Dopo il convegno di Roma
Categorie: PCd'I, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
I risultati cui è pervenuto il recente Convegno intersindacale di Roma meritano la più grande attenzione da parte dei comunisti.
A dire il vero, per quanto riguarda la possibilità di un’azione effettiva a breve scadenza in difesa degli interessi della classe operaia, quei risultati non sono affatto tali da dissipare il nostro scetticismo. Essi sono inficiati non solo dai propositi alquanto nebulosi dei diretti iniziatori del Convegno, ma anche dal modo in cui risulta costituito il Comitato Nazionale incaricato di coordinare il movimento di insieme della massa sul terreno sindacale, e dalla stessa indeterminatezza delle rivendicazioni fissate nell’ordine del giorno approvato. Il fatto poi che – quantunque ne avessero fatto richiesta – dal convegno furono, sotto vari pretesti, escluse le minoranze, che, fra l’altro, erano state le prime a lanciare la proposta del fronte unico e a fissarne gli obiettivi concreti e i mezzi, dimostra chiaramente che non ci troviamo ancora di fronte ad un avvenimento di masse ma solo davanti ad un consiglio di funzionari, i quali, sospinti da necessità più forti delle loro particolari vedute, sono costretti a riunirsi almeno per dimostrare che sono disposti di fare qualche cosa.
Il Convegno di Roma ha valore quindi, non tanto per le deliberazioni prese, le quali con ogni probabilità resteranno lettera morta, ma in quanto è l’indice di una situazione in pieno sviluppo e che va rapidamente maturando.
Quando nell’agosto scorso, il Comitato Sindacale Comunista, lanciò la proposta del fronte unico e dell’azione generale per la difesa delle conquiste del proletariato, incontrò da un lato un’opposizione feroce e dall’altro una scettica e diffidente attesa. Ciò era dovuto non solo alla incomprensione assoluta delle condizioni in cui doveva combattere il proletariato e della piega che stavano per prendere gli avvenimenti, ma anche alla speranza di poter schivare le maggiori difficoltà non affrontando la lotta, ed era dovuto pure alle feroci e dissennate gelosie di parte. I funzionari sindacali videro, nella realizzazione del fronte unico, la fine del loro dominio particolare, e trascinati dalla routine a giudicare la visuale delle rispettive posizioni, considerarono come un puro argomento demagogico quello che invece altro non era che il portato necessario di una situazione nuova e delle improrogabili necessità della classe lavoratrice.
Il proletariato però comprese subito l’alto valore della parola d’ordine lanciata dai comunisti. Malgrado le denigrazioni astiose e le fredde noncuranze, malgrado le tentate deviazioni e le insidiose compiacenze, egli la raccolse, la fece sua, la portò in tutte le assemblee e in tutti i convegni, la fece oggetto di discussioni animatissime ed infuocate, e la trasformò in termine di paragone per separare gli amici dai nemici, i rivoluzionari sinceri dagli agenti della borghesia.
Oggi, quella parola d’ordine dev’essere positivamente considerata dagli stessi funzionari sindacali, e sta per divenire il centro di tutta l’azione.
Segno evidente che oggi non è più possibile stornare le masse con proposte simili a quella della Commissione di inchiesta, segno che è universalmente ammesso non esservi altri mezzi e altre possibilità per opporre una efficace resistenza al padronato. Il quale padronato, lungi dall’arrestarsi davanti ai primi successi, diviene ad ogni momento, più audace e aggressivo; di modo che dopo aver tolto i salari, passa, col licenziamento degli operai migliori e con la limitazione dei poteri delle Commissioni Interne, allo stroncamento dell’organizzazione e già si accinge ad ingoiare la conquista delle otto ore. Dal canto suo la classe operaia, che nonostante le cicalate interminabili dei funzionari, …………………… svuotarsi di ogni …………………… e di ogni volontà di azione, li abbandona sfiduciata e si disperde.
Solo la realizzazione del fronte unico proletario e il passaggio all’azione possono ridarle fiducia e arrestare il suo dissolvimento.
Questo fatto importantissimo dimostra come il nostro Partito sia divenuto, per lo sviluppo stesso delle cose, il caposaldo di orientamento, verso il quale convergono le masse, e dimostra anche come esso sia il solo partito della classe lavoratrice.
Difatti mentre tutti gli altri partiti e aggruppamenti politici e sindacali sono interessati nel mantenere diviso il proletariato perché dalla sua fusione temono il loro spodestamento, il Partito Comunista trova nella realizzazione organica del fronte unico, il suo terreno migliore di rassodo e di sviluppo. Il suo interesse di partito combacia e si identifica perfettamente con quello della massa operaia tutta quanta, per cui viene ad eliminare ogni contrasto fra partito e classe e realizza come non mai, la dimostrazione di non essere che la semplice e disinteressata avanguardia proletaria nella lotta contro il capitale.
I risultati del Convegno di Roma sotto questo aspetto sono considerevoli, e sono più importanti ancora se si considera che fra non molto tutti i partiti politici si troveranno su di un piede di uguaglianza rispetto al movimento operaio. Il convegno di Roma è il punto di separazione fra il Partito Socialista e la Confederazione del Lavoro. Mentre prima, infatti, in virtù del patto di alleanza, tutti i movimenti politici del proletariato erano di competenza del Partito Socialista, oggi, con la creazione del Comitato Nazionale di coordinazione, il Partito Socialista è formalmente tagliato fuori; ed è proprio la Confederazione che lo abbandona sulla porta; proprio quella Confederazione che appena due mesi or sono poneva alle altre organizzazioni la pregiudiziale di riconoscere il suo patto di alleanza col partito prima di incontrarsi per discutere dell’unità proletaria!
Ora si tratta di fare in modo che i risultati di Roma non si risolvano in un qualsiasi espediente burocratico ma sieno come l’addentellato per una unità ben altrimenti giovevole alla classe lavoratrice.
Nell’ordine del giorno approvato al convegno si afferma che l’unione di tutte le forze del lavoro nella lotta contro il capitalismo, è condizione essenziale per il raggiungimento dell’emancipazione operaia.
Questo principio, che per i comunisti non riveste nessun carattere di novità, dev’essere condotto fino alle sue conseguenze estreme.
Per ottenere ciò, è indispensabile che in tutte le località sia intensificata l’azione unitaria sul terreno sindacale, e attraverso l’attività delle masse venga creata una situazione si fatto dalla quale i funzionari non possano sfuggire.
Non sarà questo il compito di un’ora. La burocrazia sindacale forma oggi uno strato spessissimo che non solo tende a separare orizzontalmente la classe lavoratrice dal Partito Comunista, ma seziona verticalmente la classe stessa in un’infinità di interessi particolari e di categoria. Ogni spontaneo moto unitario della massa viene quindi ad essere ostacolato e impedito se non soccorre la reazione pronta e illuminata degli elementi più energici del proletariato selezionati dal Partito Comunista.
I risultati del Convegno di Roma
Il comunicato ufficiale sui risultati del Convegno per la costituzione dell’Alleanza del Lavoro, dopo aver ricordato il modo della convocazione, così espone i risultati:
«La situazione politica e quella del movimento sindacale vennero esaminate ampiamente. La discussione, iniziatasi in forma cordialissima, si svolse constantemente in una atmosfera di serenità e di obiettività. Dopo maturato esame di tutti i particolari, i convenuti si affermarono unanimemente sul seguente Ordine del giorno:
«I rappresentanti delle organizzazioni operaie che agiscono sul terreno della lotta di classe (Confederazione generale del lavoro, Unione Sindacale Italiana, Unione Italiana del lavoro, Sindacato Ferrovieri, Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Porti);
premesso che l’unione delle forze del lavoro nella lotta contro il capitalismo è condizione essenziale per il raggiungimento dell’emancipazione proletaria;
considerato che detta unione maggiormente si impone nei momenti (quale è quello che attraversiamo) in cui la violenza organizzata delle forze reazionarie si abbatte ciecamente sulle organizzazioni dei lavoratori allo scopo di distruggerle privando così il proletariato dello strumento della propria difesa e della propria conquista;
delibera di opporre alle forze coalizzate della reazione, l’alleanza delle forze proletarie, avendo di mira la restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale della classe lavoratrice tanto sul terreno economico che su quello morale;
per il raggiungimento degli scopi di cui sopra, i convenuti reputano opportuno addivenire alla costituzione di un Comitato Nazionale composto di rappresentanze di tutte le organizzazioni alleate col preciso incarico di attendere al coordinamento e alla disciplina dell’azione difensiva della classe lavoratrice.
«Il Comitato nazionale inizierà il suo funzionamento con la compilazione di un programma pratico di attività (senza esclusione di alcun mezzo di lotta sindacale, compreso lo sciopero generale), che valga a sollevare le depresse energie del proletariato e trasfondere in esso la persuasione che mediante l’unione combinata dei proprii sforzi si renderà prontamente possibile la ripresa del libero esercizio delle proprie funzioni sindacali e politiche.
«Il Comitato sarà composto di due rappresentanti per ciascuna organizzazione alleata ad eccezione per la Confederazione generale del lavoro che ne nominerà cinque, tenuto conto della entità numerica dei proprii aderenti e della necessità di far posto nel Comitato stesso alle rappresentanze delle più importanti categorie federate.
«I rappresentanti saranno nominati dalle rispettive organizzazioni.
«Le deliberazioni del Comitato, quando siano prese con unanime consenso dei delegati impegnano tutte le organizzazioni alleate.
«Le organizzazioni comunicheranno il nome dei propri rappresentanti al Sindacato ferrovieri con sede in Bologna, il quale provvederà alla convocazione della prima seduta del Comitato nazionale».