L’unità: terreno di lotta
Nelle ultime battute del dibattito del Consiglio nazionale confederale si è portato in efficace evidenza il suggestivo problema che la tattica comunista inquadra nella sua integrale esplicazione: unità della organizzazione sindacale per il maggior successo dell’incalzante offensiva politica del Partito comunista contro le ignominie della socialdemocrazia.
I riformisti italiani mobilitando, si può già quasi dire «in articulo mortis», i loro oratori di combattimento, cercan di sfuggire alle morse della argomentazione comunista, confutando la concretezza di applicazione di cui la proposta di azione generale è suscettibile coll’equivoca disamina di un’eventuale svolgimento di essa, pensato e prospettato, insidiosamente come funzione dell’organo confederale quale esso è oggi inquadrato dal presente ingranaggio direttivo funzionaristico. Dove ci condurrete, essi ostentano di chiedere, se vi ascolteremo e proclameremo lo sciopero generale? Come si innesterà l’effetto di esso con il conseguimento degli scopi che fin’ora si è posta l’azione sindacale del proletariato, nei periodi delle graduali conquiste come in quello oggi iniziato della difesa di esse?
Questo equivoco ragionamento è superato dalla esposizione stessa dello svolgimento tattico e dinamico che prenderebbe l’azione proletaria se le tesi comuniste venissero realizzate nell’azione delle grandi masse; e un caposaldo indissolubile di questo svolgimento sta nel rovesciamento della dittatura funzionaristica dei grandi e piccoli capi sindacali che costituiscono come i loro ruffiani discorsi di Verona interamente confermano, una associazione per l’inganno e il tradimento del proletariato. Non si tratta di proporre qualche cosa che il consesso deliberante di Verona possa nella sua totalità sposare come suo programma di azione, che gli stessi mandarini che si succedono alla tribuna del Consiglio nazionale possano domani tradurre in atto alla testa delle masse, bensì di proporre al proletariato intero, seguendo fedelmente la spinta che dà ad esso l’influenza della attuale situazione economiche anche negli aspetti contingenti un piano di azioni e di movimenti di cui il primo atto e la prima condizione è la sconfitta dei capi riformisti e la rottura del loro apparecchio soffocante di controllo dell’organizzazione.
Se si parte dalle loro premesse che caso per caso si devono stagnare le vertenze per il fine inconfessato di tendere ad ogni costo ad evitare un urto generale violento del proletariato contro le istituzioni, poiché si crede che il processo in corso deve ricomporsi in una ricostituzione del meccanismo capitalistico di produzione, e si pensa che solo l’apparecchio che ha sempre tradizionalmente operato in questo senso potrebbe essere l’organo della ulteriore azione, questa si presenta come basata su di una contraddizione. Ma l’azione generale culminante nello sciopero generale di tutto il proletariato appare non solo logica, non solo possibile, ma presto o tardi inevitabile se l’organizzazione non vuol perire, quando si parta dalla dimostrazione che la soluzione della attuale crisi entro i quadri del capitalismo non è possibile se non a patto di prevedere un trattamento di abiezione economica e morale per il proletariato.
Il dibattito che deve confrontare il vigore dei due metodi, quello riformista a quello comunista, non deve adunque consistere che nell’esame delle prospettive a cui l’uno e l’altro conducono, saggiato al confronto della realtà attuale. Decisiva è la dimostrazione comunista che il metodo confederale prepara ed incoraggia la disfatta e il dissolvimento della organizzazione sindacale, mentre non hanno nessun valore i sofismi dei bonzi in quanto chiedono a che cosa condurrà l’azione generale, e se vi sono altre vie che non siano una vittoria pienamente traducibile in una serie di conquiste pratiche di dettaglio, o la rivoluzione.
Vi sono, nel piano comunista, una serie di sviluppi che, mentre confermano la premessa per cui in una soluzione «tecnica» della crisi noi non crediamo e perseguiamo con tuttala nostra azione l’obiettivo finale politico rivoluzionario, lasciano scorgere un processo di allenamento delle masse alla lotta, di cui il primo passo e appunto l’abbattimento del meccanismo di dominio disfattista dei capi attuali, e ne segue un nuovo periodo di impiego della forza dell’organizzazione con ben altro respiro e ben altra efficacia.
Ma noi siamo per l’unità! Senza dubbio, e senza alcuna riserva, e alla unanimità più un milione, disposti a sostenere qualunque lotta perché l’organizzazione sindacale non si scinda anzi si unifichi su più vaste basi. E questo caposaldo della tattica nostra non contraddice menomamente a tutta la nostra visione della lotta contemporanea contro la borghesia e contro i suoi complici socialdemocratici, poiché questa lotta non può non essere condotta che in contatto cogli organismi che raggruppano le grandi masse, e in cui si esplicano i loro movimenti iniziali determinati dai moventi economici, che si deve impedire che il riformismo incanali per vie errate.
Né le blandizie dei bonzi – fatte mentre ci si froda indegnamente della legittima rappresentanza di masse ingenti di lavoratori che per il nostro metodo si son pronunziati – né tanto meno le loro minacce che mal celano la paura che hanno del nostro compatto movimento, ci indurranno a prospettarci la possibilità di una divisione della organizzazione sindacale, o a cedere di un millimetro nella irruenza della nostra lotta contro quelli che riteniamo i nemici peggiori della causa proletaria.
E quindi la dirittura e la efficacia reale dei nostri metodi sta nel fatto che essi devono affermarsi cogli effettivi della organizzazione e contro gli attuali stati maggiori della organizzazione. La loro logica è la logica di un movimento di riscossa proletaria svolto, finalmente, senza la freccia nel fianco della dirigenza dei D’Aragona.
È sollazzevole, dinanzi a questa implacabile potenza del nostro nemico, vedere i bonzi fabbricarsi il mito alla rovescia della antica ideologia sindacalista dello sciopero generale come panacea universale dei problemi proletari. Lo sciopero generale è per noi un mezzo ed un episodio di un complesso cammino, e noi persistiamo a gridare al proletariato che siamo ad uno svolto in cui bisogna affrontarlo per attenderne, non il miracolo, ma la affermazione che la organizzazione proletaria è decisa a non lasciarsi uccidere dalla alleanza tra l’offensiva borghese ed il sabotaggio socialdemocratico, ma vuole cercare e trovare la nuova vita sulle aspre vie della controffensiva rivoluzionaria.
Malgrado il voto manipolato dai mandarini, il Consiglio nazionale di Verona ha segnato un’altra tappa su questa nostra sicura via, e ha indicato al proletariato il bersaglio, contro il quale devono convergere i suoi sforzi, nella sua organizzazione, con la sua organizzazione, da cui devono essere sloggiate le sentinelle della controrivoluzione borghese, perché essa inalberi fieramente la bandiera della rivoluzione comunista.