Partito Comunista Internazionale

L’alleanza dei funzionari

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La cosiddetta Alleanza del Lavoro, data per viva e operante ancora prima che fosse costituita, si può considerare – agli effetti dell’azione concreta del proletariato – già morta nel momento istesso in cui vide la luce.

Di questo ne erano convinti gli stessi alleanzisti dell’una e dell’altra riva, i quali, dopo aver tentato di gettare del fango sulla chiarissima e precisa condotta dei comunisti, han dovuto confessare, su pei loro giornali, che questa alleanza non aveva nulla di comune col fronte unico proposto dal nostro Comitato Sindacale, e, soprattutto, non aveva inteso di impegnarsi su delle rivendicazioni concrete e su metodi di lotta ben definiti. Oggi, però, c’è un altro fatto che ci autorizza a dire che l’Alleanza, chiamata impropriamente del Lavoro, è completamente fallita davanti all’attesa del proletariato; ed è il silenzio di tomba della sua prima creatura: del Comitato Nazionale coordinatore.

Appunto per ovviare alla lentezza degli organismi nazionali era stato costituito questo Comitato, avente l’incarico di elaborare un programma di azione pratica e autorizzato a delle deliberazioni tempestive in caso di necessità. Ora, dopo più di una settimana dalla deliberazione della sua nascita, tale Comitato deve ancor dire una parola al proletariato italiano. Se non lo si andasse a scovare tra le ventose righe dell’ordine del giorno approvato a Roma, sarebbe impossibile accorgersi della sua esistenza.

La spiegazione di ciò non è difficile a darsi. Dal Convegno di Roma non è uscita affatto l’Alleanza del Lavoro, ma bensì ne è uscita una vuota e insincera transazione dei funzionari. Costoro, spinti da un lato, dalla gagliarda propaganda comunista che interpreta i bisogni fondamentali e le aspirazioni delle più vaste masse nell’attuale momento storico, e trascinati dall’altro, sia pure inconsciamente, dal maturarsi di eventi estranei alla vita sindacale del proletariato, non potevano, una volta convenuti attorno ad uno stesso tavolo, separarsi senza dare a chi stava fuori, alla classe lavoratrice, la illusione di aver fatto qualche cosa. La massa operaia che anela alla fusione dei suoi sforzi contro la progrediente offensiva capitalistica, non avrebbe permesso una così aperta violentazione dei suoi propositi e dei suoi sentimenti, e non sarebbe tardata ad insorgere contro i responsabili della sua divisione e della sua impotenza. Bisognava, quindi, concludere qualche cosa; anche se si sapeva a priori che questo qualche cosa non sarebbe stato nulla di più di un semplice ordine del giorno, anche se si aveva coscienza che ciò non era nell’interesse della classe operaia, ma di quello proprio, per coprire se stessi da ogni responsabilità e poter scaricare, domani, su altri organismi o su fatti nuovi, la colpa della mancata azione.

Perché bisogna tener presente una cosa; e cioè che al Convegno di Roma i rappresentanti dei vari organismi sindacali nazionali, sono intervenuti un po’ con quella felice disposizione di animo con cui i condannati a morte salgono il patibolo. In tutti c’era la preoccupazione di dover perdere qualche cosa, e in tutti c’era il fermo proposito di non transigere di una linea sul proprio punto di vista e, soprattutto, sull’autonomia della propria azione. Tutti, a parole, sono pel fronte unico per l’unità proletaria, per la lotta comune e difensiva contro il capitale, tutti dichiarano che il loro massimo desiderio sarebbe quello di passare anche dall’azione difensiva, a quella offensiva contro il regime capitalistico; ma tutti, senza eccezione, accettano praticamente tutto ciò, solo se intravvedono la possibilità non solo di conservare l’autonomia e l’indipendenza dei propri organismi sindacali rappresentati, ma anche di scavalcare gli altri. Ora siccome è impossibile ottenere un risultato tangibile su simile terreno in un incontro di funzionari, ne è uscito fuori un ordine del giorno pastetta il quale, per la sua strabiliante indeterminatezza e per il fatto che rispecchia, più o meno completamente, le idee di tutti, è la migliore garanzia per l’inazione.

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Noi pensiamo che buona parte di responsabilità se nel convegno di Roma anziché uscirne uno schietto programma di azione ne è sortito un semplice compromesso tra i funzionari, spetti ai rappresentanti sindacalisti-anarchici. Essi dovevano impedire che i capi confederali si potessero trincerare e farsi belli dietro a delle formule simili a quella che mira «alla restaurazione delle pubbliche libertà e del diritto comune, unitamente alla difesa delle conquiste di carattere generale della classe lavoratrice».

Con propositi di tal genere, e lasciando buon ultimo il mezzo dello sciopero generale, è chiaro che non si vuol far nulla. Gli interessi, arbitrariamente ritenuti particolari, delle singole categorie e che formano la base stessa dell’esistenza dell’organizzazione, sono deliberatamente ignorati, e si preferisce arrampicarsi sugli specchi delle solite frasi fatte e delle panacee riformiste.

Bisognava, quindi, costringere i rappresentanti confederali a doversi mettere su di un altro terreno, sul terreno dell’azione così com’è intesa dai rivoluzionari, oppure a doversi assumere la responsabilità del mancato accordo, davanti alle masse.

Ora questo non fu fatto; e ciò si spiega – è inutile nasconderlo – mediante l’avversione che gli stessi sindacalisti-anarchici nutrono verso il fronte unico e alla speranza – magari inavvertita – di poter dimostrare la sua pratica inefficacia con un espediente di ordine burocratico.

Quanto sia superficiale e caduca una simile speranza, lo dimostreranno i fatti, domani. Ma è bene per intanto avvertire come le masse abbiano intuito subito che la cosiddetta «Alleanza del Lavoro» non era affatto quanto esse aspettavano e aspettano; e che perciò sono fermamente e giustamente convinte, che all’inevitabile fallimento di essa non ne dovrà seguire il fallimento del fronte unico e dell’azione generale propugnata dai comunisti.

Ad ogni modo, se l’«Alleanza del Lavoro» è morta prima di nascere, essa è valsa per lo meno a contribuire alla necessaria chiarificazione delle idee e delle cose. Malgrado l’esaltazione della reciproca omertà dei capi, appare sempre più evidente che la via della salvezza è un’altra. È vano illudersi che un accordo tra funzionari possa fondere le masse e cementarle nella comune azione. Purtroppo, data la situazione in cui si muovono, e il particolare sviluppo degli organismi sindacali, gli interessi dei funzionari contrastano con quelli unitari della classe lavoratrice. Necessita, perciò, attendere e costruire il fronte unico e l’unità proletaria, partendo dal basso, dalle masse e attraverso l’azione.

Si sta osservando, ora, una riacutizzazione della lotta fra padronato e lavoro. Plaghe agricole, che l’anno scorso avevano resistito alla bufera, vengono riprese d’assalto e minacciate in tutte le loro conquiste. Per meglio attanagliare i contadini, si sciolgono apparentemente le associazioni agrarie e si agisce alla spicciolata, con pattuglie e squadroni aggiranti, contro i singoli paesi. I concordati, prorogati sotto la minaccia di vasti movimenti di insieme, sono nuovamente disdetti; si stipulano accordi particolari per le singole fabbriche, per i singoli reparti; talvolta non c’è neppur quelli. D’altra parte la classe operaia, passato il primo periodo di sgomento, si riprende, dimostra propositi di lotta e ferma volontà di difendersi e di contrattaccare.

Ebbene, bisogna sapersi incuneare in questa situazione di fatto e costruire lì, sul suo terreno naturale, il fronte unico dei lavoratori.

Se i comunisti sapranno far questo – e devono saperlo fare – essi potranno ridersi degli oscuri presagi dell’organo confederale, e dare la dimostrazione che se qualcuno è severamente giudicato dalle masse, questi è il funzionario che all’interesse della classe operaia, oppone quello della propria casta, della propria setta.