Il fronte unico del proletariato contro l’offensiva del capitale
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Il compagno Losowski pubblica sull’ultimo numero de L’Internazionale Sindacale Rossa, organo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, un importante articolo sul fronte unico del proletariato contro l’offensiva del capitale. Spiacenti di non poterlo riportare per intero, crediamo di far cosa utile facendone conoscere ai nostri lettori la sua ultima parte.
Dopo aver ampiamente trattato dei caratteri della presente offensiva capitalistica, della condotta dei riformisti delle diverse nazioni occidentali, dell’Ufficio Internazionale del Lavoro e degli amsterdamiani il nostro compagno prosegue:
così dunque, il fronte unico proletario non può essere stabilito che per la lotta, per l’azione. Nelle condizioni attuali questo fronte è creato per la difesa. Ma la difesa non consiste affatto nel marcare il passo inutilmente e rimanere inattivi, mentre il nemico di classe è più attivo che mai. Si deve creare un fronte unico in vista di un’azione difensiva, ma di un’azione che suppone nondimeno una lotta attiva e non un’attesa passiva. Perciò i sindacati rivoluzionari non possono riguardare la creazione del fronte unico come uno scopo a sé. Noi stabiliamo questo fronte unico con degli scopi concreti di combattimento nettamente determinati, poiché se non c’è lotta, non c’è neppure il fronte. Quali sono i compiti che si pongono oggi al proletariato passato alla difensiva?
1. Respingere l’attacco contro i salari e la giornata di lavoro allargando il fronte, vale a dire, trascinando nella lotta gli operai e gli impiegati delle imprese di utilità pubblica (trasporti, elettricità, servizi comunali, ecc.).
2. Istituire delle Commissioni per lo studio delle cause reali delle chiusure degli stabilimenti. Queste Commissioni sono create dai comitati di fabbrica e d’officina; in mancanza di questi, bisogna cominciare con la loro costituzione.
3. Lotta contro la disoccupazione col mezzo di imposte speciali sulle classi.
4. Lotta energica contro l’imposta sui salari.
5. Controllo operaio sulla esportazione e sull’importazione.
6. Controllo operaio sulla produzione e sulle operazioni di banca e di borsa.
7. Fissazione dei prezzi sugli oggetti di prima necessità per mezzo delle commissioni operaie speciali per la fissazione del prezzo delle derrate.
8. Disarmo e scioglimento immediato di tutte le bande dei gialli e delle guardie bianche (fascisti, leghe di difesa civile, di aiuto tecnico, ecc.).
9. Creazione di organismi operai di auto difesa per resistere alle organizzazioni bianche del padronato.
10. Istituzione di «Comitato d’azione» speciali per eseguire praticamente le misure enumerate più sopra.
Tali sono le rivendicazioni contro le quali, probabilmente i sindacati riformisti non avranno nulla da obiettare. Poiché essi domandano anche il controllo operaio, la nazionalizzazione, la fissazione del massimo dei prezzi di vendita, ecc. Egli è certo che ciascun paese possiede, inoltre, le sue rivendicazioni specifiche, ma la lotta si concentra essenzialmente attorno al programma minimo descritto sopra. Ciò nonostante, quando si è in due a dire la stessa cosa, non vuol dire che si sia d’accordo.
Il controllo operaio preconizzato dai riformisti (v. il progetto Merrheim) è una cosa e il controllo operaio come lo concepiscono i sindacati rivoluzionari, è un’altra. È per questo che bisogna considerare attentamente i metodi e i mezzi di realizzazione nella vita pratica, delle rivendicazioni elaborate, poiché esse non hanno valore che nella misura in cui la classe operaia le applicherà malgrado le classi dominanti. Il fronte unico è istituito per difendere malgrado le classi dominanti, al di sopra della loro testa, le conquiste elementari degli operai, per estenderle e approfondirle in seguito. Come procedere alla realizzazione di queste rivendicazioni comuni? La condizione del fronte unico sarà qui il riconoscimento della necessità di un movimento generale di classe in caso di rifiuto delle classi dominanti di stabilire le rivendicazioni poste. È ancora la Germania che ci mostra un fenomeno caratteristicissimo. Il partito socialdemocratico che negozia con Stinnes, il partito i cui rappresentanti siedono al Governo, (d’altronde la Centrale Sindacale germanica vi è egualmente rappresentata) si rifiuta di discutere coi comunisti le questioni che interessano l’insieme della classe operaia. Esso preferisce dibattere queste questioni con la borghesia, ma non con gli operai rivoluzionari. È possibile in queste condizioni, stabilire un fronte comune? Con i dirigenti riformisti, certamente no, ma con gli operai sì! Perché il fronte unico del proletariato non resti un sogno platonico, bisogna che gli operai che vogliono sinceramente la sua creazione sappiano bene che il fronte unico obbliga a degli atti. Ed è precisamente in questo dominio che si può attendere molto da parte delle masse, e molto poco da parte dei dirigenti aderenti all’Internazionale di Amsterdam. E l’opera dei sindacati rivoluzionari e dei partigiani dell’I.S.R. consiste nel sottolineare il più fortemente possibile l’azione.
Le larghe masse devono comprendere che se il fronte unico non è stabilito, ciò non vuol dire che le rivendicazioni formulate ci sembrino insufficienti, che noi siamo contro la giornata delle 8 ore, ecc. È perché, pure formulando le stesse rivendicazioni, noi intendiamo realizzarle agendo sulle classi dominanti e sugli Stati borghesi, mentre i riformisti si sottraggono alla lotta e vedono la salute in una collaborazione di classe con la borghesia. È questo il punto importante che si deve sottolineare creando il fronte unico del proletariato, l’oblio di questo punto potrebbe sboccare nella disorganizzazione dell’ala rivoluzionaria del movimento operaio e al rafforzamento del riformismo.
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Una volta realizzato il fronte unico entro il quadro nazionale, esso domanda logicamente la creazione di un fronte unico sul piano internazionale. Lungi dal rifiutarsi di stabilire questo fronte, noi ne abbiamo assunto l’iniziativa proponendo all’Internazionale di Amsterdam delle azioni comuni. Disgraziatamente in questo dominio la situazione è, sotto questo rapporto, ancora meno favorevole fino al presente, che entro il quadro nazionale. Anche qui, come quando si tratta del fronte unico all’interno di ciascun paese, è una questione di atti. Non si tratta di un blocco, di una intesa a lunga scadenza, si tratta di rannodare in vista di atti determinati, e di atti soltanto, tutti gli organismi internazionali legati alla classe operaia.
Noi sappiamo bene che le Internazionali 2 e 2 1/2, e che l’Internazionale di Amsterdam si rappresentano in tutt’altro modo i compiti, la marcia, il risultato della lotta della classe operaia. Le nostre divergenze non possono essere eliminate che con la vittoria della classe operaia nel mondo intero. Un precipizio profondo separa l’Internazionale Comunista e l’I.S.R. da una parte, e dall’altra le altre Internazionali. Ma se le organizzazioni internazionali riformiste vogliono realmente lottare contro la guerra che viene, contro la conferenza di Washington e le sue conseguenze, contro l’offensiva del capitale, se esse vogliono per esempio realizzare praticamente il boicottaggio del governo spagnolo, o, ancora, questo sciopero generale contro la guerra di cui si fece questione alla conferenza degli operai dei trasporti, dei metallurgici e dei minatori (al 15 novembre, ad Amsterdam) noi siamo pronti a sostenerle in ciascuna delle loro azioni, dei loro movimenti. Noi siamo pronti a formare a questo scopo e unitamente con essi dei «Comitati d’Azione» speciali.
Noi sappiamo che i dirigenti riformisti e gli operai che li seguono perseguono la collaborazione di classe che non può sboccare che alla disfatta della classe operaia. L’Internazionale di Amsterdam ha tentato di organizzare parecchie azioni internazionali, ma esse non hanno dato che dei risultati insignificanti. Il tentativo di boicottare l’Ungheria si è frantumato contro la cattiva volontà dei centri sindacali dei paesi che la accerchiavano. L’azione internazionale contro la guerra ha prodotto dei risultati ancora più piccoli. Qualche risultato reale è stato ottenuto con l’appello dell’Internazionale di Amsterdam in soccorso della Russia dei Soviety. Ma questi risultati sono così poco importanti, essi corrispondono così poco ai milioni di aderenti che fa valere Amsterdam in tutte le occasioni, che bisogna parlare di un tentativo di organizzazione un’azione internazionale, piuttosto che di un’azione internazionale. L’Internazionale di Amsterdam è debole perché è costituita di organismi che mettono i loro interessi nazionali al di sopra degli interessi internazionali. Il compito dei sindacati rivoluzionari è di lottare con accanimento all’interno delle unioni sindacali nazionali contro la ristrettezza nazionale, e l’eliminazione di questa ristrettezza nazionale non mancherà di produrre un effetto internazionale.
Noi trattiamo questa questione, l’Internazionale di Amsterdam e noi, da due punti di vista differenti, per due scopi opposti. Limitatezza nazionale, collaborazione di classe, speranza di sviluppo pacifico e intesa ad ogni costo con la borghesia, da una parte; internazionalismo, lotta rivoluzionaria di classe, dittatura del proletariato e organizzazione delle masse in vista dell’arrovesciamento della borghesia, dall’altra parte. Esistono dei punti in cui queste due organizzazioni possono incontrarsi? Sì, se le masse operaie aderenti all’Internazionale di Amsterdam lotteranno contro la borghesia noi siamo pronti a sostenerle.
Nello stesso tempo bisogna che noi ci ricordiamo di questo, che perché la classe operaia trionfi bisogna vincere l’Internazionale di Amsterdam, bisogna vincerla non fisicamente, ma moralmente, ciò che vuol dire che bisogna vincere la limitatezza nazionale e il riformismo. Ma non si potrà vincere l’una e l’altro che sforzando i riformisti all’azione, dicendo alle masse: I riformisti cantano le bellezze del fronte unico; essi si son fatti una specialità di accusare i comunisti e i sindacalisti di voler spezzare l’unità della classe operaia. Gli operai più coscienti non accordano loro più nessun credito. Ora, sappiatelo: giammai noi ci siamo rifiutati di stabilire l’unità del fronte; sempre noi abbiamo teso e tenderemo una mano fraterna a tutti coloro che volevano e vogliono lottare effettivamente, e anche adesso noi siamo ugualmente pronti a stabilire un fronte unico con ogni organizzazione operaia, ma bisogna che questo sia un fronte di lotta rivoluzionaria e non un fronte di collaborazione di classe.
È così che nella questione dell’unità del fronte, tutta l’attenzione della classe operaia deve essere diretta su delle questioni di azione, senza la quale tutti i discorsi sull’unità del fronte non sono che una lustra. Quest’azione comune, noi l’abbiamo proposta a l’Internazionale di Amsterdam. Noi abbiamo proposto di organizzare congiuntamente la lotta contro i governi spagnolo e jugoslavo. L’Internazionale d’Amsterdam ha mantenuto il silenzio, poiché, cosa possono dire su questo soggetto degli uomini che siedono con i rappresentanti del governo spagnolo all’Ufficio Internazionale del Lavoro presso la Società delle Nazioni? Noi non ci siamo arrestati ad una prima proposizione. Noi abbiamo proposto all’Internazionale di Amsterdam di intervenire insieme per evitare la scissione della C.d.L. francese. L’Ufficio Esecutivo dell’I.S.R. ha proposto all’Internazionale d’Amsterdam la convocazione di una conferenza speciale consacrata a questa questione. Qui ancora, nessuna risposta, poiché le genti d’Amsterdam, quelli stessi che parlano tanto di unità, scindono in quest’ora la C.G.d.L. espellendo dal suo seno i sindacati rivoluzionari. Ma questo insuccesso non ci arresterà nei nostri tentativi di allargare il fronte della lotta contro l’offensiva del capitale. Se i dirigenti respingono l’unità del fronte, le masse operaie lo desiderano ardentemente verso e contro i capi riformisti.