletariato, sospingendolo verso una illimitata soggezione alle prepotenze della classe dominante.
Non sono dunque di fronte due espedienti per risolvere le semplici vertenze economiche, ma due vie opposte tra cui deve scegliere la organizzazione proletaria. Ma la situazione ha questo di suggestivo, che si rende evidente come la via proposta dai comunisti non solo sbocca nella realizzazione suprema rivoluzionaria, ma altresì combacia con la indicazione delle necessità di movimento che la situazione contingente impone per la salvaguardia degli stessi interessi materiali ed immediati di tutti i lavoratori anche presi localmente e per categoria; mentre la tattica dei riformisti non conduce né all’uno né all’altro risultato, e merita quindi in modo indiscutibile la definizione infamante di disfattismo. E non più solo disfattismo della preparazione rivoluzionaria, ma disfattismo altresì dei più modesti interessi proletari e dell’organizzazione sindacale, poiché l’offensiva capitalistica lega le due cose indissolubilmente tra loro.
Questa la sicura linea della tattica comunista, che sempre più convince e conquista le masse, mentre i capi sindacali messi colle spalle al muro, e non più salvati dai loro espedienti sofistici e dalle loro mille menzogne, si riducono a doversi difendere con la vile arma della volgare «pastetta».
Ma anche contro quest’arma i comunisti sanno bene quali mezzi adoperare. La dittatura dei controrivoluzionari nei Sindacati ha i giorni contati.