Il partito non nasce dai «circoli» Pt. 2
Categorie: Opportunism, Organic Centralism, Party Doctrine
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L’organizzazione e la disciplina come formula magica, come “apriti sesamo” nella questione della costruzione del partito politico, è derivata dagli automatismi militareschi e burocratici. Il partito ha una concezione opposta a quella della borghesia rispetto all’organizzazione, alla struttura e ai percorsi ordinativi della disciplina alle disposizioni centrali.
Soltanto nel campo dell’organizzazione militare di partito si esige dalla organizzazione complessiva disciplina anche meccanica, ma il meno possibile inconscia, come si trova anche in Lenin. Il che presuppone una preparazione del partito tale che nulla appare improvvisato e inatteso. Non a caso i celebri “commissari politici” dell’armata rossa altro non erano che la voce del partito, superiore in linea gerarchica e politica ai “comandanti” militari. Per loro tramite il partito non solo controllava la struttura e l’apparato di classe, ma instillava soprattutto nei proletari combattenti la passione e la coscienza comunista.
Non è mai stata posizione della Sinistra nel campo dell’organizzazione quella di ripartire i militanti in “specialisti”, “esperti” nelle specifiche funzioni dell’articolata attività del partito. Uno dei mezzi per ridurre al minimo le conseguenze negative della “routine” nel partito, è quello di sollecitare i compagni a svolgere il loro lavoro in ogni funzione e organo, perché già nel partito attuale vogliamo sforzarci di tendere a spezzare concretamente la divisione tecnica del lavoro. Il partito deve essere in grado di forgiare compagni capaci di rispondere ad ogni funzione, di scoraggiare nei singoli ogni personale “vocazione” che non sia quella di lavorare per il partito, nel partito, agli ordini del partito.
Ci soccorre in questo la storia della Sinistra Comunista, che ci ricorda come tutti i compagni, in qualsiasi nodo della struttura organizzativa il partito li avesse ordinati, si occupavano delle lotte rivendicative e sindacali del proletariato, non pensando minimamente di invadere campi di “competenza” altrui né di non essere alla “altezza” per mancanza di “specializzazione”. La nostra antica ed aspra polemica con i futuri rinnegati circa l’organizzazione del partito sulla base delle “cellule”, come organi strutturali aziendali, anziché su base territoriale, ribadisce la necessaria aspirazione a lavorare e progredire per rompere specializzazioni, tecnicismi, limitazioni, chiusure, bagaglio allora di gerarchie “di ferro”, con cui l’opportunismo stritolava il partito, contrabbandando per “bolscevismo” stupide esercitazioni burocratiche e gerarchiche, anziché sostenerlo con l’organico impiego di tutte le forze militanti.
Il trasporto all’oggi delle potenti lezioni di Lenin, nel campo della costruzione dell’organizzazione politica, non può prescindere dal processo storico intercorso, segnato dalle pietre miliari della Rivoluzione d’Ottobre e della Terza Internazionale Comunista, cuspidi dell’esperienza storica del proletariato rivoluzionario mondiale. Se per la ricostruzione del partito non si usassero i materiali migliori selezionati dalla storia, ma si impiegassero quelli superati e scaduti non lavoreremmo ad edificare il partito comunista internazionale come potente forza sociale, ma a costruire un aborto di partito, una organizzazione politica che ostacolerebbe la rinascita del partito. Trasferita la questione nel campo della tattica, sarebbe come se applicassimo i moduli operativi propri dell’azione del partito nella fase di rivoluzione doppia, alla fase della rivoluzione univoca.
Seguendo questo corretto criterio di determinismo storico-dialettico, abbiamo lottato per più di 56 anni al fine di costruire un partito comunista unico e mondiale, non per una riedizione della Lega dei Comunisti o della Associazione Internazionale dei Lavoratori, organi rivoluzionari di classe nel 1848 e nel 1866, utopie nel 1980, se non proprio reazionarie almeno di dubbia provenienza.
I falsificatori della Sinistra sostengono che se non viene superata la “fase di circolo”, durante la quale – si badi bene! – sarebbero stati ripristinati il programma e la teoria, non si potrà ricostruire il partito politico. Bella scoperta quella di ricostruire programma e teoria senza nel contempo, giorno dopo giorno, ricostruire l’organizzazione! Come se il ripristino delle basi fondamentali, programmatiche e teoriche, non fosse attività, lotta, azione di una organizzazione, magari piccola, ma sempre di una organizzazione politica.
Uno dei nostri opuscoli più significativi porta il titolo “In difesa della continuità del programma comunista”. In esso sono contenute le Tesi della Sinistra, da quelle della Frazione Comunista Astensionista del 1920 al corpo di Tesi del 1965-66, dette del Centralismo organico. Queste Tesi cristallizzano le nostre posizioni fondamentali nell’arco di ben 46 anni, in perfetta continuità tra di loro. Racchiudono le fasi salienti della lotta rivoluzionaria dei comunisti per la costruzione, la ricostruzione e la difesa del partito alla scala mondiale, dell’organo fondamentale primario per un nuovo “assalto al cielo”. È proprio nelle Tesi del luglio 1965 che si legge espressamente, correggendo chi voleva che ci riducessimo ad un setta di marxologhi e negava la qualifica di partito alla nostra piccola organizzazione: «Prima di lasciare l’argomento della formazione del partito dopo la seconda grande guerra, è bene riaffermare alcuni risultati che oggi valgono come punti caratteristici per il partito in quanto sono risultati storici di fatto, malgrado la limitata estensione quantitativa del movimento, e non scoperte di inutili genii o solenni risoluzioni di congressi sovrani». Segue l’elenco dei “risultati storici, di fatto”, acquisiti dal “piccolo partito”, tra cui primeggia quello di «non concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico», ma «in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse», con il che «va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduce a circoli chiusi senza collegamento con l’esterno»; ed infine, il perentorio richiamo a non frazionare l’organizzazione, a non «suddividere il partito o i suoi raggruppamenti locali in compartimenti stagni che siano attivi solo in uno dei campi di teoria, di studio, di ricerca storica, di propaganda, di proselitismo e di attività sindacale, che nello spirito della nostra teoria e della nostra storia sono assolutamente inseparabili e in principio accessibili a tutti e a qualunque compagno».
Le posizioni complessive, enunciate in forma di tesi, cioè in modo positivo, non costituiscono un bel libro finemente rilegato da collocare in libreria, ma regole di vita pratica, con cui la piccola organizzazione in tanto si forma e si irrobustisce in quanto lotta per affermarle, attuarle e per difenderle dai nemici e da falsi amici.
A chi giova?
L’organizzazione politica del partito, quindi si forgia e si struttura per mezzo dell’aderenza perfetta delle sue funzioni e dei suoi compiti specifici e complessivi al programma e alla tradizione del marxismo rivoluzionario. Non vi si surroga con espedienti organizzativi e disciplinari.
Detrattori della Sinistra ripetono da sette anni che sinora il partito ha vissuto “una fase di circolo” e che per uscirne è necessario prendere delle misure organizzative e financo disciplinari.
In 35 anni nessuno si era accorto di aver vissuto nei circoli e tra i circoli. Soltanto i teorici della “fase di circolo” hanno avuto questa potente illuminazione. Così falsamente teorizzando, i “dottrinari” dell’ultima ora accreditano la menzogna che il partito politico nasce dopo aver superato la “fase di circolo”, nella quale avrebbe avuto la sua incubatrice. Così assistiamo ad una nuova serie storica: prima “i circoli”, poi, con operazione organizzativa e disciplinare, “il vero partito”.
“I circoli”, in realtà, sono una invenzione dei detrattori della Sinistra, per giustificare i loro falsi teoremi politici, le loro bizzarrie interpretative, le loro insane misure organizzative e disciplinari per “dominare” la “fase di circolo” della organizzazione.
Con lo stesso fine furono inventate dall’Esecutivo di Mosca in degenerazione le “frazioni” dell’Internazionale, per “combatterle” e per annientare la Sinistra. Quante volte, e con forza incomparabilmente maggiore della nostra, le vecchie generazioni di comunisti di sinistra ripeterono queste stesse considerazioni nei congressi nazionali e internazionali ai dirigenti massimi e minimi del movimento comunista. Quante volte ci siamo sentiti ripetere che erano ubbìe di visionari, che eravamo dei “frazionisti” e tanto bastava per essere cacciati dal partito con l’accusa infamante di traditori.
È facile oggi constatare la fine ignobile di quei “bolscevichi di ferro”, ma è molto più difficile capire fino in fondo per quale strada gli usurpatori della rivoluzione hanno tradito il comunismo, hanno distrutto il partito. Anche allora ci sentivamo ripetere la dottrina borghese del “fine che giustifica i mezzi”, attribuita ignobilmente a Lenin, come se fosse indifferente il mezzo rispetto al fine, come se non ci fosse invece, uno stretto rapporto dialettico tra i mezzi da impiegare e i fini da raggiungere. Quando (Tesi di Roma, Lione, ecc.) abbiamo svolto questi temi centrali, ci siamo sentiti accusare di “dottrinari”, “accademici”, di voler un partito “disincarnato”.
L’aspetto più vergognoso di questa falsa dottrina è che si tenta di gettare un velo di silenzio su 35 anni di lavoro e di lotte, nei quali si è forgiato una piccola organizzazione, come se durante un terzo di secolo non si fosse faticato per preparare il partito, ma un mucchio di “circoli”.
A rafforzare questa tesi si è artificiosamente separato il lavoro di “ricostruzione della dottrina” da quello della ricostruzione del partito politico, attribuendo il primo non alle forze del partito, ma al “genio”, al quale è stata fatta la traditrice riverenza di pubblicare le “opere” post-mortem, con tanto di nome e cognome.
Una severa lezione per tutti
La conservazione delle forze, soprattutto in questa fase negativa che perdura da 54 anni, è funzione organizzativa di prim’ordine del piccolo partito. È una consegna che data dai tempi di Marx ed Engels ed ha permesso la trasmissione dell’intatta dottrina da una generazione all’altra di comunisti rivoluzionari. Guai a rompere questa consegna con pretestuose “fasi” e “svolte”. Si è nel partito non per effetto di una adesione formale, né per una disciplina quale che sia, ma per fedeltà incrollabile al programma e alla organizzazione che la esprime, pratica, difende.
Non è un unitarismo formale, nocivo quanto il frazionismo, ma neppure la sciocca e vile presunzione di essere un nucleo di eletti, baciati dalla storia, cui tutto sia permesso, di negare oggi quello che si è affermato ieri.
La decantata “selezione delle forze” non è una premessa ma una conseguenza della lotta rivoluzionaria. Quando viene invocata per reprimere le forze del partito, che non si “trovano a disagio” dinanzi all’arduo compito di marciare contro corrente, dobbiamo pensare di trovarci in presenza di una degenerazione mortale, non di una pratica che irrobustisca l’organizzazione.
Non sono considerazioni morali né estetiche, ma patrimonio della Sinistra. Sostenere che non sono mature le “condizioni” per realizzarle, equivale a negarle e di conseguenza a preparare, alla lunga, la sconfitta della rivoluzione.
Non permettere mai ad alcuno di attentare all’integrità programmatica e organizzativa del partito è l’altra consegna, derivata dalla prima. Chiunque osi tanto, in alto o “nei ranghi”, deve essere abbandonato alla deriva. Non è da credere che il partito sia nei capi e che i “gregari” siano gli esecutori dei loro indiscutibili ordini. Spesso, molto spesso, la giusta politica rivoluzionaria è stata dettata non dall’alto, come lo prova la formidabile lotta della Sinistra, alla quale si opponeva come prova di verità rivoluzionaria la maggioranza dei consensi, piuttosto che la solidità dottrinaria degli argomenti, allineati al programma e alla tradizione. Che la forma democratica dei consensi, come era costume dell’Internazionale, venga ora scartata, non è una utile giustificazione, ma prova di soperchieria sul partito. Le porcherie restano sempre porcherie con o senza lo spolverino della conta di voti.
Per la stessa ragione per cui siamo conservatori della teoria e del programma, così siamo gelosi dell’organizzazione. I seguaci della falsa dottrina della “fase di circolo”, non possono avere questi scrupoli, trattandosi non del partito, per loro, ma di “circoli”.
Impedire a chicchessia di pontificare propinando soluzioni pescate a caso, con ignoranza crassa della storia nostra e della nostra classe, alla moda dei farisei, dimentichi che i problemi centrali non si presentano mai nella stessa forma, cosicché il partito non sia costretto a subire periodicamente docce ora calde ora fredde, piegandosi agli umori del primo venuto.
Il partito deve essere in grado di controllare ogni aspetto della sua vita, ogni funzione della sua organizzazione; per modo che nulla gli piombi inatteso incompreso misterioso. Andare in giro a spacciare per posizioni della Sinistra quelle che sostengono che il terrorismo è “un raggio di luce” per il proletariato, che il folclore politico dei gruppuscoli a base studentesca intellettuale sottoproletaria è “campo rivoluzionario”, che i “comitati operai” sono ubbìe, per cui lavorarci dentro è “attivismo”, “economicismo”, e poco dopo sostenere il contrario, non per effetto di mutate situazioni ma perché spinti da “impazienza”, delusi che nulla ne sia derivato all’immediato, contrabbandare questo moto pendolare per “tattica” della Sinistra, significa disorientare i militanti, seminare la sfiducia nel partito, sgretolarne l’organizzazione, compromettere decenni e decenni di duro e coerente lavoro.
I teorici dei “circoli” non sono afflitti da tali preoccupazioni, perché tutto rimediano con la “disciplina”, e con le formule organizzative.
Resta per fermo che il Partito Comunista Internazionale non è nato dai circoli.