Il partito non nasce dai «circoli» Pt. 1
Categorie: Opportunism, Organic Centralism, Party Doctrine
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La funzione essenziale del partito politico è quella, detta in termini letterali della Sinistra Comunista, di non staccarsi mai dal «partito storico», dal programma, dalla tradizione. L’organizzazione politica del partito è un’organizzazione speciale, diversa e opposta a tutti gli altri partiti, perché incarna il programma della classe proletaria, del comunismo. Premesso questo, ne discende che la storia del partito politico è la storia della conquista da parte della classe della coscienza del comunismo. Come sarebbe assurdo e antistorico pensare che il proletariato adotti oggi la tecnica militare delle barricate, così è altrettanto assurdo e antistorico ritenere che il partito politico debba passare dalla «fase di circolo» prima di diventare un partito «compatto e potente». Ciò equivarrebbe, in campo teorico, ad ammettere che prima di oggi non è esistita alcuna attività storica della classe e che bisogna riscrivere il Capitale, che la classe non ha “memoria storica”.
La «fase del circolo» è tipica della Russia fine Ottocento e non ha riscontro nell’Europa occidentale, a forte sviluppo industriale capitalistico, tanto è vero che Lenin prende a «modello» di partito la Socialdemocrazia tedesca per unificare i circoli socialisti russi in un unico partito politico nazionale.
Il proletariato mondiale ha ormai dietro di sé una storia formidabile in ogni campo per cui non ha bisogno di ripartire da zero ogni volta che subisce una sconfitta. D’altronde ciò sarebbe incompatibile, tra l’altro, con lo sviluppo, la concentrazione e la centralizzazione delle forze produttive, da cui sorge quasi meccanicamente la necessità di un partito mille volte più centralizzato non solo come organizzazione ma anche come attività teorica. L’angustia del «circolo» è attributo tipicamente piccolo borghese, dove domina l’incapacità alla elaborazione dottrinale, l’assenza di principi e di programma, dove l’aspirazione massima è quella dell’associazione federativa, come presso gli anarchici. Con l’avvento della Terza Internazionale Comunista, con centro unico mondiale, avviata verso il Partito Comunista Internazionale, la classe operaia ha acquisito quella che Lenin chiamava «coscienza organizzativa», il contenuto programmatico, tattico, la dimensione planetaria, la struttura piramidale della sua organizzazione politica. La Sinistra Comunista, dopo la distruzione del Comintern, ne è la depositaria. Dalla fine della Seconda Guerra imperialista, incarnata nel piccolo Partito Comunista Internazionale, svolge il compito di raccordo tra l’ieri fecondo ed eroico e il domani rivoluzionario e vittorioso, in una incessante opera di restauro della dottrina e di ricostruzione dell’organizzazione politica.
Tenace e coerente lavoro di partito
Lenin usava l’espressione «embrione di partito», la Sinistra «piccolo partito», a significare che per arrivare al «grande partito» non occorreva stravolgere le prerogative e le forme del partito tout court. Per passare dal partito-embrione al partito adulto non v’è bisogno di «svolte». L’organizzazione politica in embrione merita l’appellativo di partito solo ed in quanto svolge le sue funzioni proprie con coerenza e fedeltà alla dottrina e al programma. Da un diverso «embrione» non si passa al grande partito, ma la partito nemico. L’embrione, come si sa in biologia, contiene, alcune in potenza altre meno o più delineate, le funzioni essenziali e fondamentali dell’organo maturo ed adulto. La riprova di questa considerazione è la vita e il lavoro svolto dal «piccolo partito» lungo l’arco dei trent’anni. Un lavoro non solo nel campo della teoria e della dottrina, ma anche in quello economico-sindacale, della propaganda e del proselitismo, dell’organizzazione e della vita interna. Sono le nostre Tesi sul centralismo organico del 1965-66, impegnative per tutti coloro che si professano comunisti rivoluzionari, che confermano queste asserzioni. Ricordano «che il partito non può non risentire dei caratteri della situazione reale che lo circonda», situazione oggi nettamente sfavorevole, ma per questo «non deve rinunciare a resistere, ma deve sopravvivere e trasmettere la fiamma lungo lo storico «filo del tempo». È chiaro che sarà un partito piccolo, non per nostro desiderio ed elezione, ma per ineluttabile necessità». Quanto alla struttura di questo piccolo partito, «non vogliamo un partito di setta segreta o di élite, che rifiuti ogni contatto con l’esterno per mania di purezza. Respingiamo ogni formula di partito operaio e laburista (…) Non vogliamo ridurre il partito ad un’organizzazione di tipo culturale, intellettuale e scolastico (…) Nemmeno crediamo, come certi anarchici e blanquisti, che si possa pensare ad un partito di azione armata cospirativa e che tessa congiure». Il fatto che si sia dovuto impiegare le maggiori energie per l’azione storica contro «le falsificazioni e la distruzione della teoria e della sana dottrina», «non per questo dobbiamo calare una barriera fra teoria ed azione pratica; poiché, oltre un certo limite, distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio». «Rivendichiamo, dunque, tutte le forme d’attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono». E non solo le rivendichiamo ma, là dove le condizioni materiali ce lo permettono, le pratichiamo. «La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse ed anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre (…) In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé una attività notevole» nel campo economico-sindacale, «sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori almeno statisticamente».
Attività e azione
«Attività notevole», dunque e «Azione» teorica, sentenziano le nostre tesi. Finché dura questo già lungo, e per la nostra passione rivoluzionaria troppo lungo, periodo sfavorevole, il partito sarà «costretto», non per sua scelta, alla “attività” politica, di propaganda, di proselitismo, di polemica, e alla “azione” teorica. Il campo di intervento non può che essere circoscritto e i suoi strumenti limitati prevalentemente alla stampa per la diffusione del programma rivoluzionario.
Malgrado questo limite, relativo e temporale, il partito si sforza sempre di passare dall’attività all’azione, dalla propaganda e dal proselitismo all’agitazione alla mobilitazione, per esercitare la sua influenza sugli operai. Guai, però, a credere che basti la mera volontà per rovesciare le proporzioni del nostro lavoro, perché, per dirla con Lenin, «quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta – in modo più incomparabilmente più rapido – il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica organizzativa» del partito.
Il passaggio dall’attività all’azione è atteso dal partito, è cercato dai suoi militanti come l’elemento naturale in cui finalmente si può dispiegare tutta l’energia per lungo tempo contenuta e repressa per forza della superiore pressione nemica. Se così non fosse, se il partito dovesse apprendere con un «comunicato» ufficiale e con decisione improvvisa, inattesa, che è giunta l’ora di passare all’azione, allora l’organizzazione subirebbe un trauma mortale.
Tutto il lavoro svolto dal partito, all’esterno e soprattutto all’interno, ha teso e tende a preparare la sua piccola organizzazione ad abilitarsi per tradurre in precisi e specifici atti politici il suo formidabile programma storico, nelle condizioni date. In questo consiste la preparazione del partito, nel saggiare le ancora avverse condizioni materiali alla penetrabilità dell’azione del partito. Non ricorrendo a facili escamotage o a dubbie manovre, che alla fine ci porterebbero noi ad essere penetrati dall’azione avversaria, inquinatrice della organizzazione e distruttrice delle nostre basi programmatiche, ma con assoluta aderenza alle radici della tradizione e del programma.
Per disorientare il partito ci vuole poco, basta metterlo dinanzi ad una manovra brusca, investirlo con una «scoperta» dell’ultima ora, come per esempio la bubbola dell’esistenza di un «campo rivoluzionario» al di fuori del partito, per l’innanzi negato, e di conseguenza la sollecitazione a tendere le mani della organizzazione agli squinternati «rivoluzionari» che pullulano nello studentame e nel professorame, negli ambienti delle smidollate mezze classi. Basta questo per demolire il lavoro di decenni, o, comunque, ammesso che l’errore possa essere rettificato, per ritardare o compromettere la preparazione del partito e la sua dilatazione.
Il «bisogno di coscienza» nel partito è un imperativo categorico. È necessario che il partito sappia con anticipo, abbia la consapevolezza radicata di quello che fa e di quello che si accinge a fare, delle conseguenze che comporta ogni impresa ogni «passaggio», dei riflessi che ne derivano all’organizzazione.
La «azione teorica» del partito è per un verso anche «attività politica», nel senso che ci si è serviti dell’elaborazione teorica come un’arma, i cui organi di diffusione sono il giornale e i militanti stessi, per il cui mezzo il partito si è messo in contatto fisico con la classe e in contrasto diretto con le false ideologie e i falsi partiti e sindacati operai. La superficie di contatto con la classe e con il nemico, ammoniscono le nostre tesi, si dilata per effetto di quest’azione incessante, combinata con la maturazione della crisi del capitalismo. Il giornale, organo del partito, non ha fatto che riflettere l’attività e l’azione del partito. Mano mano che la prassi del partito si svilupperà ed estenderà, anche il giornale politico si svilupperà ed estenderà la sua penetrazione e la sua influenza nella classe. Se così non fosse ci troveremmo dinanzi ad un giornale che va per conto suo rispetto alla reale attività del partito, che non riflette la reale condizione dell’organizzazione, sarebbe mera espressione di volontà, e cadrebbe nel volontarismo e nell’attivismo. Al contrario, si cadrebbe nello «accademismo» se ci si rifiutasse di dilatare l’attività politica e di intraprendere, là dove possibile l’azione politica. Ma questo nel vero partito non si è mai verificato e non può verificarsi, almeno che non perda il giusto orientamento.
Per questo non si deve dar credito alla teoria della «fase di circolo» che il nostro partito avrebbe attraversata e non ancora compiuta, comoda teoria per giustificare i passi falsi dei nostri detrattori – con i quali non si è esitato a spezzare il piccolo partito, gettandolo nella incomprensione e nell’imbarazzo – le brusche «svolte» e gli improvvisi ritorni, negando la sua antica invidiabile efficienza organizzativa nei campi dell’attività e dell’azione.
Organizzazione e disciplina
È troppo comodo sostenere: «ormai è avvenuto, e anche se abbiamo sbagliato non si può tornare indietro». Teorizzare la «fase di circolo» e poi darsi l’aria di costruire il «grande partito» porta diritto a ritenere che il partito si dilaterà e si potenzierà oltre il perimetro attuale, non in forza della sua attività propria, ma in virtù dei «circoli», cioè con l’intrallazzo con gli ambienti piccolo-borghesi nei quali e dai quali nascono i «circoli». Dare ad intendere queste false costruzioni serve a giustificare il burocratismo nell’organizzazione e la coartazione nella vita interna del partito, a trasformare la disciplina in un dominio dall’alto sul partito, senza il quale appunto, i “circoli” non possono essere tenuti insieme.
Il vero partito non è nato dai circoli né crescerà passando per la «fase di circolo». Tutta la storia della Sinistra Comunista lo dimostra e lo conferma.
È altrettanto falso ritenere che la «fase di circolo», ammesso e non concesso che il partito l’abbia percorsa o stia ancora percorrendola, sia superabile con espedienti organizzativi, con il ricorso alla disciplina, con invenzioni del tipo «il giornale politico», come se Lenin avesse operato nel campo della organizzazione, del lavoro, della disciplina, senza prima battere in breccia le falsificazioni del socialismo diffuse dagli «economicisti» dell’epoca e dai vari gruppi socialisti. Se questo credessimo al 1980, nell’area della rivoluzione univoca, si falsificherebbe Lenin, se ne mistificherebbero le potenti lezioni. Scimmiottando l’esperienza russa per la costruzione del partito si perverrebbe al risultato opposto a quello cui pervennero il bolscevismo e la Sinistra Comunista italiana, ci troveremmo un partito composto da «gruppi» o «circoli», la cui vita sarebbe sottoposta a continue lotte politiche e conseguenti lacerazioni al suo interno, nulla opponendo il delirante «filtraggio» di micro-organizzazioni politiche, di natura opposta a quella del vero partito.