Fandonie green anche in Cina
Categorie: China, Ecological Question, USA
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Al recente summit sul clima tra il 22 e il 23 aprile, che sarebbe stato voluto dal nuovo presidente USA Biden, è intervenuto anche il presidente cinese Xi Jinping con un discorso che ha messo al primo posto l’armonia tra l’uomo e la natura e lo “sviluppo verde”. A tal fine, Xi Jinping confermava l’impegno, già espresso nei mesi precedenti, di ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 (attualmente la Cina ne produce la maggior quantità, il 28% delle emissioni globali), e di raggiungere la “neutralità climatica” nel 2060, cioè zero emissioni nette di anidride carbonica, quando l’anidride carbonica prodotta non superasse quella che può essere assorbita, ad esempio dalle foreste e dagli oceani.
Per raggiungere tale obiettivo la Cina punterebbe su tre fattori: intensificazione della produzione energetica da fonti rinnovabili, settore nel quale la Cina detiene importanti primati mondiali; aumento del volume delle foreste sul territorio nazionale; e soprattutto riduzione della produzione di agenti inquinanti, e quindi progressiva riduzione dell’uso del carbone. Però, la Cina è fortemente dipendente dal carbone, tanto che ne consuma circa la metà del totale mondiale. Il carbone soddisfa tra il 56 e il 58% dei consumi energetici del Paese e i due terzi della produzione elettrica.
Inoltre la Cina ha finanziato progetti che utilizzano carbone all’estero, dal Pakistan alla Serbia, per un investimento di 474 milioni di dollari nel 2020. Neanche la crisi economica e pandemica ha segnato in Cina una inversione di rotta nell’uso del carbone, addirittura lo scorso anno la produzione è tornata ai record del 2015: secondo i dati ufficiali ne sono stati estratti ben 3,84 miliardi di tonnellate. La ragione è, in parte, da attribuire a una sorta di guerra commerciale con l’Australia, che esporta in Cina molto carbone. Pechino ha bloccato queste importazioni, e aumentato la produzione interna, in ritorsione per le posizioni dell’Australia sulle principali controversie che riguardano la Cina: presunta origine cinese della pandemia, Hong Kong, Xinjiang, Taiwan, 5G ecc.
Quindi il quadro complessivo delle necessità energetiche cinesi fa ritenere che a breve non assisteremo a “grandi balzi in avanti” sulla via della riduzione del consumo di carbone. Sono gli stessi dirigenti di Pechino che prevedono un picco dell’utilizzo del carbone nel 2030, senza però quantificarlo. Nonostante le enunciazioni di principio sull’ “armonia tra uomo e natura”, nonostante la pretesa di voler basare l’economia su “un modello sostenibile”, nonostante i lunghi piani futuri di ricorso alle “fonti alternative”, si apre un decennio d’oro per il carbone in Cina. Anche l’ultimo piano quinquennale cinese, sebbene verniciato di verde come d’obbligo ovunque, non pone dei limiti al carbone.
D’altronde nemmeno potrebbe in quanto, in un contesto di sempre più agguerrita rivalità commerciale fra capitali, ridurre la dipendenza dal carbone, troppo metterebbe la sua economia in svantaggio. La “questione energetica” diventa così un’arma nello scontro inter-imperialistico. La guerra tra capitalismi concorrenti si nasconde in uno scontro apparente tra “difensori dell’ambiente”, del “clima”. Questa finta “difesa della natura” suona così: i capitalismi d’Occidente accusano la Cina di essere la principale responsabile delle emissioni e la spingono a forti riduzioni; la Cina risponde che sono i vecchi capitalismi, trascinati da secoli prima della Cina nella rivoluzione industriale, i veri responsabili della critica situazione attuale.
Queste schermaglie “ecologiche” si spiegano solo nel contesto delle rivalità tra gli Stati e nella crisi delle loro economie. Nello specifico la Cina borghese, arrivata con un secolo di ritardo allo sviluppo industriale, alimenta le proprie fabbriche, oggi le centrali elettriche, col carbone, come già fecero i vecchi capitalismi. L’arma della difesa ambientale è, quindi, impugnata dai capitalisti occidentali solo per imbrigliare la giovanile industria cinese.
Per tre secoli di storia mondiale il capitalismo d’Occidente si è imposto sulle arretrate economie asiatiche inondandone i mercati con le sue merci. «I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi», dice il Manifesto del ’48, magistralmente delineando ineluttabile l’estensione del capitalismo a tutto il mondo. Ma il capitale non può darsi uno sviluppo uniforme, le diverse aree mondiali seguono andamenti di sviluppo differenti. Ciò si traduce nella modifica dei rapporti tra i vari paesi. Lo stato attuale del capitalismo mondiale presenta una situazione ribaltata rispetto al 1848, oggi sono le merci cinesi che viaggiando verso Ovest si trovano a travolgere moderne “muraglie”.
Nella guerra commerciale tra paesi concorrenti sul mercato mondiale la questione climatica e ambientale viene strumentalizzata per giustificare l’imposizione di barriere contro le merci dei rivali. È il caso dell’annunciata “carbon tax” dell’Unione Europea volta a colpire le merci importate in particolare dalla Cina. Il capitalismo non può preservare la natura perché non può fermare l’immane produzione di merci, per lo più inutili, che ne determinano la rapacità spoliatrice del pianeta.
Non è questione di produrre in maniera “diversa”, “sostenibile”, ma di procedere alla distruzione del modo di produzione capitalistico. Ovviamente questa prospettiva è rigettata dai falsi comunisti cinesi. Sotto il rosso, che serve a coprire lo sfruttamento capitalista del proletariato, hanno scoperto l’utilità del verde, dell’ecologismo, ideologia di società capitalisticamente mature che, dinanzi alla condanna storica alla distruzione, si rifugiano nella possibilità di un capitalismo “altro”.
Ma il capitalismo non è riformabile, come invece si illude il democratico piccolo borghese. L’ecologismo, come tutte le ideologie borghesi, mistifica la realtà del capitalismo per convincere della sua eternità. Quella ecologica è l’ideologia di una società opulenta e proprietaria, espressione di borghesi, mezze classi e aristocrazia operaia. È chiaro che da questo futuro, moderno, prospero e armonioso, di alti consumi e di stile di vita “eco”, sono esclusi i proletari cinesi, sfruttati e con salari da fame, ammassati in metropoli malsane e costretti a vivere in tuguri di pochi metri quadri.
Queste promesse di riconciliazione tra uomo e natura non potranno mai essere realizzate nel capitalismo. L’ideologia “green”, affiancata alla propaganda del “socialismo con caratteristiche cinesi”, serve per perpetuare l’inferno capitalistico e assicurare il dominio del capitale.